LA SANTISSIMA TRINITà DEI MONTI

ROMA TRINITARIA
VIAGGIO TRA LE BELLEZZE DELLA CITTÀ ETERNA

Se qualcuno di noi fosse un pellegrino del 1500 non avrebbe nessuna scala da salire per raggiungere quella chiesa posta sulla sommità di una collina che sembra ancora oggi osservare, dalla sua privilegiata posizione, la bassezza umana. Non è giudicante il suo sguardo. Non è severo. Alle volte parrebbe quasi rassegnato per quanto ai suoi piedi accade.

La chiesa della Santissima Trinità dei Monti, di appartenenza francese fin dalla sua costruzione, occupa una fra le più belle posizioni della città eterna. Sotto le sue fondamenta scorre imperturbabile l’acqua Vergine. Acqua. Fonte di Vita. Fonte di Salvezza. I terreni che la circondano sono tra i più fertili di Roma. Ove essa sorge vi erano i famosi giardini di Lucullo conosciuti nel mondo per la loro bellezza e prosperità. L’irrespirabile aria che stringe come una morsa ogni essere vivente nelle afose giornate estive di Roma, non le appartiene. Sempre accarezzata da una leggera brezza che le sfiora le pareti. Salire fino ad essa è un volere. Da qualunque parte si desideri raggiungerla è faticoso. Lo sguardo del fedele che la scorge dal basso è rapito da essa. Quasi senza accorgersene intraprende la scalinata che due secoli dopo l’inaugurazione della chiesa la congiunsero alla sottostante piazza di Spagna. Impresa da poco parrebbe. Sono appena 135 gradini. Ma ad ogni passo ci si accorge che i passi sono incerti. Il marmo della scalinata è scivoloso e la folla che, in barba ai divieti vi sosta, rende l’ascesa tortuosa. Non poche volte ci si ferma e ci si guarda indietro chiedendosi se non valga la pena arrendersi e riprovarci un’altra volta.

Eppure vendendola lì dinanzi, ferma e in attesa di chiunque abbia il desiderio di scoprirla, si china il capo e si continua ad avanzare. Le pareti bianchissime, colpite dalla luce del sole che ne fa risplendere ancor più la bellezza pensata, cercata e realizzata da Giacomo della Porta e dal Maderno, diventano l’inevitabile meta da raggiungere.

Quando poi si giunge fino ai suoi piedi, una doppia scalinata a destra e a sinistra del suo ingresso sembra chiedere amorevolmente allo stremato fedele ancora uno sforzo. A varcare della sua porta non c’è pensiero nell’esausto fedele. Ma il canto dolce del silenzio che lo avvolge. La luce che dalle finestre poste sopra la navata centrale che accarezzano i suoi occhi ed illuminano il tabernacolo posto al centro dell’altare e con esso la rappresentazione della Trinità . Il lieve poggiare del piede sul pavimento di marmo e la sensazione di esser leggeri come piume avvolte in un caldo abbraccio di amore portano la mente a pensieri assai diversi da quelli che fino a qualche istante prima affollavano la testa del piccolo fedele. Non deve forse nostra costante e continua volontà cercare il Padre? E non è forse vero che Egli ci attende alla sommità delle nostre tortuose strade amorevole e paterno? E non è forse vero che anche Gesù dovette percorrere strade scoscese con la Sua Croce per giungere alla sommità di una collina per morire affinché potessimo salvarci?

In un gesto involontario lo sguardo di un piccolo, piccolissimo e fragile fedele si ritrova a contemplare la più alta rappresentazione del Mistero cristiano e nella rappresentazione della Cappella della Trinità si abbandona nelle braccia del Padre. Un soave canto accompagna le sue preghiere oltre la cancellata e il suo viaggio può continuare …

 di Anna Maria Tardiolo

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