Testimonianza nel Duomo di Novara L’altare dedicato alla Madonna del Riscatto

TRACCE TRINITARIE
ARTE & DEVOZIONE

“Il 3 settembre 1820, festa del Bea­to Padre Riformatore Trinitario scalzo, il Beato Padre fra Giovan­ni Battista della Concezione, cele­brandosi il triduo solenne della sua beatificazione, fatta l’anno 1819 del medesimo mese di settembre il 26, celebrandosi in San Carlo alle Quat­tro Fontane dai Padri Trinitari scalzi il suddetto triduo, il 3 settembre 1820, ecco cosa mi seguì nel mio spirito dopo la santa comunione”.

“E vedo con mio sommo stupore questa divina Madre vestita dell’a­bito trinitario. Era così bella e così amabile che non mi è possibile poter­lo spiegare. Era circondata da molti santi angeli che portavano indosso il sacro scapolare trinitario. La Vergine santissima mi parlò: io sono la protet­trice e la fondatrice di questo sacro­santo Ordine Trinitario”.

Queste poche righe, tratte dal dia­rio spirituale della Beata Elisabetta Canori Mora, del Terz’ordine dei Trinitari scalzi, sono la guida perfet­ta per avvicinarsi all’altare della Ma­donna del Riscatto, primo degli altari della navata sinistra del duomo di Novara.

LA CONFRATERNITA

Il 20 aprile 1652 la Confraternita della Beata Maria Vergine della Con­solazione, eretta nella Cattedrale di Novara, viene aggregata al Terz’ordi­ne degli Scalzi della Santissima Tri­nità e degli Schiavi presso la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane a Roma, ricevuto il benestare dell’allo­ra vescovo Benedetto Odescalchi, poi Beato Innocenzo XI Papa. Con questo atto la confraternita accedeva alle in­dulgenze e ai privilegi propri dell’Or­dine. La confraternita, già presente in città prima della fine del XV secolo, appare nei primi documenti nel 1478 in seguito al legato ereditario del ca­nonico Stramazzi.

L’ICONOGRAFIA

L’altare, con il suo ricco simboli­smo, è stato concepito come un vero e proprio progetto di vita per i membri della confraternita e una proposta viva per ogni visitatore del passato come del presente. Sulla sommità della ci­masa che corona l’altare sono seduti due angeli che sorreggono la Santa Croce, quello alla destra indica la cro­ce stessa e quello alla sinistra indica la conchiglia, simbolo del pellegrino,


facendo intendere così che il pellegri­naggio terreno deve procedere guar­dando alla Croce e fine di ogni fedele è giungere a Cristo, Luce del mondo. Gli angeli posti all’estremità della ci­masa invitano anch’essi il visitatore a guardare alla Croce, simbolo di sal­vezza.

Nello stesso riquadro si vedono anche tre volti angelici avvolti in una nube circolare, simbolo di perfezio­ne. Questa è la rappresentazione del­la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. Il monaco russo Andrej Rublev tra il 1422 e il 1427 dipinse la famosa icona della Trinità, altrimenti nota come Ospitalità di Abramo (Ge­nesi 18,1-15), ispirandosi ai Padri della Chiesa che videro il Signore nei tre an­geli giunti alle querce di Mamre.

L’episodio biblico ricorda ai fede­li di temere il Signore come Giudice Giusto, gli angeli sono diretti a So­doma e Gomorra per distruggerle, di rispettare la sua Legge, ma anche di amarlo come Padre Buono e Salvato­re Misericordioso che non disdegna di fermarsi ad ascoltare Abramo per la salvezza degli uomini. Dio Santo, Potente e Verace a cui nulla è impos­sibile, lo testimonia il realizzarsi della promessa di una discendenza fatta ad Abramo e Sara. La stessa Trinità Santa pronuncia le parole Ipsa redimet, poste sopra l’ancona dell’altare, un invito a rivolgersi a Maria Santissima come me­diatrice di grazie. Lei redime.

Nella Nicchia, al centro dell’an­cona, la statua lignea della Madonna veste l’abito trinitario. La statua con bambino ridipinta successivamente, insieme agli angeli, ha perso l’origina­le veste bianca dell’abito dell’Ordine.

