DALLA GRANDE RIFORMA RIAFFIORANO LE RADICI

VITE TRINITARIE
LA FSETA DEL RIFORMATORE

I Trinitari di oggi sono figli della Riforma portata a termine da San Giovanni Battista della Concezione, approvata da Papa Clemente VIII nel 1599. Infatti, l’antico Ordine detto “calzato” ha concluso il suo percorso nella storia nel 1894, quando è morto a Roma Padre Antonio Martín y Bienes, ultimo Ministro dell’ultima comunità, quella della Trinità degli Spagnoli, la cui chiesa e il convento annesso - oggi dei Padri Domenicani - si trovano in via dei Condotti.

Ogni anno, la festa liturgica del Santo Riformatore, il 14 febbraio, ci invita a guardare la figura splendida di questo santo, assai poco conosciuto in ambito italiano, perché nella lingua di Dante non esiste né una biografia sufficiente né una traduzione delle sue numerose opere mistiche e ascetiche.

Il Riformatore ha impostato l’identità dell’Ordine come un ritorno alle proprie origini carismatiche. Mentre tra i “calzati” si seguiva la Regola del 1267, egli ha preso la Regola primitiva od originale, quella approvata cioè da Innocenzo III nel 1198 su richiesta di San Giovanni de Matha, e da allora è la Regola alla quale si fa riferimento nella professione dei religiosi.

Nè Giovanni de Matha, né Felice di Valois erano ricordati nella liturgia durante il Medioevo, e anzi, le fonti storiche segnalano un certo oblìo nei secoli XIV e XV. Il Riformatore, invece, li ha considerati “santi” e ha affidato ai suoi “figli” il culto di entrambi, e così, nel 1609 arrivarono a Roma i primi frati “scalzi” con l’intenzione di aprire un convento perché fosse la sede permanente del loro “procuratore”, che doveva impegnarsi principalmente per la causa de canonizzazione dei Fondatori: il convento in questione è quello di San Carlino, fondato nel 1612. I procuratori ottennero da Papa Alessandro VII, nel 1666, la canonizzazione “equipollente” dei Santi Giovanni e Felice, nonché l’introduzione delle loro memorie nel calendario universale della Chiesa.

Il Riformatore ha definito chiaramente l’identità dell’Ordine secondo le origini, attorno a questi tre perni: la Santa Trinità da lodare, gli schiavi da redimere e i poveri da curare.Il valore che i trinitari di oggi danno a San Giovanni de Matha, alla Regola primitiva e alle origini dell’Ordine è quello dato da san Giovanni Battista della Concezione.

Il Riformatore ha rinnovato la vita comune sullo spirito e il dettato della Regola primitiva. La comunità trinitaria, infatti, è una fraternità e chi la governa è un ministro, cioè, un servitore: con questo spirito viene inteso ogni autorità e ogni ministero.

I tempi però erano cambiati. Essendo diventati i ministeri delle cariche spesso vitalizie, pur di conservare il potere tanti frati scendevano a patti e compromessi, ed erano mitivo di divisioni nelle comunità. Gli scandali, inotre, probabilmente erano frequenti, visti i numerosi interventi dell’autorità civile.

Il Riformatore eliminò il problema alla radice: le cariche divennero triennali, e la rielezione pose diversi ostacoli giuridici. Aggiunse un quarto voto ai tre tradizionali quello, cioè, di non ambire “né direttamente, né indirettamente” a nessuna carica o prelatura, né fuori, né dentro all’Ordine. Solo così ogni frate può essere salvaguardato dalla tentazione di cercare il proprio interesse, svolgendo i servizi per i quali è stato scelto dai confratelli per “servire”, ad immagine di Colui che è venuto, non per essere servito, ma per servire.

La società dell’epoca era divisa in classi sociali, secondo “privilegi” che distinguevano le persone dei ceti più alti. Il clero non rappresentava un’eccezione, tanto meno gli ordini religiosi, e tra di essi i Trinitari. Mentre le porte di accesso alla vita religiosa trinitaria si spalancavano per i figli della nobiltà e della borghesia, restavano chiuse ai ceti bassi: dentro ogni convento vigeva un regime di separazione dei frati negli obblighi e nei diritti secondo privilegi che, grosso modo, dipendevano dai titoli di studio (reali od ottenuti in modo poco ortodosso, cosa assai frequente), dalle cariche di governo e dalla provenienza famigliare.

La Riforma eliminò tutti i privilegi. Anche se il Riformatore volle fondare alcuni conventi presso le migliori Università dell’epoca (Salamanca, Alcalá e Baeza) facendovi studiare i frati, fece in modo che che i titoli di studio e l’esercizio dell’insegnamento fossero motivo per esimersi dal seguire la vita della comunità: tutti dovevavno uguali, sia nei mezzi di vita quotidiana, sia nell’assistenza alla preghiera, sia in tutti gli atti di comunità. Così avvenne anche per i superiori: avrebbero dovuto seguire la comunità con più attenzione e con spirito di servizio.

Per quanto riguarda, invece, la famiglia di origine, il Riformatore vietò la richiesta di documenti che attestassero il casato (la “purezza di sangue”) per entrare nel noviziato, il privilegio dei frati di famiglia nobile, vietando perfino di parlare della propria famiglia per vantarsi di qualsiasi cosa, e togliendo l’uso del riferimento famigliare essenziale, cioè il cognome, sostituendolo con il nome di un mistero della religione, o di un santo. La Riforma trinitaria eliminò tutte le classi sociali: tutti sono fratelli.

Così come aveva voluto San Giovanni de Matha, San Giovanni Battista puntò sull’uso comune dei beni, eliminando totalmente il possesso e l’uso personale dei beni e invitando i frati a possedere uno spiccato senso della povertà che ha caratterizzato poi in seguito i Trinitari riformati. Costoro hanno dovuto far valere la loro identità di veri “redentori di schiavi”, alla pari dei trinitari calzati e dei mercedari che gliela negavano. Fu così che se da subito avevano diviso in tre parti i loro beni secondo la Regola, soltanto nel 1625 - ben dodici anni dopo la morte del Riformatore - avviarono la prima redenzione di schiavi. La cura dei poveri e degli ammalati, invece diventava secondo il Santo Riformatore come occupazione ordinaria dei Trinitari.

Concludendo, riformare le persone ancor prima delle strutture, probabilmente è stata la cosà più difficile. Pochi santi, nella storia della Chiesa, hanno testimoniato così bene in che cosa consista un cammino di conversione. San Giovanni Battista lo ha vissuto e lo ha raccontato. Chi lo ascolta, resterà incantato e preso dalla splendida esperienza cristiana di questo santo. Lo capì Paolo VI, che nel 1975, durante l’Anno Santo, lo segnalò a tutta la Chiesa come esempio, dicendo: “Questo santo ci insegna che nella Chiesa non c’è rinnovamento senza la croce”.

di Padre Pedro Aliaga Asensio

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