Serravalle Scrivia 1532 - Nasce la Confraternita dei “rossi”

VITE TRINITARIE
CONFRATERNITE


Nel primo articolo riguardante le Confraternite trinitarie abbiamo fatto riferimento alla città di Marsiglia come luogo fonda­mentale dell’avvio del movimento da cui originarono queste associazioni. Una è quella della Trinità e San Gio­vanni Battista di Serravalle Scrivia (www.oratoriodeirossi.altervista.org) in provincia di Alessandria nel Pie­monte.

Nella zona operarono originaria­mente cavalieri di diverse “obbedien­ze” e non è escluso che alcuni di questi, di rientro dalla Terra Santa, si riunisse­ro in confraternita giovannita, a cui in seguito si unirono Templari, Stefaniani e Betlemiti (ognuno lasciò segno tra le suppellettili liturgiche tutt’ora usate). Un ordine originariamente cavallere­sco era quello dei Mercedari, che que­stuavano pure in quelle zone assieme ai Trinitari. Il gonfalone processionale presenta la Madonna della Mercede (in loco questo titolo è sempre stato confuso o ritenuto equivalente a quel­lo del Buon Rimedio) tra San Luigi IX re di Francia e famoso terziario trini­tario, e San Pietro Nolasco, ancora ri­tratto in abito di cavaliere e non di fra­te, prima di prendere i voti religiosi.

Cavalleria a parte, prima di proce­dere occorre precisare (e questo vale per tutti i sodalizi che esamineremo in queste pagine) che quando si parla di confraternite laicali cattoliche si inten­de uno specifico tipo di associazione composta di fedeli laici e, nello spe­cifico, di associazioni pubbliche della Chiesa Cattolica.

Nella Serravalle del 1532 venne fondata la originaria Confraternita di San Giovanni Battista che poco tempo dopo la propria costituzione chiese di aggregarsi alla “famiglia” della Trinità, non a caso ma perché questa era de­dita in modo specifico all’assistenza dei pellegrini e dei prigionieri. Il borgo all’epoca era uno dei tanti crocevia di viandanti, commercianti, truppe, ecc., nonché località dell’entroterra che intratteneva scambi con Genova da dove giungevano notizie di atti di razzia e pirateria che l’intera società dell’epoca cercava di fronteggiare con apposite, periodiche spedizioni aven­ti l’obiettivo di liberare chi era caduto nelle mani dei Saraceni che infestava­no le acque del Mediterraneo.

In loco si cercava quindi di dare al­

loggio a chi transitava, di portare con­forto ai detenuti del carcere civico, di raccogliere fondi con cui riscattare chi era stato catturato dai corsari.

È ormai assodato che nell’entro­terra operavano molti più sodalizi trinitari che sulla costa, dove i pro­blemi determinati dalla difesa dalle ricorrenti invasioni non permetteva serena attività associativa e sociale, che dunque rendeva necessario chie­dere aiuto alle associazioni consorelle dell’entroterra. Cosicché con Patente del 26 maggio 1609 quella di Serravalle si aggregò all’Arciconfraternita “casa-madre” della Trinità dei Pellegrini e Convalescenti di Roma, fondata nel 1548 da San Filippo Neri per alloggiare i pellegrini di cui ormai gli Ordini caval­lereschi non si occupavano più.

Attaccato alla Bolla pendeva il si­gillo che veniva pure esso esposto il giorno della Trinità. Col passare del tempo, la gente portava a casa per devozione piccoli frammenti di cera­lacca, ritenuti “reliquia della Trinità” cosicchè a poco a poco il sigillo è an­dato distrutto.

Con Decreto del Procuratore Ge­nerale dell’Ordine religioso della San­tissima Trinità, il 23 novembre 1698 essa venne poi pure aggregata diret­tamente al proprio omonimo istituto religioso. Questi atti canonici sono tutt’ora vigenti.

