Il Sinodo rilancia una Chiesa senza paura

FAMIGLIA & CHIESA
SPECIALE DOPOSINODO

“Una dimensione nuova della pastorale familiare odierna - viene ribadito nella Relatio - consiste nel prestare attenzione alla realtà dei matrimoni civili tra uomo e donna, ai matrimoni tradizionali e, fatte le debite differenze, anche alle convivenze”.

“Quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto profondo, da respon­sabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove, può essere vista come un’occa­sione da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio”.

Quanto alle unioni omoses­suali, ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportu­na di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: “Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la fami­glia’”.

Rispetto alla Relazione pre­cedente, inoltre, la Relatio Synodi non fa più riferimento alla “leg­ge di gradualità” e non parla di bambini che vivono con coppie dello stesso sesso.

 

Terra Santa, la famiglie chiedono soltanto una vita senza catene

“Le nostre famiglie appartengono a un sistema tribale. Amiamo i figli. Sono una ricchezza, una benedizione di Dio. I nostri problemi sono di natura mate­riale, di sussistenza. Se ci fossero politiche adeguate di sostegno alle famiglie avremmo risolto parte importante dei nostri problemi. Abbiamo famiglie con 10 figli e in queste famiglie abbondano le vocazioni. Il nostro seminario è gremito”. A far udire la voce delle famiglie di Terra Santa al Sinodo sulla famiglia è stato il patriarca latino di Geru­salemme, Fouad Twal. A pesare sul futuro della famiglia nei Luoghi Santi non sono le separazioni, i divorzi, le unioni di fatto o la comunione ai divorziati, ma l’occupazione militare, la povertà, il Muro e le leggi inique. E adesso anche la paura di un fondamentali­smo islamico che non si fa scrupolo di ucci­dere chi non si sottomette o si converte.

Patriarca, quali sono le principali sfide che le famiglie della Terra Santa si trovano ad af­frontare e che ha illustrato al Sinodo?

Innanzitutto la situazione politica. Il muro di separazione, lungo 730 km, esistente dal 2003, è uno dei maggiori fattori di separazione tra le famiglie, le parrocchie e rovina l’atmosfera di fa­miglia e di buon vicinato. L’occupazione militare e la cultura della violenza e della morte impedi­scono ai nostri giovani di formare una famiglia serena. Poi la situazione economica. Gli uomini spesso emigrano, lasciando moglie figli e anziani a casa. Vorrei aggiungere, poi, la legge israeliana (Citizenship and entry into Israel Law), che impedisce la riunificazione delle famiglie pale­stinesi: ogni palestinese di Gerusalemme che si sposa con un partner da fuori Gerusalemme deve lasciare la Città Santa per poter vivere con il pro­prio consorte. È una politica chiara per svuota­re la Città Santa degli arabi. L’emigrazione dei cristiani è una delle conseguenze di tutto questo stato di cose.

Quanto è presente il fenomeno di separa­zioni e divorzi tra le famiglie cristiane?

Quando si verificano malintesi tra congiun­ti, capita che uno dei due, o anche entrambi, cambi l’appartenenza confessionale per ottenere il divorzio dal tribunale ortodosso e tornare a sposarsi. Questa situazione diventa sempre più frequente, purtroppo. A questo si aggiunga che il ritardo dei nostri tribunali locali e romani, re­lativi alle cause matrimoniali, fa sì che i coniu­gi, stanchi di aspettare una risposta, cambino confessione e finiscano per risposarsi fuori della Chiesa cattolica.

Quali sono le proposte che ha portato al Sinodo?

Per prima cosa l’istituzione di centri pastora­li per la famiglia nelle parrocchie, laddove possi­bile. Va incentivata, poi, la formazione dei fedeli. In Oriente, dove non esistono le ‘unioni di fatto’, o esistono in modo molto limitato, il Sacramento del matrimonio ci chiede di lavorare di più alla formazione degli sposi, affinché il matrimonio sia considerato come una vera vocazione di Dio e dunque una scelta libera. Abbiamo bisogno di una vita normale, senza violenza.

Una vita normale e senza violenza è un so­gno. Davanti abbiamo guerre ultradecennali e un fondamentalismo religioso crescente che acuisce un senso di abbandono che spesso lei ha denunciato…

Non dico che non ci sia solidarietà nei no­stri confronti. Abbiamo tantissimi amici che ci aiutano e sostengono. Ciò che voglio denuncia­re è l’indifferenza politica mondiale nei nostri riguardi. Quando chiediamo aiuto ci sentiamo umiliati, quando chiediamo un incontro e non abbiamo risposta. Anche qui a Roma. La solu­zione del conflitto israelo-palestinese sembra non essere più una priorità soprattutto per gli Usa. Lo è invece quella economica all’interno degli States. Gli Stati Uniti si muovono quando i loro interessi vengono toccati. Lo vediamo oggi con il fanatismo religioso dell’Isis.

Papa Francesco sembra essere l’unica voce globale ascoltata. Gli appelli alla pace e alla solidarietà verso la minoranza cristiana sono il segno tangibile della sua preoccupa­zione. E il 20 ottobre ha convocato anche un Concistoro ad hoc…

Il Papa da solo, senza le Conferenze episco­pali del mondo, rimane una voce. Il Vaticano e la Santa Sede sono più forti e ascoltati quando le Conferenze episcopali del mondo parlano insie­me e con la stessa voce. La recente riunione dei nunzi in Medio Oriente e il prossimo Concistoro vanno proprio in questa direzione. Chi ha cuore e senso di responsabilità saprà cosa fare e come muoversi.

A settembre del 2015 i presidenti delle Conferenze episcopali europee saranno per la prima volta a Gerusalemme per la loro as­semblea. Che significato dare a questa scel­ta?

Tutte le Conferenze episcopali europee sa­ranno coscienti della situazione sul terreno, sa­pendo che questa Chiesa madre di Gerusalemme è anche la loro, che qui sono piantate le radici delle Chiese e spero che prenderanno sempre più a cuore le sorti di questa terra provvedendone ai suoi bisogni materiali e spirituali. Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, è stato tra coloro che maggiormente ha appoggiato la nostra richiesta di ospitare l’incontro del Ccee nella Città Santa e per questo gli siamo molto grati.

di Daniele Rocchi

 

 

 

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