MONS. NUNZIO GALANTINO: ‘Riveder le stelle’ reinventando un nuovo umanesimo

Chiese D'Italia
VERSO FIRENZE 2015

“Il mondo propone di imporsi a tutti i costi, di competere, di farsi vale­re… Ma i cristiani, per la grazia di Cristo morto e risorto, sono i ger­mogli di un’altra umanità, nella qua­le cerchiamo di vivere al servizio gli uni degli altri, di non essere arroganti ma disponibili e rispettosi. Questa non è debolezza, ma vera forza! Chi porta dentro di sé la forza di Dio, il suo amore e la sua giustizia, non ha bisogno di usare violenza, ma parla e agisce con la forza della verità, della bellezza e dell’amore”. All’indomani della Pasqua queste parole di Fran­cesco fotografano la condizione di un mondo che ha assistito attonito alla tragedia del campus universitario di Garissa con il martirio di 148 giovani cristiani. L’appello del Papa non inci­ta allo “scontro di civiltà” e neanche si adegua al mutismo e al linguaggio felpato delle diplomazie internazionali. Chiama per nome le cose senza incita­re alla “guerra santa”, magari travestita da inconfessati interessi occidentali. Emerge così quella “differenza” del cristianesimo che è la via migliore di tutte e che probabilmente, a lungo an­dare, non può lasciare indifferente il nostro mondo, per quanto distratto e annoiato.

Ritrovare in mezzo alla barbarie di questi giorni la consapevolezza e l’orgoglio dell’identità cristiana, vuol dire riprendere l’iniziativa e stare al mondo senza rinunciare al proprio contributo di verità, di amore e di bellezza. Proprio questa è la “prete­sa” dell’ormai prossimo Convegno ecclesiale nazionale di Firenze (9-13 novembre 2015) che intende ripresen­tare a tutti “il nuovo umanesimo in Gesù Cristo”. Non sarà una riflessione asettica su questa nostra condizione storica tormentata da nuovi fondamen­talismi religiosi e da antichi fenomeni di ingiustizia, ma un’occasione per ri­leggere insieme l’ora presente e intro­durvi “i germogli di un’altra umanità”.

La presenza del Papa al Conve­gno prevista per il 10 novembre, che comincerà la sua intensa giornata da Prato per poi giungere a Firenze, of­fre la cifra interpretativa più giusta: si vuol guardare “dal basso verso l’alto” la condizione umana di oggi, a partire da una città multiculturale e segnata dalla crisi. Lo sguardo rasoterra non significa abbandonare la pretesa di offrire al mondo il contributo della fede, ma sintonizzarsi adeguatamen­te sul concreto per poi essere aderenti nella proposta. Proprio l’ascolto del mondo contemporaneo, che rimanda all’atteggiamento né subalterno né aristocratico della Gaudium et Spes, è stata la sensibilità fin qui espressa nella preparazione all’appuntamento fiorentino, grazie alla relativa Traccia. In essa sono state esemplificate cinque vie che intendono descrivere il percor­so che attende la Chiesa italiana per di sviluppo e di cambiamento dell’esi­stente. Dire “vie” evoca subito un ap­proccio concreto ed esigente che non si accontenta di analisi sociologiche e si lascia sfidare dall’offrire soluzioni possibili e a portata di mano.

La prima è uscire, cioè decentrare il modo abituale di guardare alla real­tà che ci colloca sempre al centro men­tre le cose stanno diversamente. Que­sta via significa imparare a guardare le cose da vicino, senza frapporre i nostri pregiudizi consolidati e lasciandosi misurare dalla realtà che è sempre più stimolante delle nostre idee su di essa. Percorrere questa via vuol dire ritro­vare il realismo che non ci consegna ad astratti principi e si lascia stanare dalla complessità di una cultura che annaspa, sotto l’impulso di una tec­nica e di una economia che snaturano gli esseri umani.

Poi c’è la via dell’annunciare che indica la missione della Chiesa chia­mata a dar voce al Vangelo di cui molti hanno perso il gusto, confon­dendolo con una delle morali e delle ideologie a disposizione nel mercato del sacro. Camminare su questa via si­gnifica riproporre il volto autentico di Dio come è testimoniato dalla vicenda di Gesù di Nazareth consentendo quel­la conoscenza di prima mano che sem­pre affascina e convince anche i più lontani. Come annota infatti, l’Evan­gelii Gaudium: “Tutta la vita di Gesù, il suo modo di trattare i poveri, i suoi gesti, la sua coerenza, la sua genero­sità quotidiana e semplice, e infine la sua dedizione totale tutto è prezioso e parla alla nostra vita personale. Ogni volta che si torna a scoprirlo, ci si con­vince che proprio questo è ciò di cui gli altri hanno bisogno…” (265).

Quindi c’è la via dell’abitare che tradisce la scelta di una condivisione non episodica o di facciata, ma una vera adesione alla serie dei proble­mi sul tappeto con l’impegno a por­vi rimedio. Il cattolicesimo italiano si è sempre distinto per il suo carattere popolare, cioè di immersione dentro le fatiche e le sofferenze della gen­te. Questa strada va percorsa ancora grazie alla capacità della comunità cristiana di essere là dove molti se ne vanno, garantendo presidi di umanità e di socialità laddove anche le istitu­zioni tendono a battere in ritirata.

Non sono solo le parrocchie sempre dislocate nei nuovi quartieri-dormitorio ad essere chiamate in causa, ma anche e ancor prima la capacità di pensare alla città. Ciò sarà possibile solo grazie a persone che facciano dell’impegno politico un’occasione di trasformazio­ne al di là di facili populismi e di abi­tuali conservatorismi.

Ancora la via dell’educare ci si para davanti a ritrovare la strada ma­estra di concentrarsi sulla formazione delle persone e delle coscienze prima e al di là di altri pur necessari investi­menti. La qualità viene sempre prima della quantità e soltanto un’educazio­ne che insegni a pensare criticamente ed offra un percorso di maturazione nei valori abilita ad un esercizio la libertà che resta la meta della vita umana, anche se spesso contraddetta da sempre nuove e sofisticate contraf­fazioni.

Infine ci si imbatte nella via del trasfigurare che svela una maniera di guardare alle cose che non è prigio­niero dei dati di fatto e si lascia ispira­re da un’altra percezione che fa vedere oltre le apparenze. Corollario di que­sta possibilità è un diverso rapporto con il tempo che va sottratto alla pre­sa totalitaria del fare e va ricondotto nell’alveo del contemplare, non senza momenti di pausa e di interruzione del meccanismo della produzione che ci rende poi dei semplici consumato­ri a nostra volta. Da questo punto di vista la domenica appare come una battaglia di civiltà prima ancora che di spiritualità perché restituisce l’uo­mo alla sua nativa capacità di vivere per vivere e non per lavorare.

Camminando si apre cammino! L’augurio è che incrociando le vie di Firenze sappiamo tornare ad interro­garci su ciò che ci rende più umani e così migliorare non solo noi stessi, ma perfino l’ambiente in cui siamo im­mersi. Tornando a “riveder le stelle” come suggerito dal poeta che ha im­mortalato quell’umanesimo concreto del suo tempo. Che spetta a noi oggi reinventare insieme.

di Nunzio Galantino
Segretario generale Cei

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