Intervista a Padre Gaetano Del Percio e a Padre Pier Luigi Nava

VITA TRINITARIA
IL CAPITOLO PROVINCIALE

Disarmante nella sua semplicità, sensibile e pronto all’ascolto. Pre­muroso e pronto a confortarti, a metterti a tuo agio, come a chie­derti scusa del fastidio che indiretta­mente crea nell’interlocutore. Non senza stupore, ha accolto l’invito a vo­ler parlare con me, chiedendomi, alla fine, di tagliare tutto: “A chi possono interessare le mie cose, la mia vita? Ho solo scelto di voler servire il Signore e di amarlo nei fratelli. Così, come vie­ne, senza pretese”.

Eccoci qua, seduti in cappella, a conclusione della celebrazione eu­caristica, liturgia animata dal suono dell’organo che padre Gaetano suona con bravura ed esperienza, a sostene­re, ad accompagnare la preghiera del­la Comunità monastica.

Rieletto alla responsabilità del Ca­pitolo provinciale, ruolo svolto come fosse parte integrante del suo servizio. Ha conosciuto e collaborato con quat­tro Ministri provinciali.

Da quanti anni, Padre Gaetano, sei se­gretario del Capitolo?

Ad essere molti, veramente, sono mol­ti. Non per meriti miei, ma forse per una forma di affetto.

Che tipo di esperienza si è fatta in tutti questi lunghi anni?

Ho cercato di servire i fratelli. Pur­troppo, diciamo così, non è che sono riu­scito tanto puntuale a soddisfare tutte le varie richieste. Specialmente adesso che la Provincia si è allargata a tanti altri setto­ri, è diventata internazionale, multicultu­rale, eccetera. Però devo dire e confessare che mi ha dato una grande mano il Padre Provinciale nell’espletamento di questo ufficio. Certo, devono essere gli altri a giu­dicare se sono riuscito più o meno a soddi­sfare le varie esigenze.

Che cosa ti rende felice del lavoro che fai? Ma, sei felice del lavoro che fai?

Uno è felice specialmente quando com­pie il proprio dovere. Da quando sono ar­rivato ho fatto il mio dovere. Questo mi dà una certa soddisfazione. Poi, devo dire che, insieme a questo ufficio, ho molti al­tri fronti aperti. E quando si hanno tanti fronti aperti la guerra si perde. Quindi, non posso dedicare tutto il tempo che l’uf­ficio merita. Però devo dire che la mano del Provinciale è stata una mano sostanziale, una mano forte. Abbiamo ordinato meglio le cose.

Sei la memoria storica della Provincia. A quanti Ministri provinciali hai fatto il segretario in tutti questi anni?

Ne ho visti quattro: Padre Damiano Zarrella, Padre Angelo Cipollone dieci anni, Padre Nicola Rocca e ora Padre Gino Buccarello.

Ci litighi qualche volta con il Provincia­le?

E si, come no! Specialmente con questo ultimo. Perché è un perfezionista. Allora io gli ho raccontato il fatto di quel detenu­to semilibero che abbiamo accolto nella no­stra casa. L’altro era fuori dopo sette anni. Mica potevamo ricevere un angelo. Come lavoro faceva l’idraulico in convento. Quando aveva dei momenti liberi correva, persino rubava nei bagni i rubinetti. Per metterli poi nel lavoro verso i clienti: sfa­sciava i muri per prendere i tubi. I padri, naturalmente erano angustiati con me. Mi dicevano: “Questo non lo possiamo gesti­re, bisogna mandarlo via”. Premetto che abbiamo avuto un’altra esperienza verso questi detenuti. Abbiamo avuto uno che veniva con noi a pregare nella cappella. Sapeva orientarsi bene nel lavoro dell’uf­ficio. Ha preso dei lavori all’estero. Ci te­lefona continuamente per ringraziarci di questa permanenza, di questa accoglien­za. Quest’altro è assai difficile da gesti­re. Un giorno gli ho chiesto: “ma perché Giorgio fai questo? Io ho tanta attenzione per te. I padri si angustiano, vogliono che ti mandi via. Perché hai fatto queste cose? Hai rubato la formaggiera dei poveri, l’af­fettatrice, i rubinetti. Vedi quanti guai hai fatto?”. E lui mi dice: “Padre Gaetano, queste sono fesserie”. Allora io ho detto al padre provinciale la stessa cosa: sono fesserie. Riconosco, però, che il servizio è fatto meglio con la sua mano.

Come vivete il senso della comunità?

Certamente è vissuta con quelli che sono i pilastri della vita comunitaria: la preghiera comune, il lavoro, dalle azio­ni comune, a refettorio, darsi una mano l’uno con l’altro. Con la sensibilità verso l’altro, specialmente quando è ammalato, verso l’anziano della comunità. Esci fuori e senti che sei solo. Vado a fare una com­missione e senti che sei solo. Quando si ha questa sensibilità senti che la comunità si vive.