L’associazione (qualcuno la chia­ma ancora compagnia da cum-pa­nis ossia colui con cui si condivide qualcosa) viene popolarmente detta “dei rossi”, dal colore dell’abito por­tato dai Confratelli in occasione di determinate funzioni religiose (non è un costume per cortei storici): sim­bolicamente il rosso indica la regalità di Cristo ed il fuoco della carità, non si poteva chiedere di meglio quale colo­re-simbolo (simbolo = segno destinato a produrre un determinato effetto). Il primitivo Oratorio (= luogo di pre­ghiera) ossia l’originaria chiesa-sede della Confraternita, si ritiene fosse lo­calizzato verso le pendici del castello, circa al culmine dell’attuale via San Martino, sopra Via Tripoli. Poiché era ormai esiguo ed inadatto, la Confrater­nita provvide direttamente, dopo lavo­ri di edificazione ex novo durati circa vent’anni, ad edificare la propria nuo­va sede, ossia l’attuale Oratorio della Trinità affacciato su via Berthoud, che si ritiene convenzionalmente sia stato aperto al culto nel 1727 al termine dei lavori di ristrutturazione del castello locale. Il ritrovamento di nuovi docu­menti attualmente allo studio, attesta­no che l’attuale Oratorio era già aperto al culto a metà 600 (epoca della con­sacrazione dell’altare) quando esiste­va ancora il “vecchio San Giovanni” fuori le mura. L’Oratorio “dei rossi”, nella sua semplice e sobria struttura architettonica, costituisce un singola­re esempio di puro barocchetto geno­vese, libero da influssi architettonici lombardi o piemontesi. Tra ciò che vi si può ammirare sono di rilievo la pala dell’altare laterale destro, raffigu­rante San Carlo Borromeo, riformato­re delle Confraternite e San Francesco da Paola (santo la cui devozione si dif­fuse proprio tra le Confraternite della Trinità).

Il manufatto sicuramente più cu­rioso ivi conservato è la statua dell’a­postolo Marco, posta sopra una porta laterale. Fin qui nulla di strano se non che il bue, simbolo dell’Evangelista, guardi proprio in direzione di Marsiglia da cui giunsero sia i primi penitenti, progenitori dei confratelli trinitari che hanno fatto giungere questa espe­rienza fino ai giorni nostri. A sinistra dell’ingresso, un’altra pala seicentesca di scuola lombarda, raffigura la de­capitazione di San Giovanni Battista. Qui entra in causa la seconda aggre­gazione del sodalizio “dei rossi”.

Come noto, Padre Miguel Contre­ras Osst, cappellano della corona del Portogallo, a partire dal 1498 ispirò la costituzione delle prime confra­ternite di misericordia lusitane, non “automaticamente” intitolate alla Tri­nità ma alla misericordia intesa come opera di misericordia di riscattare chi è emarginato (in sostanza il carisma trinitario era salvaguardato e pure ampliato). Poiché tra le opere di mise­ricordia corporale vi era il provvedere alla sepoltura dei condannati a morte (la quale avveniva per lo più per de­capitazione) non a caso venne scelto a patrono del nascente sodalizio San Giovanni che morì, appunto, decapi­tato.

Non era quindi inusuale che con­fraternite (non importa dove dislocate) fossero aggregate sia alla famiglia del­la Trinità che alla “famiglia consorella” della Misericordia. Così fu anche nel nostro paese, a partire dalla prima metà del ‘700. Il relativo decreto di ag­gregazione giunse a Serravalle grazie ad un’ambasceria che andò nell’Urbe a prenderlo e su questo documento scritto a mano è dipinto il Ponte Mil­vio, luogo di incontro tra “corrieri” e serravallesi risiedenti a Roma che provvidero a procuralo e farlo inviare al loro paese d’origine.

Insomma le sorprese non sono fi­nite (e chissà quante altre ce ne sono ancora da scoprire), per tornare ad appropriarsi della storia, quindi della nostra identità, per salvaguardarle e continuare a proporle in maniera con­sapevole. Chi l’ha detto che basta con­tinuare acriticamente a ripetere uno scenario (di cui non si posseggono più le parti) solo perché si è sempre fatto così? Ci sarà stato un capostipite, ci sa­ranno state delle motivazioni profon­de per comportarsi in un certo modo e non altrimenti, non è forse vero? Dopo le soppressioni napoleoniche, le attività confraternali poterono ri­cominciare a partire dall’estate 1815, e si sono protratte fino al presente salve quelle assistenziali espropriate dal servizio pubblico… ma per poter avanzare nel Terzo Millennio occorre che siano rivitalizzate secondo l’antica esperienza, per non restare solo me­moria senza prospettive.

(3. continua)

di Gian Paolo Vigo

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