SAN GIROLAMO DELLA CARITÀ

ROMA TRINITARIA
VIAGGIO TRA LE BELLEZZE DELLA CITTÀ ETERNA

La domenica mattina, tra le 10 e le 13, la piccola chiesa di S. Girola­mo della Carità apre le sue porte a chi vorrà cercarla.

Sita a poche decine di metri da Pa­lazzo Farnese, su via di Monserrato, essa sfugge ai più a causa dell’uma­na indifferenza ma, come uno scrigno prezioso, si conserva e si mostra a coloro i quali vogliono davvero sco­prirla. Si entra così a S. Girolamo della Carità. Con gli occhi curiosi e lo stupore di un bambino che è stato ca­pace di trovare un prezioso cofanetto di famiglia. Non è dalla porta princi­pale che si accede ad essa, infatti, ma da quella laterale su piazza Santa Caterina della Rota.

Entrando il profumo d’incenso purifica i sensi. L’ambiente sembra richiama­re nella sua composizione l’immagine minuta e forte del grande Padre della Chiesa, asceta e biblista che donan­doci la sua versione della Bibbia in latino dichiarata autentica nel Conci­lio di Trento e usata anche oggi ci ha permesso di avvicinarci sempre più alla conoscenza della Trinità.

La tradizione storica afferma che dove oggi sorge la chiesa abbia vissuto S. Girolamo chiamato a Roma da Papa Damaso e ospitato nella casa di S. Paola, una nobile matrona romana. Dopo le invasioni barbariche questa zona cadde in rovina. Ogni parte di questo rione, il Regola, venne abban­donata.

Bisognerà attendere il 1400 perché il quartiere cominci a rinascere. Nel 1524 il complesso fu concesso da Clemente VII all’Arciconfraternita del­la Carità. Non c’è progetto che non abbia senso nel disegno del Padre. Questa chiesa si lega, così, alla figura di San Filippo Neri.

Durante il soggiorno del Santo in que­sto luogo ove viene ancora conser­vata la sua stanza, altre figure, come Sant’Ignazio de Loyola o S. Carlo Borromeo per citarne alcuni, incrocia­rono qui le loro strade. Erano anni di sconvolgimenti religiosi, gli anni del Concilio di Trento, di grandi interroga­tivi spirituali.

Tra queste mura pare che si svolges­sero anche i colloqui di questi tre san­ti. Chissà che bellezza per il nostro cuore se avessimo potuto assistere all’opera dello Spirito Santo mentre si scambiavano opinioni illuminati da un tiepido raggio di sole che filtrava dalle finestre poste lateralmente all’abside.

Alzando gli occhi al magnifico soffitto che sovrasta la navata centrale e ca­ratterizzato da lacunari scolpiti e de­corati con basso rilievi tra i quali spic­ca l’Ecce Homo posto al centro e la colomba dello Spirito Santo, sarebbe troppo pretenzioso immaginare che anche i tre Santi ne potessero osser­vare la bellezza essendo stato realiz­zato da Andrea Tozzi nel 1587 e poi dipinto da Simone Raggi e Giovanni Paolo Gentili nel 1597. Nemmeno avranno potuto godere della ma­gnificenza dei marmi della cappella Spada o la cappella Antamori, unica opera romana di Filippo Juvarra. Né avranno potuto ammirare la copia del dipinto dell’Ultima Comunione di S. Girolamo del Domenichino il cui ori­ginale è conservato nella Pinacoteca Vaticana. Non avranno avuto il capo accarezzato dalla rappresentazio­ne simbolica della Trinità nella cappella Sanpieri.

Seduti, dopo un breve momento di preghiera, sovrastati dal Cristo e dallo Spirito Santo potrebbe capitare di essere ac­colti dal rettore Don Filippo Goyret con un largo sorriso e le braccia spalancate pronte per un abbraccio filiale a memento di quello riservato a noi dal Padre. Le 13 stanno per scocca­re, lo scrigno deve esser richiuso per poter essere riaperto e scoperto dal viandante che verrà. Il viaggio, è tempo che continui…

di Anna Maria Tardiolo

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