Chiamati a evangelizzare la nostra vocazione

Vita Consacrata
VANGELO PROFEZIA SPERANZA

Carissimi, la recente assemblea della Cism (Conferenza Italiana Superiori Maggiori) tenutasi a Tivoli dal 3 al 7 novembre 2014, con la partecipa­zione di 122 superiori maggiori, si è conclusa con un evento eccezionale: l’incontro con il Santo Padre France­sco. Un’esperienza unica che desidero condividere con tutti voi, nella speran­za che le parole, lo stile e la vicinanza espressa dal Santo Padre ci aiutino a vivere con maggiore generosità ed im­pegno la nostra consacrazione religio­sa.
L’udienza tenuta nella Sala Cle­mentina è in se stessa segno della grande attenzione che il Papa riserva alla vita religiosa. Come già ci aveva confidato il segretario della Congrega­zione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, Mons. José Rodriguez Carvallo, il Papa segue personalmente le varie problematiche della vita religiosa e confida molto nella grande ricchezza che la vita reli­giosa può trasmettere alla Chiesa inte­ra. Il clima dell’incontro, durato poco meno di un’ora, è stato familiare. [...]Quasi spogliandosi della sua autorità ci ha parlato più da religioso che da Papa, soffermandosi sui nodi decisivi della vita religiosa.

INIEZIONE DI FIDUCIA

Una frase, più di tutte, ha catturato la mia attenzione: “la vita religiosa fa bene alla Chiesa!”. Venivamo da una settimana di analisi e discussione sul­la realtà e i problemi che oggi i consa­crati sono chiamati ad affrontare come la riduzione del numero di religiosi, l’aumento del numero dei religiosi anziani, la grave crisi vocazionale, la necessità di chiudere le case e di con­vertire le strutture, le problematiche connesse alla crisi economica che col­pisce duramente le attività degli isti­tuti religiosi, da quelli impegnati nel campo dell’educazione e dell’editoria a quelli impegnati nell’assistenza sa­nitaria e nell’accoglienza dei poveri e degli immigrati. Le parole del Papa sono state una illuminante iniezione di fiducia e di speranza. “La vita re­ligiosa fa bene alla Chiesa!”. È innan­zitutto un grande dono di Dio che aiuta la Chiesa a mantenere sempre forte il legame con il Vangelo di Gesù, con le esigenze del Regno, con la storia gravi­da di tensioni profonde e bisognosa di testimoni coraggiosi.

LA VITA FRATERNA

Quale aspetto della vita religiosa fa più bene alla Chiesa? È paradossa­le, ma ciò di cui la Chiesa ha bisogno della vita religiosa è ciò che, special­mente nel momento attuale, costitui­sce il suo più grande punto “debole”: la vita fraterna. E su questo punto il Papa gesui­ta sfodera tutta la sua concretezza: la vita fraterna non è facile! L’invito di non cedere al “terrorismo delle chiac­chiere”, invito fatto allontanando il suo sguardo dal testo scritto, è allo stesso tempo un severo monito ed una calda esortazione. Il chiacchie­riccio inutile, la diffamazione facile, il parlare per allusioni, le mezze parole, ma anche i silenzi pesanti, l’atteggia­mento saccente di chi è sempre pron­to a dare lezioni agli altri, le inutili sentenze di chi, quasi compiacendosi dei fallimenti e degli errori è sempre pronto a concludere con un “l’avevo detto io!” oppure un “lo sapevo come andava a finire!”, sono un tarlo della vita religiosa, una tentazione facile, una tendenza distruttiva. Cari fratelli dobbiamo ritornare a credere nella vita fraterna: non abbia­mo scuse! Se l’apostolato ci allontana dallo stare con i fratelli, quell’aposto­lato non è benedetto da Dio, perde la sua efficacia mascherandosi da inutile efficientismo. Quell’apostolato non fa bene né alla Chiesa, né al singolo re­ligioso! Se la differenza di sensibilità ci porta ad irrigidirci sulle nostre po­sizioni, senza dare spazio all’ascolto umile e sincero, ci priveremo di una grande ricchezza che è propria della vita religiosa: l’unità che non teme la diversità. Questa chiusura non fa bene alla Chiesa! Chi si allontana dal­la comunità si allontana da se stesso e dal progetto di Dio sulla sua vita. Non abbiamo altre garanzie per rimanere fedeli alla nostra vocazione se non la condivisione fraterna. La fraternità re­sta l’opera più grande che il Signore ci chiama a realizzare, la testimonianza più coraggiosa che il mondo ci chiede.
[...] Il peccato è una realtà che ci obbliga a fare i conti con i nostri limi­ti e soprattutto con il nostro orgoglio. Il Papa ci invita a non aver paura dei nostri errori. L’esperienza del perdo­no offerto e ricevuto è l’anima di ogni comunità. Il linguaggio e i gesti del perdono sono l’unica medicina che guarisce le ferite del cuore, che spesso sanguinano per anni, perché non ab­biamo il coraggio di curarle. [...]

