INNAMORATA DELLA TRINITA', tutta la sua vita ricca e nobile in dono ai poveri

VITE TRINITARIE
SANTI NOSTRI

Elisabetta nacque a Saragozza (Spagna) nel 1271 da Pietro III d’Aragona, e da Costanza, figlia di Manfredi, successo al padre, l’imperatore Federico II, nel regno di Sicilia. Al fonte battesimale le fu imposto il nome della santa prozia, regina d’Ungheria. La sua nascita portò ad una riconciliazione tra il padre e il nonno, Giacomo I il Conquistatore che, fino alla morte (1276), volle prendersi cura della sua educazione.

A otto anni, Elisabetta aveva già imparato a recitare ogni giorno l’ufficio divino e a soccorrere i poveri. La sua infanzia durò poco perché a dodici anni fu data in sposa a Dionigi il Liberale, re di Portogallo. Essendo i Trinitari molto considerati alla corte di Aragona, suo padre la fece accompagnare da due religiosi trinitari: PadrePietro de Serra, suo confessore, e Padre Ferdinando Montagus.

 REGINA DEI POVERI

Da regina fece rifulgere la pietà e la misericordia verso i poveri, per le quali si era distinta fin dall’infanzia. Fondò conventi, ospedali e ricoveri e organizzò un’assistenza preziosa alle vittime della carestia del 1333. Alla corte della casa reale di Portogallo, Elisabetta non tralasciò le buone abitudini prese, pur non trascurando i nuovi doveri di regina e di sposa. Continuò a levarsi di buon mattino per andare in cappella ad ascoltare la Messa in ginocchio, fare sovente la comunione, e recitare l’ufficio della SS. Vergine. Dopo pranzo ritornava in cappella per terminare l’ufficio divino, fare letture spirituali e altre preghiere in intimità con i Signore. Il tempo libero lo impegnava a confezionare suppellettili per le chiese povere, con l’aiuto delle dame di corte. A queste buone opere ne aggiunse altre man mano che veniva a conoscenza delle pubbliche necessità.

LA SANTA E I TRINITARI

Alla morte del suo confessore Padre Pietro de Serra, col consenso del Re, la Santa scelse come confessore maggiore l’insigne Trinitario Padre Stefano Soeiro, Ministro della Casa della Trinità di Lisbona, importante consigliere di corte. Una sua nipote, la nobile Caterina Soeiro, era dama di compagnia della Regina Elisabetta, fervente terziaria trinitaria (con un suo abito volle essere seppellita) e godeva grande fama di santità in vita e dopo la morte.

I benefici di Santa Elisabetta per i Trinitari furono grandi e costanti. Va soprattutto ricordata la ricostruzione della Casa della Trinità e della Chiesa a Lisbona, dove fece erigere una magnifica cappella all’Immacolata Concezione. Lì aveva fatto preparare la propria tomba. Nella suddetta cappella dell’Immacolata, la Santa istituì diversi legati a suffragio dell’anima del suo augusto sposo il Re Dionigi.

 AFFILIATA ALL’ORDINE

Santa Elisabetta partecipava spesso economicamente al riscatto degli schiavi, che rischiavano di perdere la fede. Donò anche un ospedale ed in esso istituì una confraternita sotto il titolo della Santissima Trinità. I confratelli portavano l’abito dell’Ordine, e di essa fu parimenti confratello il Re, il Principe D. Alfonso, che poi regnò, e gli altri monarchi del Portogallo, i quali lasciarono rendite affinchè tutti gli anni si celebrasse solennemente la festa della Santissima Trinità.

A riconoscimento di questi ed altri benefici, il Ministro Generale Padre Pietro de Cuisy (1291-1315) e il Capitolo Generale riunito a Cerfroid, inviarono alla Santa un solenne rescritto di affiliazione all’Ordine, che fino alla soppressione delle Case dell’Ordine nel Portogallo nel 1835 si conservava a Lisbona quale preziosa reliquia. In tale circostanza, Santa Elisabetta rinnovò la vestizione già fatta da bambina in Aragona e istituì il sodalizio della Santissima Trinità. 

