Trascurata l’etica del volto umano

Pianeta DiversAbilità

La legge 168/99 e relativi aggior­namenti tutela e regolamenta l’assunzione lavorativa dei disabili e l’accessibilità del luogo di lavoro. Questa norma però è alquanto disattesa. Non é raro che si apprenda dai mass-media che a un disabile convocato per il primo giorno di lavoro gli si opponga, appena giunto sul luogo di lavoro, una scalinata imponente e senza la volontà di eluderla con i mezzi adeguati. Questo è solo un episodio rappresentativo di una situazione che ormai sembra essere diventata lo status vivendi dell’odierna società.

Ad oggi la presenza di barriere architettoniche nei posti di lavo­ro, infatti, non è solo la conse­guenza di un mancato interven­to strutturale, bensì ciò è segno di un imbarbarimento dell’umano che è in ciascuno di noi. Con ciò, pare inoltre che ci sia la malsana convinzione che bisogna adattare il lavoratore al luogo di lavoro; adattamento impossibile da compiere se parliamo di disabilità. Tutto ciò, che viene vis­suto costantemente da un disabile, è un salto nel buio dell’assurdo. L’as­surdo di una civiltà che è chiamata industrializzata, che é riuscita ad avanzare tecnologicamente trascu­rando però l’etica del volto umano. Un volto che come tale, e in certi casi nella sua apparente inespressività, chiede aiuto, protezione, rispetto.

Occorre dunque rispettare la normativa in materia di abbat­timento delle barriere archi­tettoniche. Lo dice il numero 4 della Costituzione italiana che “la Repubblica riconosce a tutti i citta­dini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Addirittura lo stesso numero continua affermando che è un dovere di ogni cittadino “svol­gere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Inoltre la legge italiana prevedereb­be, il condizionale è d’obbligo, l’as­sunzione prioritaria dei portatori di handicap. Non stupisce il fatto che anche la quota di assunzione previ­sta di un disabile per più di quindici lavoratori già assunti, è disattesa. Non è raro neanche il fatto che un disabile partecipante a un concorso di lavoro, si veda respingere la sua richiesta solo perchè disabile.

A tal proposito occorrerebbe ri­considerare non solo e non tan­to la normativa vigente quanto la qualità delle nostre relazioni che spesso, come si evince dai casi citati, non guardano all’uomo e alle sue qualità ma piuttosto ai limiti. Limiti che spesso sono la sprone per i disabili di affrontare con coraggio la vita e costruirsi un futuro.

È ignorato, volutamente o forse no non lo osiamo dire, il fatto che nel novembre 2010 la Commis­sione Europea ha presentato all’Unione Europea un progetto per il decennio 2010-2020 sull’abbatti­mento delle barriere, destinato ai paesi membri dell’UE. La richie­sta, per ora vanificata, prevedeva l’adeguamento di tutti gli ambienti alle norme europee circa l’inclusione dei disabili. Ciò doveva avvenire con interventi strutturali e sociali. Disattese anche queste normative, l’Italia ha dimostrato che il salto nel cuore dell’assurdo è divenuto una realtà permanente. Forse è il tempo evangelicamente “maturo” perché sorga una rivoluzione “dal basso” mirata non alla modifica strutturale e architettonica bensì al rinnova­mento della mentalità di oggi.

Lottiamo allora per far capire che i disabili che hanno acquisito capacità professionali sono una risorsa della società e non lo scar­to, per dirla con le parole di Papa Francesco.

(8. continua)

di Simone Stifani

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