Una liturgia senza ostacoli e barriere

Pianeta DiversAbilità

La Costituzione Apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis sull’Eucarestia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, promulgata nel 2007 da Benedetto XVI, al numero 58 intito­lato Actuosa participatio degli infermi afferma: “Un’attenzione particolare deve essere riservata ai disabili; là dove la loro condizione lo permette, la comunità cristiana deve favorire la loro partecipazione alla celebrazione nel luogo di culto”.

Qduanto sopra espresso dal pontefice emerito Benedetto XVI è espressivo di un non totale adeguamento alle norme vigenti circa l’abbattimento delle barriere architettoniche, anche nei luoghi di culto. Con l’espressione “favorire la partecipazione” dei disabili alla cele­brazione eucaristica, non si intende però soltanto effettuare l’abbattimen­to delle barriere architettoniche che impediscono l’accesso alla chiesa, ma significa anche coinvolgere il disa­bile nella liturgia in modo integrale, nel limite delle proprie capacità. Nelle assemblee eucaristiche, infatti, è raro vedere per esempio un disabi­le che svolga il ministero del lettora­to; questo perché l’unico luogo nella liturgia destinato alla proclamazione della Parola di Dio è l’ambone. Que­sti infatti è inaccessibile perché è si­tuato sull’altare. Da ciò, ne scaturisce una domanda: Perché non rendere accessibile anche il presbiterio, se anche a livello architettonico, come è giusto, bisogna dare rilevanza alla Parola?

I dovuti adeguamenti possono esse­re fatti. Non è ammissibile, secondo lo scrivente, anteporre come limite, per l’esecuzione degli stessi, il de­coro liturgico. Non si chiede infatti di distruggere l’altare, di sopprimere l’ambone. Il disabile è membro del popolo di Dio ed in quanto tale ha anche il diritto, se competente e se­condo le necessità della propria co­munità parrocchiale e diocesana, di poter proclamare la Parola a cui dice il suo si obbedienziale ogni giorno. Con ciò, i disabili non vogliono procurarsi delle occasioni di pro­tagonismo per minimizzare la loro frustrazione dovuta alla condizione di minorità in cui si trovano ma dare il loro contributo all’edificazione del corpo di Cristo con il loro esempio nella liturgia.

U n altro elemento che potrebbe diventare occasione involontaria di esclusione è la catechesi.Ogni ufficio catechistico diocesa­no infatti dovrebbe predisporre corsi di formazione per tutti i catechisti circa le diverse possibilità di fare catechesi alle persone con disabilità psichiche e fisiche.

È vero che il Settore catechesi per le persone disabili della Cei ha attivato dei corsi di formazione circa questo ambito in 130 su 220 diocesi italiane, ma è anche vero che questo progetto non è ancora stato accolto da tutti e non è diventato una realtà permanente. Perché non accogliere questo progetto? Perché non accogliere così la persona uma­na sempre e comunque, secondo la logica del Vangelo? Lo dice per esperienza lo scrivente: non basta avere i posti in prima fila durante la liturgia ma occorre sentirsi parte attiva del Popolo di Dio che durante la celebrazione eucaristica svolge un ruolo passivo nel ricevere la grazia santificante, e un ruolo attivo nel ri­spondere con l’offerta della propria vita come dono a Dio.

T utto ciò non vuole essere deni­gratorio nei confronti dei parroci i quali in quanto esercitanti una paternità spirituale sono de­gni di rispetto, di attenzione e di comprensione nel momento in cui commettono un errore.

In realtà, bisogna che si cambi l’intero sistema di relazioni all’inter­no delle nostre comunità cristiane affinché, come dice Papa Francesco, “la persona malata o disabile pro­prio partendo dal suo limite diventi testimone dell’incontro: l’incontro con Gesù”.

(9. continua)

di Simone Stifani

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