NON SOLO SOCCORSO

CAPOLINEA
Spazi d’azione immensi per la Chiesa e per chi voglia davvero lavorare per spezzare le catene che imprigionano i miseri della terra. Per i flussi migratori occorre agire già nel deserto dove bande di predoni raggirano i poveri in fuga

Sulle sponde del Mediterraneo si accalcano migliaia di disperati che scappano dalla miseria, dal­la fame e dalla guerra e corrono verso i Paesi del miraggio, verso le città dell’opulenza, verso i luoghi del benessere, dove sembra che ci sia cibo per tutti.

Sono poverissimi, ma non sono i più poveri. Quelli che scappano sono riu­sciti a mettere insieme un gruzzoletto di soldi, vendendo ogni cosa, racco­gliendo gli aiuti delle famiglie d’origi­ne, ipotecando ogni possibile risorsa. Tutto il loro mondo è in quel gruzzo­letto che avvolgono in un grande faz­zoletto di tela legato alla cintola, sotto gli abiti.

Prima di arrivare in vista del grande mare, hanno attraversato montagne e deserti, hanno percorso chilometri a piedi; qualche volta son riusciti a comperare un passaggio su un ca­mion sgangherato e poi si sono acco­stati ad altri disperati, in cerca di una barca per andare verso la speranza.

Qualcuno ha camminato insieme a loro, ha offerto interessamento ed aiuto, ha stabilito delle intese, ha fat­to credere di poter facilitare il lungo cammino, e così si è impossessato di quel piccolo gruzzolo, ha tolto il poco che avevano, ha fatto scattare la trap­pola dello sfruttamento.

Il deserto è sempre stato una dimo­ra infestata dai predoni, che oggi si spingono sino alle spiagge del Me­diterraneo, dove è sempre possibile rimediare una vecchia barca da desti­nare a viaggi che nessuno oserebbe immaginare.

Predoni e scafisti, uniti da un mede­simo disegno criminale: promettere l’impossibile in cambio di poche cose.Qualche soldo, qualche gioiello di fa­miglia, qualche sporco lavoro da im­provvisati manovali della malavita.

Sono qui le catene da spezzare. È qui che converrebbe agire per eliminare lo sfruttamento e la violenza. Quel che accade dopo è soltanto la conse­guenza di quel che avviene a terra.

Se poi alcuni di questi derelitti vengo­no raccolti in mare da una nave di vo­lontari che hanno sottoscritto il codice etico voluto dal governo italiano, o se invece vengono raccolti da volontari che si messi d’accordo con gli scafi­sti, la differenza c’è - certamente - ma è ben poca cosa, perché nell’uno e nell’altro caso l’umanità è stata ver­gognosamente violata.

Oggi la politica italiana sembra lo­gorarsi sulla identità del soccorrito­re e vuol capire quando e perché si debba intervenire… ovviamente al di fuori delle acque territoriali libiche e in termini di massima trasparenza. È un dibattito interessante; ma - a ben guardare - del tutto inefficace. Il pro­blema non nasce nei barconi dei traf­ficanti o nelle navicelle dei soccorrito­ri. Il problema nasce molto prima, fra i predoni del deserto. Altro che acque internazionali.

Il Governo va lodato perché almeno si pone il problema dell’accoglienza e il problema ancora più grave dei nau­fragi che mietono vittime nella traver­sata del Mediterraneo. Ma è tempo di andare oltre, lavorando lungo le piste dell’esodo, molto prima del mare.

E questo si può fare mettendo in piedi almeno tre diverse strategie.

La prima, comporta una generosa intesa con tutte le forze politiche e militari libiche, con un disegno che qualcuno ha già cominciato a definire, ma che richiede massimo impegno e grande collaborazione internazionale.

La seconda richiede un trasferimento a terra delle missioni di accoglienza, sia quelle gestite direttamente dal go­verno italiano, sia quelle dell’Unione europea (se mai volesse esprimere una qualche efficace attenzione al problema), sia quelle messe in campo dalle diverse associazioni umanitarie, oggi impegnate soltanto in mare.

La terza strategia è quella che si rica­va dalla Populorum progressio, e che si traduce in un grande impegno per lo sviluppo - pacifico - dei Paesi da cui oggi muovono i flussi migratori.

Lungo ciascuna di queste prospettive strategiche c’è uno spazio d’azione immenso: per la Chiesa, per gli or­ganismi religiosi, per le associazioni che vogliano davvero lavorare per ri­muovere le catene che imprigionano i miseri della terra.

di Nicola Paparella

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