Con la mano destra la Vergine Santa è fissata nell’atto di porgere uno scapolare, o una cintola, mentre con la mano sinistra sorregge il bambino Gesù anch’egli vestito con lo scapolare trinitario. La statua del divin Bambi­no tende verso i fedeli uno scapolare con la mano destra mentre con l’altra mano regge un globo dorato sormon­tato da una croce, simbolo della sua regalità.

In origine è molto probabile che la Madonna del Riscatto porgesse un sac­chetto, di pelle o di tessuto, contene­te delle monete mentre Gesù bambino porgeva effettivamente degli scapolari, ma dell’Ordine trinitario.

Questa immagine ci riporta alle origini dell’Ordine della Santissima Trinità e degli Schiavi, al suo proprio antico carisma. Il mosaico cosmatesco di San Tommaso in Formis sul Celio a Roma, realizzato nel 1210 e stemma dell’Ordine trinitario, ricorda la visio­ne avuta da San Giovanni de Matha durante la sua prima messa, il 28 gen­naio del 1194, ottava di Sant’Agnese. Cristo apparve al Santo, al momento del canone, assiso in trono tra due schiavi incatenati alle caviglie, uno bianco alla sua destra e uno nero alla sua sinistra.

La statua della Madonna del riscatto ci porta, invece, a una delle redenzioni operate direttamente da Ssan Giovanni de Matha qualche anno dopo, quando a Tunisi si trovò privo dei mezzi suffi­cienti per portare a termine un riscatto di schiavi. Invocata ardentemente, la Madre di Dio apparve al Santo, figlio prediletto, porgendogli un sacchetto contente quanto necessario per con­cludere l’opera intrapresa e liberare i “captivi”, prigionieri in mano mussul­mana, a rischio di perdere la fede in Gesù Cristo. Ipsa redimet.

La devozione mariana appartiene all’Ordine trinitario sin dalla sua fonda­zione ed è proseguita, di generazione in generazione, tra i “figli” di San Gio­vanni de Matha sino ai giorni nostri. Le due statue di angeli ai lati della Ver­gine, uno dei quali indossa lo scapo­lare trinitario, sorreggono il mantello azzurro di Maria fissato alle estremità superiori da una fibbia di color rosso. “Era circondata da molti santi angeli che portavano indosso il sacro scapo­lare trinitario”.

Ai lati dell’ancona troviamo le sta­tue lignee di due schiavi, uno giovane e uno anziano, con i polsi ancora ser­rati da ceppi e catene. Originariamente le statue erano policromate in bianco e in nero, nei primi del novecento però fu deciso di bronzarle nascondendo così una parte significativa dell’iconografia dell’altare. Oggi si può solo supporre quale delle due statue sia bianca e qua­le sia nera osservando la diversa postura dei due schiavi, in attesa delle verifiche degli esperti. Il più gio­vane, alla destra della Santa Vergine, sembra proteso verso la Madonna con la mano sinistra sul proprio cuore in uno slancio d’amore e di devozione, quindi sembrerebbe essere uno schia­vo cristiano. Alla sinistra invece lo schiavo è rivolto con il corpo, a mani giunte in segno di supplica, verso i fedeli in cerca della loro misericordia, pur non distogliendo lo sguardo dal­la Gran Madre di Dio. Questo può far pensare che si tratti di uno schiavo musulmano quindi di carnagione scu­ra, non necessariamente nera, come le popolazioni arabe. I tratti dei volti, in particolare i nasi e i capelli, sembrano andare verso questa conclusione.

A Roma sull’ingresso della chiesa della Santissima Trinità degli Spagno­li, in via dei Condotti, è riprodotta la visione angelica avuta da Papa In­nocenzo III prima di concedere a San Giovanni de Matha e a San Felice di Valois, il 17 dicembre 1198, la Bolla di approvazione della regola dell’Ordine trinitario. Gli schiavi raffigurati in quel gruppo scultoreo hanno gestualità e fattezze simili a quelli dell’altare della Madonna del Riscatto di Novara.

Riprendendo l’esame delle due statue novaresi, i loro abiti succinti vogliono mostrare ai fedeli di luoghi lontani da quelli sottoposti all’ango­scia delle incursioni saracene, le con­dizioni miserevoli in cui versavano i “captivi” che, totalmente indifesi, erano esposti al freddo, alle malattie, alla fatica e alle percosse, se non alla tortura e alla morte, da parte dei loro padroni, a causa della loro fede. La nudità di entrambi evidenzia le difficili condizioni in cui versavano anche i pri­gionieri musulmani in mano cristiana.