PROFETI E TESTIMONI

noi consacrati si chiama “profezia”. Essere profeti significa prima di tutto essere testimoni. Il testimone rimanda ad un “altro” a cui si dà testimonian­za. Il testimone è quella persona la cui esistenza è tale a indurre gli altri a porsi seri interrogativi sul senso della propria vita. La profezia nella Chiesa ed in particolare nella vita religiosa, se­condo il Santo Padre, deve avere due caratteristiche: la santità e l’essere segno di contraddizione di fronte “alle mode” del mondo. Queste due carat­teristiche richiedono tanto coraggio e questo coraggio può solo venire dal­la consapevolezza che le scelte che il Signore ci chiede rifuggono dalle mezze misure, dai falsi compromessi che appaiono necessari a chi pensa secondo la logica di questo mondo. È il coraggio che ci permette di uscire dalla pigrizia e dall’inerzia, dalla au­toreferenzialità. Papa Francesco ci in­vita ad un’opera di “decentramento” nello spirito del carisma degli istituti religiosi. Il centro della storia non sia­mo noi: è Cristo. Non è forse questo il primo messaggio che mosaico di San Tommaso in Formis ci suggerisce?
“Il coraggio - affermava S. Agosti­no - è amore che sopporta ogni cosa in vista di ciò che ama”. Il coraggio è virtù del cuore (deriva dal latino cor-habeo), che ci libera dal ripiegamento su noi stessi e ci spinge ad “uscire”, a “piantare”, sull’esempio dei nostri Santi Fondatori, nei solchi della storia i semi del Regno.

“MI RACCOMANDO”

Il coraggio non si improvvisa, come ammoniva il Manzoni, non ce lo possiamo dare. Da dove attingerlo? E a questa domanda il Papa risponde con tono fermo e deciso: la preghiera, l’adorazione, e sollevando lo sguardo aggiunge: “mi raccomando!”. La pre­ghiera ci aiuta a custodire un duplice rapporto: col Padre e con la Chiesa.
La preghiera ci fa sperimentare la paternità di Dio, fondamento della vera fraternità. La preghiera rinsalda il legame di fede che ci unisce tutti nell’amore di Cristo. Pregare e pregare insieme non è un semplice dovere per le nostre comunità, è il fondamento si­curo su cui costruire ogni progetto. Se i nostri programmi umani falliscono dobbiamo chiederci quanta preghie­ra hanno alle spalle. Se non vogliamo compiere il tragico errore di scambia­re i nostri capricci e le nostre fissazio­ni con la volontà di Dio, non abbiamo altra scelta: metterci in ascolto del Signore, con perseveranza e in comu­nione con la Chiesa. Quando il Papa ci chiede di pregare per lui, ci invita a riscoprire la vera forza della nostra vita, il cemento della vita fraterna.
Salutandolo personalmente alla fine dell’udienza gli ho portato il sa­luto e la preghiera delle nostre comu­nità. Mi ha chiesto di ricambiare il sa­luto e di continuare a pregare per lui.

di Fr. Luigi Buccarello

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