ORAZIO FLACCO. Il Carmen saeculare, profezia a servizio della Chiesa Cattolica

CULTURA E LIBERAZIONE

• L’IMPERATORE AUGUSTO E LA POTENZA DI ROMA

Orazio Flacco è uno dei maggiori poeti di lingua latina. Nacque nell’antica Venusia (oggi Venosa, in provincia di Potenza) il 65 aC. Si trasferì presto a Roma dove rimase, più o meno, tutta la vita. Non si sposò e non ebbe figli. Si legò con profonda amicizia a Mecenate, famoso per le sue molte ricchezze elargite a favore di artisti e letterati. Morì a Roma l’an­no 8 aC. Volle essere sepolto sul colle Esquilino, presso il tumulus (sepol­cro-monumento) del grande amico Mecenate, che era morto appena due mesi prima di lui.

Fra i molti scritti di Orazio è cele­bre specialmente il Carmen saeculare. Si tratta di un “Inno secolare” di 19 strofe saffiche. Fu cantato in occasio­ne dei cosiddetti “Giochi secolari” vo­luti dall’imperatore Augusto, nell’anno 736 di Roma, cioè nel 17 aC.

Il Carmen celebra Augusto e la po­tenza di Roma nel mondo. Si invoca­no gli dei del panteon romano; spe­cialmente Febo (=Apollo, anche come “dio del Sole”) e Diana (=la Luna). Si chiede ad essi che la potenza di Roma non abbia mai a cessare. Si chiede inoltre abbondante e duratura prospe­rità per il Lazio e per i Romani. L’Inno è una preghiera pagana. Con essa si implora anche, per la gioventù, doci­lità e vita casta.

Il Carmen fu cantato da un coro di 27 fanciulle e 27 fanciulli: tutti di in­tegri costumi («Vergini elette e casti fanciulli»). I Giochi secolari, durante i quali fu cantato, iniziarono nella not­te del 31 maggio, in Campo Marzio. Proseguirono nei tre giorni successivi. Nei primi due giorni di giugno, in Campidoglio; il 3 giugno, solennissi­ma Conclusione: prima sul Palatino e poi in Campidoglio (Il numero 3 “na­scosto” nei due 27 del Coro - 3×3×3 - sarà forse un’allusione al 3 giugno?).

Nella terza strofa furono cantate le famose parole rivolte al Sole: «Alme Sol, curru nitido diem qui/promis et ce­las, aliusque et idem/nasceris, possis nihil urbe Roma/visere maius!» (O Sole bene­fico, che sul carro lucente dischiudi e nascondi il giorno, e sorgi sempre uguale e sempre nuovo, che niente maggior di roma tu possa mai vede­re!).

Il mondo del tempo di Orazio è sta­to assai più ridotto del nostro, oggi. Ma tuttavia l’augurio al Sole, che di per sé riguarda l’“imprevedibile” futuro, è straordinariamente iperbolico. Ci si può domandare come mai Orazio - che, satiro raffinato, pesava le parole - abbia potuto formulare un tale augu­rio. Certo i poeti hanno una fantasia fervida. Inoltre l’affetto straordinario che lo legava a Mecenate, e l’affetto dei due che li legava ad Augusto debbono aver influito non poco sulla formula­zione della iperbole. Ma resta che tale iperbole desta stupore, e invita a insi­stere sulla domanda enunciata.

• “TU SEI PIETRO

E SU QUESTA PIETRA...”

La risposta alla domanda viene, con grande sorpresa, da altra fonte, assolutamente impervia e ignota a Orazio, eppure del tutto valida e pie­namente soddisfacente.

Alcuni pochi decenni dopo il menzio­nato 17 aC è apparso sulla terra - secondo dati incontestabili della fede cristiana - un personaggio del tutto singolare. Un Dio che si è incarnato. Restando vero Dio, ha cominciato a essere anche vero uomo. Questo Dio-uomo nel suo abi­tare sulla terra si è scelto un gruppo di dodici discepoli, che ne condivi­dessero sentimenti e genere di vita. A un membro di questo gruppo, di nome Simone, in una circostanza ben deter­minata, ha cambiato il nome e ha pro­nunciato su di lui parole creative: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa» (Mt 16,18).

La vicenda terrena del Dio-uomo è stata una vicenda di una ricchezza so­vrumana. È stata misteriosa, ineffabi­le ma anche limpidamente chiara. Egli per ostilità invidiosa e rabbiosamente accanita è stato fatto morire sulla cro­ce, ma è risorto. È risorto per propria virtù e immortale. Ha istituito, nell’in­sieme di tutti i suoi seguaci, anche dei secoli a lui futuri, una comunità chia­mata Chiesa. E questa Chiesa è pro­prio quella che egli andrà edificando “pietra” ha esercitato la sua storica funzione di fondamento prima prov­visoriamente ad Antiochia di Siria e poi definitivamente a Roma.

