SS. TRINITÀ DEI PELLEGRINI

ROMA TRINITARIA
VIAGGIO TRA LE BELLEZZE DELLA CITÀ ETERNA

In un assolato e caldo pomeriggio di Roma, in una piccola piazza del centro della città Eterna, la faccia­ta di una piccola chiesa fa capolino in una delle strade più frequentate dai tanti turisti che quasi indifferenti ad essa traggono un po’ di frescura dalla sua ombra.

La chiesa è quella della SS. Trinità dei Pellegrini che si affaccia sull’o­monima piazza, a fianco di via dei Pettinari, di via Giulia e a pochi passi dalla più conosciuta piazza Campo dei Fiori. Quasi ogni giorno passanti di tutto il mondo la sfiorano rivolgen­dole spesso uno sguardo distratto. Essa sembra abbracciarli comunque tutti: quieta e amorevole, ferma e pre­sente. Davanti ad essa, varcandola, per i sentimenti che suscita ben si capisce che non poteva non essere dedicata alla SS. Trinità. La sua sto­ria non è affatto comune. Nel 1540 un gruppo di laici, su ispirazione di S. Filippo Neri, iniziò a riunirsi per azioni caritatevoli nei pressi della chiesa. Di­ventati assai numerosi, qualche anno dopo, Papa Paolo III riconobbe que­sta associazione come Confraternita della Santissima Trinità del Sussidio e donò loro l’antica parrocchia trecen­tesca di S. Benedetto de Arenula poi distrutta per le condizioni fatiscenti in cui versava e ricostruita con il nome di chiesa della SS. Trinità dei Pelle­grini. Ciò perché nei locali annessi a questa fin dal giubileo del 1550 venne offerta ospitalità ai pellegrini che giun­gevano a Roma divenendo il centro dell’accoglienza religiosa. Nel 1849 durante l’assedio di Roma a opera dei francesi l’Ospedale dei Pellegrini ospitò la sede del Comitato di Soccor­so dei Feriti che assistette in quell’oc­casione anche Goffredo Mameli che lì morì di cancrena come ricorda la targa marmorea sulla facciata dell’e­dificio.

A causa dei capovolgimenti politici che seguirono la confraternita perse la sua essenza e la chiesa rimase un semplice luogo di culto. Nel 2008 è stata eretta per volontà di Papa Be­nedetto XVI a parrocchia personale e affidata alla Fraternità Sacerdotale San Pietro. L’Arciconfraternita ha an­cora lì la sua sede. Varcando il porto­ne sembra quasi di vederlo un pelle­grino del ‘500 che timoroso muoveva i suoi passi verso l’abside sostenuto nel suo incedere dalla luce che oggi come allora filtra dalle grandi finestre laterali e dal grande lucernaio della cupola oltre che dalle colonne a lato della navata centrale che quasi come in battitura musicale scandiscono l’avvicinarsi del viandante al Padre. Lunga è stata la strada che ha per­corso fino a qui. Piena d’insidie e tri­bolazioni ma anche di speranza. Spe­ranza di remissione dai peccati o di una possibilità di ricominciare. Come Caravaggio che, giunto a Roma, con tutta probabilità presso queste mura trovò accoglienza prima di essere scoperto dai suoi mecenati. Chissà poi se l’esausto pellegri­no del ‘600 avrà trovato lo stesso ristoro del cuore che si può provare oggi alla vista dell’interpretazione della Trinità sulla pala d’altare realizzata da Guido Reni in appena 27 giorni nell’estate del 1625.

All’uscita della chiesa un caldo abbraccio sembra avvolgere il viandante a memoria, forse, delle tante amorevoli cure rice­vute e si può riprendere il viaggio…

di Anna Maria Tardiolo

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