La musica come terapia (2)

Avevo solo 7 anni quando la mattina del 3 o 4 gennaio 1952 mia madre
portò me e mio fratello in Cattedrale a recitare una preghiera di suffragio davanti alla salma del vescovo diocesano, mons. Giuseppe Di Donna, morto nelle prime ore pomeridiane del 2 gennaio e che il popolo considerava già santo. Rivedo ancora nel Cappellone di San Riccardo il santo vescovo, immobile nel pallore della morte, rivestito dei paramenti pontificali, vegliato ininterrottamente da alcuni seminaristi e da rappresentanti delle forze dell’ordine.Una
scena ad un tempo composta e solenne, che in seguito ho rivisto in alcune foto
d’epoca. Il 5 gennaio, poi, mamma ci accompagnò ai solenni funerali: oggi posso dire di aver partecipato anch’io all’evento, ma solo come spettatore curioso. Eravamo fermi sul marciapiede all’angolo di Pendio San Lorenzo con via Porta Sant’Andrea, una posizione strategica per osservare il lungo corteo che scendeva da piazza Municipio a proseguiva per via Porta Nuova verso Porta La Barra e via Orsini. Ricordo che la mia fantasia di bambino fu colpita, non tanto dall’enorme folla di popolo, bensì dai
carabinieri a cavallo in alta uniforme.Mi impressionò soprattutto l’incedere lento, ritmico, sincronico dei cavalli, docili
ai comandi dei cavalieri, che formavano come una figura geometrica perfetta. Fin qui i miei ricordi d’infanzia.

 

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