L’OPERA DI SAN GIOVANNI DE MATHA ALLA SEQUELA TRA GLI SCHIAVI E I POVERI

VITE TRINITARIE
FRAMMENTI DI TEMPO

L’Ordine della Santa Trinità e degli Schiavi era stato approvato dal Papa il 17 dicembre 1198 e pochi mesi dopo, nel 1199, Giovanni de Matha è accolto da Miramamolino, Re del Marocco. Porta con sé una lettera d’Innocenzo III, con la data di marzo dello stesso anno. In questa lettera del Papa si legge: “Una delle più importanti opere di misericordia che il Cristo nostro Signore raccomanda nel Vangelo ai suoi fedeli è il riscatto degli schiavi. Noi sentiamo il dovere di assecondare con la nostra potestà apostolica coloro che si occupano di queste cose. Infiammati dal divino amore, i portatori della presente lettera hanno dato vita a un nuovo Ordine religioso, con regola propria, nella quale si ordina che la terza parte di tutti i loro beni, sia attuali che futuri, siano riservati per la redenzione degli schiavi”. Il Papa finisce la lettera invitando il monarca a convertirsi a Cristo.
Per il Re musulmano fu una grata sorpresa sapere che un’organizzazione cristiana impegnava la terza parte dei propri beni per il riscatto e lavorava senza tregua a questo fine. Secondo una antica tradizione, Giovanni de Matha riuscì a riscattare 150 schiavi in questa sua prima redenzione. Questi cristiani liberati, sfigurati per la terribile esperienza di una lunga schiavitù nelle carceri africane, ritornarono alle loro proprie famiglie grazie alle armi di Cristo (amore, sacrificio, consegna personale, preghiera) presenti nel cuore di quei primi trinitari.

♦ AVVENTURA DI LIBERTà
S’inaugurava così una genuina avventura di libertà che, in un impegno crescente di forze umane e conquiste evangeliche, è riuscita a liberare più di 200.000 schiavi cristiani.  Secondo la tradizione, Giovanni de Matha, ha partecipato personalmente a altre redenzioni: a Tunisi (1201) riscattando 126 schiavi; a Valencia (1202), con la liberazione di 207 schiavi; un’altra redenzione a Tunisi nel 1203, con il riscatto di 104 schiavi; e nel 1210 è partito di nuovo da Roma con molte elemosine e ha riscattato 220 schiavi, rassicurando con la sua parola quanti erano ancora in catene ma che presto, grazie alla sua mediazione, avrebbero ottenuto la libertà. Il Santo ne approfittava per incoraggiare gli schiavi cristiani alla perseveranza nella fede. Nel 1211 inviò i fratelli Guglielmo Scoto e Gualtiero a Tunisi dove riscattarono altri 114 schiavi.

♦ PELLEGRINO
San Giovanni de Matha faceva questi pellegrinaggi di redenzione all’insegna della massima evangelica: “Quanto avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me” (Mt 25,40). Bruciava nel suo cuore la carità di Cristo e apprezzava in modo sublime il tesoro della fede. Le redenzioni erano per lui una stupenda opportunità per celebrare e testimoniare la fede. Per questo, quando i cristiani schiavi ritornavano liberi, organizzava delle processioni e altre iniziative nelle diverse popolazioni. Cercava di mettere in evidenza la testimonianza di quelli che avevano sofferto a causa della loro fede in Cristo. E queste testimonianze svegliavano la fede e l’impegno cristiano.
Il nuovo Ordine suscitò l’immediata ammirazione generale e la generosità del popolo cristiano. Ed è così che Giovanni de Matha al passaggio per le terre di Francia, Italia e Spagna aprì numerose Case della Trinità e degli Schiavi. Esistono anche delle testimonianze secondo le quali partecipò ad alcune fondazioni in Medio Oriente: San Giovanni d’Acre, Cesarea di Palestina, Jaffa e Beirut.
Dal 1209 ha avuto Roma come dimora, nella Casa di San Tommaso in Formis, donata dal Papa. In questa Domus Trinitatis romana morì, il 17 dicembre 1213. Innocenzo III gli fece visita prima di morire e partecipò ai funerali del Santo della Trinità e degli schiavi. Uno dei suoi biografi ci racconta di questa tappa romana della sua vita: “L’austerità della penitenza, l’esercizio del ministero apostolico, i numerosi viaggi fatti allo scopo di diffondere l’Ordine e per il riscatto, avevano logorato poco a poco la sua robusta fibra. Le sue forze diminuite non potevano più trasmettere l’intenso ardore del suo zelo e della sua carità” (J. M. Prat, 1846, 174). Un altro biografo del Santo ci trasmette: “Le enormi esigenze del riscatto e dell’assistenza negli ospedali non hanno permesso all’Ordine Trinitario di erigere al suo Fondatore maestosi templi di marmo ne di cantare le sue gesta in grossi volumi, ma più eloquenti dalle pergamena e dai libri, e più splendenti dei marmi e delle pietre preziose è la corona di centinaia di migliaia di schiavi liberati, di poveri e ammalati assistiti, dei senza tetto accolti, di tanti evangelizzati…, che i suoi figli e figlie spirituali hanno saputo tessere a gloria della Santissima Trinità” (Angelo Romano, 1961, p.301).

♦ OTTOCENTO ANNI
Nella Colonnata del Bernini a Piazza San Pietro troviamo una bella statua di San Giovanni de Matha con le catene nelle mani, posizionata lì con questa motivazione: “San Giovanni de Matha testimone della fede vissuta con opere di carità”.  Nel Pantheon di Parigi dopo la Rivoluzione Francese troviamo San Giovanni de Matha e San Vincenzo de Paoli come grandi benefattori della società in mezzo ai famosi nomi dell’Illustrazione.
In una lettera circolare del 1995, l’allora Ministro Generale ci presenta l’esperienza che dà pienezza di significato alla vita del nostro Santo Fondatore: “Prima che una Regola, Cristo è stato per Giovanni de Matha un’esperienza di vita, un’adesione incondizionata, un sentirsi affascinato e sedotto dalla sua persona e dal suo messaggio, un’identificazione con il suo progetto di vita... A partire da questo incontro personalizzato con Cristo, illuminato dallo Spirito, inizia nella Chiesa un cammino evangelico di sequela testimone di Cristo Rivelatore del Padre e Redentore degli uomini” (Vangelo e Regola, 1995). Papa Francesco nel suo messaggio alla Famiglia Trinitaria, nell’ottavo centenario della morte di San Giovanni de Matha (17/12/2013) scrive: “Ora, nell’unirmi al vostro canto di lode alla Santissima Trinità per questi grandi santi, desidero pregarvi, seguendo il loro esempio, di non smettere mai di imitare Cristo e, con la forza dello Spirito Santo, di dedicarvi con umiltà a servire il povero e lo schiavo. Oggi ce ne sono molti. Li vediamo ogni giorno e non possiamo passare oltre, accontentandoci di una buona parola. Non è quello che ha fatto Cristo. È condizione di vita acquisire i sentimenti che aveva Cristo, per vedere il suo volto in colui che soffre e per offrirgli la consolazione e la luce che sgorgano dal suo Cuore trafitto”.
Son passati più di ottocento anni, tanti secoli di storia trinitaria nella Chiesa e nel mondo. Un cammino sempre nuovo e fecondo per le vie dello Spirito, che continua a far fruttare il dono che la Santa Trinità ha seminato nel cuore del nostro Santo Fondatore, Giovanni de Matha.

di Isidoro Murciego

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