Sotto l’ancona e prima del piano della mensa, su sfondo nero, appare la croce trinitaria rossa e cerulea, questa volta si tratta di una croce latina e non greca propria dell’Ordine, attorniata da ferri di contenzione, ceppi e catene spezzate, simbolo della vittoria della Croce Redentrice sulla schiavitù terre­na e spirituale.

Sotto la mensa troviamo la raffigu­razione, in marmo bianco, di un ange­lo che abbraccia un cervo nei pressi di un corso d’acqua, sullo sfondo alcuni alberi. Il cervo ha, tra i palchi, una cro­ce greca, ancora una volta torniamo ai primordi dell’ordine, alla sua tra­dizione. San Giovanni de Matha, dopo la visione avuta durante la sua prima messa, su consiglio del vescovo di Pa­rigi e dell’abate di San Vittore, si ritira a Cerfroid (Cervo freddo) a circa 80 km da Parigi, nella diocesi di Meaux, per unirsi ad alcuni asceti e meditare sulla volontà di Dio. Qui incontra S. Felice di Valois, probabilmente la guida del piccolo gruppo di persone dedite alla carità, alla preghiera e alla mortifica­zione.

La tradizione vuole che San Gio­vanni e San Felice ritirati in preghiera nel bosco, scorgano un maestoso cer­vo che sul suo capo porta una croce rosso-azzurra, in quell’occasione vie­ne svelata la visione di San Giovanni, il Cristo tra i due schiavi, e intesa la volontà di Dio: liberare gli schiavi cri­stiani, prigionieri che sono a rischio di perdere la fede. San Felice e i suoi ade­riscono subito a questa divina visione.

Sigilli dell’Ordine trinitario aventi come soggetto un cervo con croce e risalenti al XIII secolo avvalorano la tesi che questo fatto sia riconosciuto e accettato sin dai primi tempi. Nell’ico­nografia trinitaria San Felice di Valois, cofondatore dell’Ordine, è rappresenta­to in compagnia di un cervo con la cro­ce rossa e azzurra sul capo. L’angelo è anch’esso molto importante perché, sempre secondo la tradizione, per tre volte un angelo di Dio sollecitò San Giovanni de Matha e San Felice di Va­lois affinché si recassero a Roma per porsi sotto la protezione del Sommo Pontefice, nel seno della Santa Chie­sa Cattolica Apostolica Romana, cosa che avverrà con la Bolla pontificia del 16 maggio del 1198. Sono tempi in cui le eresie minacciano tutta la cristiani­tà. L’abbraccio tra l’angelo e il cervo indica la provenienza divina dei segni dati al fondatore e al cofondatore, il corso d’acqua e gli alberi indicano il luogo dove ciò è avvenuto: Cerfroid, casa madre dell’Ordine.

Una testimonianza diretta può spiegare le tragedie che per secoli han­no flagellato le coste del mar Mediter­raneo meridionale e le sue popolazio­ni, ancor oggi luoghi in cui l’uomo, la donna e il bambino sono considerati merce di traffici che sempre più spes­so hanno esiti drammatici. “Me dici­no fatti moro, però io Dio me ne guardi che meglio morissi che io lassasi la mia fidi, che spero che la Donna di Trapani me darrà la gracia”. Con queste parole Nardo Zumbico, captivo a Biserta nel 1598, sottoposto a continui maltratta­menti perché rifiutava la conversione all’Islam, con tutti benefici che questo comportava, affidava se stesso e tutte le sue speranze di essere riscattato alla Beata Vergine Maria Madre di Dio.

Da Cana ad oggi la speranza di ogni uomo risiede in Lei, nella sua mediazione. Ipsa redimet. (M.V.)

Si ringraziano: la diocesi di Novara - Ufficio Beni Culturali - sezione Inventario. Responsabile, Can. Agostino dott. Tempo­relli. Funzionari, dott. arch. Paolo Mira e dott. Lorenzo Morganti. Fotografo, Paolo Migliavacca.

di Massimiliano Vavolo

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