Papa Francesco campione paraolimpico

Pianeta DiversAbilità

“Non puoi decidere il tuo desti­no. Ma puoi decidere come affrontarlo”, “Con la testa e con il cuore si va ovunque”. Sono alcune delle espressioni di Giusy Versace nel suo libro autobio­grafico che racconta la storia della sua nuova vita. Una vita che inizia, lo afferma lei stessa, nel momento in cui perde le gambe in un incidente stradale. Naturalmente i primi mesi sono terribili come è terribile l’ab­bandono di chi considerava amico, come è terribile accorgersi all’im­provviso di non avere più le gambe. Alla fine però arriva la svolta: nel 2008 Giusy conosce Antonio, il suo futuro fidanzato che corre con una sola gamba e che le propone di iniziare a correre. Giusy si accorge che correre è la sua vera vocazione alla quale Dio l’ha chiamata attra­verso un modo forse discutibile e traumatico. Anche lei però si scon­tra ben presto con la mentalità del mondo che è più complicata della disabilità. Iniziano due anni di lotte burocratiche e dispute mediche ma finalmente Giusy ottiene l’autorizza­zione Inail a far realizzare le protesi da corsa. Ecco il vero problema: la burocrazia, l’ignoranza umana come si pongono di fronte ad una persona che nonostante tutto vuole vivere e questa vita le viene dallo sport.

Ciò che ha vissuto Giusy è pa­radigmatico di ciò che vive lo sport paraolimpico in Italia. Esso vive una sorta di estromissione dallo sport italiano. Lo sport para­limpico infatti in Italia è considerato appannaggio, invenzione, contenti­no di chi non ha avuto fortuna nella vita e tenta disperatamente di porvi rimedio. Una realtà molto spesso oscurata e volutamente non presa in considerazione quella delle associa­zioni che raggruppano atleti disabili.

Nel Salento, a Lecce, vive Grazia Turco, campionessa nazionale in handbike. Un grande risulta­to raggiunto da Grazia che ha sempre creduto che lo sport è uno dei mezzi di integrazione, rico­nosciuto da enti sportivi e no. Un problema importante però riscon­trato da lei e da molte associazioni sportive paralimpiche sparse in Italia è il finanziamento. Scarseggia­no le sponsorizzazioni le quali sono offerte a pseudo società sportive che purtroppo non hanno come obiettivo l’integrazione. Non sussiste dunque da parte dello Stato un adeguato finanziamento per questi sport con­siderati “minori”. Anzi, se lo Stato fa qualcosa è il taglio dei fondi al Cip (Comitato Paralimpico Italiano). È di queste ultime settimane la notizia che il governo Renzi ha emanato i finanziamenti per le diverse catego­rie sportive: al Comitato paralimpico andranno appena 100mila euro a fronte dei 990mila euro destinati all’atletica leggera, degli 800mila euro destinati alla Federazione di arti marziali, dei 613mila euro destinati al ciclismo, dei seicentoses­santamila euro destinati al basket. E potremmo continuare. A differenza degli altri sport, il Cip a causa di questi scarsi finanziamenti non po­trà sostenere molte attività sportive. Da questa situazione scaturiscono alcune riflessioni.

Perché lo sport che è nato come strumento di aggregazione, oggi è diventato privilegio per pochi? Si è smarrita così la dimensione valoriale dello sport per i disabili così come afferma il presidente del Comitato italiano paralimpico Luca Pancalli “La dimensione valoriale dello sport paralimpico - spiega Pancalli - è quella di avere fede in se stessi: lo sport ci insegna a prende­re consapevolezza di ciò che non puoi più fare e di ciò che invece puoi fare, con lo sport è possibile riappropriarsi della propria vita”. Concludiamo con le parole di Papa Francesco che, rivolgendosi agli atle­ti italiani paralimpici, afferma “lo sport diventa un’occasione […] per favorire la cultura dell’inclusione e respingere la cultura dello scarto”. E ancora “la disabilità […] mediante la pratica sportiva e il sano agoni­smo si trasforma in un messaggio di incoraggiamento per tutti coloro che vivono situazioni analoghe alle vostre, e diventa un invito ad impe­gnare tutte le energie per fare cose belle insieme, superando le barriere che possiamo incontrare intorno a noi, e prima di tutto quelle che ci sono dentro di noi”

 

(10. continua)

di Simone Stifani

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