La massima fruttificazione di tale venuta a Roma la si trova definita in ciò che afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 882: «Il Papa, vescovo di Roma e successore di san Pietro, “è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli”». Egli è il “vicario di Cristo” e il “pastore di tutta la Chiesa”.

Ecco: abbiamo qui la risposta alla domanda circa l’augurio al Sole «che niente maggior di Roma Tu possa mai vedere!». Senza il Pietro vivente nei se­coli e senza il Vescovo di Roma, Roma troverebbe di fronte a sé innumerevo­li città e località che sarebbero più… più… più… di essa. La iperbole rischie­rebbe di divenire una grande stonatura nel capolavoro del Carmen. L’augurio al Sole sarebbe condannato a essere delusione e beffa. Invece, contraria­mente a tutto ciò, in virtù del Pietro vivente nei secoli - che è tale non per altro motivo che per essere il Vescovo di Roma- l’augurio al Sole è meravi­gliosa, stupenda e perenne realtà, e parallelamente la iperbole rende il Carmen saeculare nientedimeno profe­zia a servizio della Chiesa cattolica!

• UN OMAGGIO AI FRATELLI

TRINITARI DI VENOSA

A questo punto l’esposizione è, nella sua sostanza, terminata. Voglia­mo tuttavia aggiungere alcune po­stille che arricchiscono e chiarificano ulteriormente quanto finora siamo ve­nuti dicendo.

La prima postilla riguarda la rigo­rosa unicità - di volta in volta - del Pie­tro vivente nei secoli e/o del Vescovo di Roma. Ciò, nel contesto di tutta la serie dei Vescovi di Roma, nella sto­ria, uno dopo l’altro. D’altra parte la Chiesa che è guidata da questi Vescovi di Roma, unici, è la Chiesa unico sacra­mento universale di salvezza (LG 1): a servizio, per vocazione divina, niente­dimeno di tutto intero il genere umano! Risulta uno spettacolo singolare di unicità e di universalità che non può non rendere reale e corposo l’augurio del Carmen al Sole.

Una seconda postilla riguarda la precisazione dell’aggettivo cattolica (Chiesa cattolica) nel titolo e nella con­clusione del numero precedente. Tale precisazione è motivata dal rispetto verso quei gruppi di cristiani che, per adesso, trovano difficoltà ad accoglie­re in pienezza il citato numero 882 del Catechismo della Chiesa cattolica (si noti, anche qui, l’aggettivo cattoli­ca). Al realizzarsi dell’augurio al Sole viene così a restringersi leggermente lo spazio. Ma questo restringimento di spazio è compensato abbondante­mente dalla piena libertà con cui viene accolto il vescovo di Roma, al di là dei nominati gruppi. Un al di là assai assai più vasto dell’ambito dei gruppi.

La terza postilla riguarda la possi­bilità del fondamento teologico della lettura anche cristiana di Orazio, e del suo augurio al Sole. Il Vaticano II ha riflettuto molto sulla Chiesa, e ha promulgato - fra molti altri docu­menti - la fondamentale Costituzione dommatica Lumen gentium. Questo documento ha dedicato il n.16 al rap­porto tra la Chiesa e i non cristiani. Il numero termina con due menzioni. Per un verso con la menzione di co­loro che «cercano il Dio ignoto nei fantasmi e negli idoli»; e per l’altro verso con la menzione di coloro che, pur non essendo arrivati alla chiara conoscenza e riconoscimento di Dio, si danno da fare, non senza la grazia dello stesso Dio, per vivere rettamen­te. Poiché - prosegue il n.16 - tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro è ritenuto dalla Chiesa come una pre­parazione ad accogliere il vangelo e come dato da Colui che illumina ogni uomo (=Cristo), affinché questo uomo abbia finalmente la vita. Ebbene, non sussiste impedimento alcuno perché Orazio venga cointeso nelle due cate­gorie di persone nominate. Benvenuto, Orazio! E dunque: in Cristo trovi un “mecenate” infinitamente più “mece­nate” di Mecenate. A conclusione di questa postilla, risulta un impressio­nante cointendimento di Orazio che, in modo sorprendentemente piacevo­le, conferma e rende più luminosa la verità dell’augurio al Sole.

La quarta postilla riguarda la sim­patica convergenza, nel giugno: di apertura del mese con Orazio, e di quasi conclusione con san Pietro, che è il “Pietro vivente nei secoli”.

L’ultima postilla, a modo di conge­do, è riservata a tutta la presente espo­sizione, in quanto essa vuole essere un cordiale e grato omaggio ai confratelli trinitari di Venosa. Costoro in Orazio, figlio di Venosa, hanno donato a Roma un eccellente poeta latino; Roma, con questa esposizione, lo restituisce ad essi come profeta della Chiesa che è in Venosa!

di Padre Paolo Cipollone

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