ALLA TRINITÀ DEGLI SPAGNOLI

ROMA TRINITARIA
VIAGGIO TRA LE BELLEZZE DELLA CITTÀ ETERNA

Luci scintillanti, bocche spalancate, occhi ammiranti creazioni esposte in vetrina dai costi inaccessibili ai più. Lingue del mondo che si confondono tra loro mentre a forza si tenta di farsi largo tra la folla proveniente da paesi lontani. Suonatori di strada in cerca di gloria anche solo per un istante. è così che si presenta oggi via dei Condotti.
Il suo nome è conosciuto nel mondo. Pochi sanno però che non era così denominata prima del XVI secolo. Si chiamava infatti via “ Trinitatis” ed era assai più lunga di quella che conosciamo oggi: da via Ripetta giungeva fino all’odierna scalinata di Trinità dei Monti, ragion per la quale era così chiamata. Una giovane coppia si stacca dall’ininterrotto flusso di visitatori che da piazza di Spagna scorre fino a via del Corso sparendo , quasi ne fossero inghiottiti, dietro un portone.
La caotica fiumana di persone rende difficile accorgersi che proprio lì, all’angolo tra via Condotti e via del Corso si erge la meravigliosa chiesa della SS. Trinità degli spagnoli. Bisogna fermarsi sul lato opposto della strada per ammirare con tutta la calma che merita la facciata del XVIII secolo realizzata da Emanuele Rodigruez dos Santos con l’aiuto di Giuseppe Sardi. è comprensibile perché il cuore spinga ad entrare. La facciata a forma concava dona l’immagine di un tenero abbraccio; le statue di S. Giovanni de Matha e S. Felice di Valois informano sull’origine della chiesa e la sua originaria appartenenza all’ Ordine della SS. Trinità per la redenzione degli schiavi.
è bizzarro pensare che nel XVIII secolo, quando ormai erano trascorsi circa due secoli dal suo cambio nome, su questa stessa strada dal mistico originario nome fu fondato un convento, un ospizio per i secolari ed una chiesa proprio dai Trinitari calzati di Spagna con il contributo economico del Trinitario Diego Mordillo e posto sotto la protezione del re di Spagna Filippo V come le insegne sulla facciata ricordano.  Passato appena un secolo sia la chiesa sia il convento furono espropriati all’Ordine dal demanio francese ed in seguito divennero proprietà dei padri Domenicani spagnoli della provincia del SS. Rosario che ancora la detengono. “ … per la redenzione degli schiavi” risuonano nella mente queste parole entrando.
La forma della chiesa è ellittica: difficile trovare angoli. Ci si ritrova così uno a lato all’altro inclusi in un unico immaginario abbraccio che dal Padre giunge fino ad ogni suo figlio presente in questa chiesa. Fedeli di ogni parte del mondo, schiavi ognuno a suo modo per l’appunto dei tempi moderni stretti nella forza consolatrice della Trinità.
Non ci sono occhi che davanti alla tela di Corrado Giaquinto posto sull’altare maggiore, non pensi di voler esser liberato da un angelo sotto lo sguardo protettore della SS. Trinità come lo schiavo che lì è rappresentato. Se si ha, tuttavia, la capacità di compiere mentalmente un passo indietro rispetto alle proprie umane limitazioni, in questo luogo ben più che in altri, si può intendere l’onnipresenza della SS. Trinità nella vita di ogni uomo. Ogni angolo di questa chiesa lo annuncia attraverso le sue opere: il simbolo raggiato della Trinità sopra l’arcata dell’altare, il riconoscimento di Innocenzo III dell’Ordine dei Trinitari Scalzi di Castiglia, le Storie di Abramo e Sara sulla calotta centrale della cupola,  il simbolo della croce dei Trinitari sulle pareti e ancora la Vergine Maria in coro tra i Padri Trinitari sulla volta della cantoria. Le lacrime sul volto di una donna man mano che la sua vista spazia intorno a lei si asciugano e il suo volto divenendo poco a poco più disteso sembra mostrare la presa di coscienza che l’Amore del Padre insieme alla salvezza data da Cristo e gli strumenti forniti dallo Spirito Santo possono spezzare ogni catena che imprigiona l’essere umano. La donna insieme alla giovane coppia entrata quasi per caso torna tra la folla che incatena la via, ma sono liberi nel cuore e il viaggio può continuare…

 di Anna Maria Tardiolo

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