Perché il suo spirito fosse sempre pronto alla contemplazione, Elisabetta digiunava abitualmente tre volte alla settimana, tutta la quaresima, tutto l’avvento e per la festa di S. Giovanni Battista all’Assunta. I venerdì e i sabati che precedevano le feste della SS. Vergine si cibava soltanto di pane e acqua. Anche la carità di Elisabetta per i poveri e i nobili decaduti fu incomparabile. Al suo elemosiniere aveva dato ordine di non mandare mai via nessun bisognoso a mani vuote. Ella fece inviare dei viveri a monasteri poveri e a regioni colpite dalle avversità; protesse gli orfani; soccorse le giovani pericolanti; tutti i venerdì di quaresima, dopo aver lavato e baciato i piedi a tredici poveri, li faceva vestire di abiti nuovi; il giovedì santo compiva la medesima opera buona a favore di tredici donne.

 ANGELO CUSTODE

Nel 1290 Elisabetta diede alla luce una figlia, Costanza, che in seguito sposò Ferdinando IV di Castiglia. L’anno dopo partorì l’erede al trono, Alfonso IV il Valoroso. Per la sua famiglia Elisabetta fu un vero angelo custode. Ella non si accontentò di dare dei buoni consigli ai figli, ma esortò anche il marito a governare i sudditi con giustizia e mitezza senza dare ascolto ai vani discorsi degli adulatori o ai falsi rapporti degli invidiosi. Tuttavia, dopo qualche anno passato nella concordia e nella più dolce intimità con lui, Dio permise che cominciasse, per Elisabetta, un vero calvario a causa degli illeciti amori ai quali il re, a poco a poco, si abbandonò. Elisabetta se ne afflisse più per l’offesa fatta a Dio che per l’affronto fatto a lei. Con dolcezza cercò di ricondurlo sul retto cammino e, senza uscire in amari lamenti, arrivò a curare l’educazione dei figli naturali di lui come se fossero propri. La nobiltà, temendo che i bastardi del re acquistassero troppo ascendente nel paese, eccitarono alla rivolta il figlio ereditario. Alfonso prese difatti le armi contro il padre, con immenso dolore di Elisabetta.

La regina continuò ad adoperarsi affinché nella sua famiglia ritornasse la pace. Al tempo dell’assedio di Coimbra (1319), da parte di suo figlio, la madre si recò a cavallo in mezzo ai soldati delle opposte fazioni, con un crocifisso in mano, e riuscì a riconciliare padre e figlio. Elisabetta esercitò sempre un compito di pacificatrice anche in altre situazioni. Dionigi, alla preghiera della sposa, si convertì e passò accanto a lei gli ultimi anni di vita.

Dopo la morte del marito (1325), Elisabetta rinunciò al mondo, si tagliò i capelli e andò pellegrina a San Giacomo de Compostela. Poi, in vita ritirata vicino alle Clarisse di Coimbra, dedicava i pomeriggi a dare udienza con una pazienza e una bontà illimitata, ai poveri, ai malati, ai peccatori che ricorrevano a lei. Quando era libera dalle opere di carità e nella notte, si ritirava in una stanzetta segreta. Lontana dagli sguardi indiscreti dava libero sfogo alle sue preghiere e alle sue contemplazioni. Altre volte andava a visitare i degenti nell’ospedale che aveva fatto costruire e a curarli con le sue stesse mani. L’ultimo anno di vita Elisabetta pellegrinò, una seconda volta, a San Giacomo de Compostela, con due donne. Volle fare a piedi il lungo viaggio nonostante i suoi 64 anni e mendicare di porta in porta il vitto quotidiano.

 MORTE SANTA

Morì a Estremoz il 4 luglio 1336, mentre era in missione di pace tra suo figlio e suo nipote, il Re di Castiglia. Non dimenticò nel suo testamento di lasciare un legato alle ‘Emparedadas’ trinitarie, non essendovi ancora monache trinitarie in Portogallo. Ricevette il Viatico inginocchiata, nonostante l’estrema debolezza. E alla regina Bianca, che l’assisteva e che era stata la compagna delle sue visite ai poveri e ai malati, ella chiese che avvicinasse al suo letto una sedia per Maria Santissima la quale le era apparsa radiosa, vestita di bianco. Morì il 4 luglio1336 dopo aver recitato il Credo e mormorato: Maria, mater gratiae.

di Isidoro Murciego

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