Padre Gaetano, la tua è stata una vo­cazione spontanea? Come ricordi sia nata?

Dopo le elementari, dovevo andare a fare le medie ad Avellino. Nel mio paese non c’erano le scuole. Eravamo nove fra­telli e mio padre non aveva il posto fisso, faceva il cantoniere e gestiva una tratto­ria. Ci arrangiavamo così. I miei genitori non potevano tenermi agli studi. Chiesero consiglio al parroco del paese che suggerì di inviarmi a studiare in seminario. “Non vi preoccupate. Se non avrà voglia di pro­seguire, se non è la sua vocazione, tornerà a casa, intanto avrà fatto degli studi. Gli suggerisco di fare questa esperienza”. An­dai così a Somma Vesuviana dove c’erano questi padri trinitari, molto disponibili. In taxi mi accompagnarono lassù. Io mi sono sentito tanto contento di inserirmi fra tanti ragazzi. Raramente mi venivano a trovare i genitori. La mia mamma mi chie­deva come mai io stavo sempre con loro anche quando veniva a trovarmi. Così, come si dice? A cantare si impara cantan­do, a camminare camminando, stando lì, feci mia la scelta.

Che ne pensi di questa realtà di Bernal­da? Cosa hai provato quando l’hai vista la prima volta?

Per me è una realtà eccezionale. Sembra una casa da favola. Quando la vedi la sera… poi quel presepe… Sono cosette piccole che creano delle sfumature ecce­zionali. Ammiro soprattutto quella grande capacità or­ganizzativa del padre rettore, di padre Angelo. E’ stato lungimirante. Ha trovato tante difficoltà, nel Consi­glio, per mandare avanti i vari lotti di lavoro, per i sol­di che ci volevano. Però alla fine è stato premiato, per questa sua capacità ad insistere, per la sua caparbietà a far comprendere agli altri che non avevano questa visuale lunga come lui. Però, alla fine ha dimostrato di aver ragione. Noi siamo contenti adesso perché questa casa acquista una ragione attraverso l’accoglienza degli anziani, l’accoglienza di questi disabili si dà un colore ed una ragione a questa casa di esistere. Naturalmente realizza quello che è il nostro desiderio della liberazio­ne, dell’aiuto verso i bisognosi, soprattutto dell’aiuto che si dà alle famiglie. Non solo i bisognosi fisicamente e psichicamente, ma dona lavoro anche alle famiglie. Questo conta molto. Lamentiamo che il nostro Ordine è nato come Ordine mendicante, ma, a quel tempo, si voleva dare una correzione, una direzione diversa alla Chiesa di quel tempo, che era ricca di privilegi. C’e­ra l’esigenza di dare più importanza allo spirito che al corpo. Questo stile, questo amore per la povertà, è stato esportato, a quei tempi, si affermò il senso religioso, ma non il senso sociale, del lavoro. Hanno fatto molte chie­se, ma non hanno fatto le fabbriche. Questo avveniva nell’America. Qui abbiamo questo felice equilibrio, questa felice combinazione che padre Angelo ha saputo creare: curare lo spirito, curare il malato e le famiglie che vi operano accanto.

Come vedi il futuro del tuo Ordine?

Difficile rispondere: per farlo bisogna avere lo spi­rito dei profeti. Però, in tante cose siamo stati smentiti. Quando pensavamo che la Provvidenza fosse lontana da noi, puntualmente è arrivata. Bisogna avere molta fiducia nel futuro. Adesso stiamo sviluppando queste vocazioni che ci sono in Africa, in Polonia, ecc. Sono bravi e ben disposti. Ma ci vuole una maggiore infor­mazione e formazione permanente. Bisogna fare un lavoro più assiduo, costante su questa multicultura­lità. Ormai quella è la via. Lo sviluppo delle nazioni si è avuto anche attraverso queste emigrazioni, queste contaminazioni di diverse culture. Anche negli Ordini religiosi dobbiamo vederli in questa maniera.

Un grande dolore e una grande gioia nella tua esperienza di trinitario.

Una grande gioia: il Signore mi ha dato bellissimi anni di vita. Il dolore, non essere stato così attento a sviluppare, sfruttare questo tempo al suo santo servi­zio. Forse a tirare le somme, i sacchi delle buone ope­re non sono abbondantemente pieni. Il Signore, nella sua misericordia, celebriamo il Giubileo della Miseri­cordia, speriamo che abbia pietà di me. Confido che il Signore perdoni le nostre debolezze e i nostri limiti.

Grazie.

Grazie a te che mi hai fatto fare un dialogo così im­provvisato, ma è stato spontaneo!

Quasi incredulo per essere stato intervistato, per le risposte che mi ha dato, come stupito, ci lasciamo con il cuore ricco della gioia di chi sa aprirsi all’altro per donarsi.

di Franco Deramo

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