I CINQUE “SANI SENSI” DELLA CHIESA DI FRANCESCO

VITE TRINITARIE
FRAMMENTI DI TEMPO

“Isensi ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci nel reale. Non a caso Sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei Misteri di Cristo e della verità”. Colgo quest’espressione, pronunciata da Francesco nel suo discorso alla Curia romana il 21 dicembre 2017, per ripercorrere velocemente il tempo del suo ministero sulla Cattedra di Pietro nei cinque anni trascorsi sino ad oggi dalla sera di quel 13 marzo, quando fu annunciata urbi et orbi la sua elezione.

♦ la VISTA
Cominciamo, allora, col senso della vista, ch’è generalmente menzionato per primo. Nel linguaggio di Francesco molto ricorrente è la parola “sguardo” e questo ha, fra l’altro, un’eco molto personale. Si rilegga, ad esempio, l’omelia in Santa Marta del 21 settembre 2013 in cui parla dello sguardo di Gesù, che cambia la vita, porta a crescere e dà dignità. Qui vorrei, però, applicare il senso della vista ad una categoria preferita da Francesco, molto ripetuta ma forse in forma riduttiva. Si tratta delle periferie. Quando, una volta, gli domandai cosa precisamente intendesse con quel termine, Francesco mi rispose senza indugio: “È un principio ermeneutico; un modo di guardare la realtà”; e me lo spiegò raccontandomi che quando, giunto alla fine del continente americano, Magellano guardò all’Europa, si rese conto ch’era ben altra cosa rispetto a quella vista dal centro di Madrid! Bergoglio parlò di “periferie” già il 26 maggio 2013, nel corso della sua prima visita pastorale ad una parrocchia romana. Rispondendo al saluto del parroco disse: “Mi piace quello che hai detto, che periferia ha un senso negativo, ma anche un senso positivo. Tu sai perché? Perché la realtà insieme si capisce meglio non dal centro, ma dalle periferie. Si capisce meglio”.


♦ l’UDITO
Quanto all’udito è davvero il caso di estrarre un passo da quello ch’è uno dei discorsi più rilevanti di Francesco, almeno per la comprensione del suo stile di governo, ossia la sinodalità. Mi riferisco a quello del 17 ottobre 2015 dove, commemorando il 50mo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, disse: “Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare ‘è più che sentire’. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo ‘Spirito della verità’ (Gv 14, 17), per conoscere ciò che Egli ‘dice alle Chiese’ (Ap 2, 7)”. C’è del provocatorio - a me pare - in quest’affermazione, specialmente per quanti ritengono che la prima cosa debba essere l’aver voce: la propria, ovviamente! L’ascolto, però, è proprio il primo atteggiamento, che il Concilio ha insegnato in Dei Verbum: per ascoltare la Parola di Dio, almeno. A proposito di sinodalità, una volta il Papa ha detto: “Quando uno ha paura di ascoltare, non ha lo Spirito nel suo cuore” (Omelia in Santa Marta del 28 aprile 2016).

♦ IL GUSTO
Lo scorso martedì 27 febbraio, mentre concelebravo la Santa Messa essendo in corso la sessione del Consiglio di Cardinali, il mio pensiero è andato subito al senso spirituale del gusto quando ho sentito Francesco che commentando la pagina del Vangelo spiegava come Gesù fa appello alla nostra conversione: “Il Signore in questo brano ci chiama così: ‘Su, venite. Prendiamo un caffè insieme. Parliamo, discutiamo. Non avere paura, non voglio bastonarti’ … Ehi tu, Zaccheo, scendi! Scendi, vieni con me, andiamo a pranzo insieme!”. Il gusto del Signore è il dono della gioia che si deposita nel nostro cuore quando accogliamo il suo Evangelo. Conosciamo le parole che intonano l’esortazione Evangelii gaudium: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”. La gioia di cui qui si parla è un sentimento e questo non è poco davvero; è, tuttavia, anche di più perché è dono dello Spirito; è segno dell’accoglienza di Gesù e del suo Evangelo: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11).

♦ l’ODORATO
L’odorato è in grado d’introdurre nel profondo della relazione, nell’intimità. Il Papa richiamò questo senso nell’omelia della prima Messa crismale presieduta in San Pietro, il 28 marzo 2013. Parlava ai sacerdoti e chiese loro di essere “pastori con “l’odore delle pecore”“. L’interpretazione l’ha data lo stesso Francesco poche settimane dopo, incontrando i nuovi vescovi. Ecco qualche passaggio del discorso: “Siate Pastori con l’odore delle pecore, presenti in mezzo al vostro popolo come Gesù Buon Pastore. La vostra presenza non è secondaria, è indispensabile. La presenza! La chiede il popolo stesso, che vuole vedere il proprio Vescovo camminare con lui, essere vicino a lui. Ne ha bisogno per vivere e per respirare! […] Presenza pastorale significa camminare con il Popolo di Dio: camminare davanti, indicando il cammino, indicando la via; camminare in mezzo, per rafforzarlo nell’unità; camminare dietro, sia perché nessuno rimanga indietro, ma, soprattutto, per seguire il fiuto che ha il Popolo di Dio per trovare nuove strade”. L’olfatto, il fiuto di cui parlava il Papa, dunque, è il sensus fidei di cui si legge nella costituzione dogmatica sulla Chiesa del Vaticano II (cfr. Lumen gentium n. 12).

♦ IL TATTO
Francesco comincia a parlarne in senso cristologico (“toccare la carne di Cristo”), ma giunge poi alla carità verso il prossimo. Se ne trova un esempio abbastanza completo in alcune espressioni durante la Veglia di Pentecoste del 18 maggio 2013. Riprese dalla viva voce, ci permettono d’intuire l’animo del Papa: “Quando io vado a confessare - ancora non posso, perché per uscire a confessare… di qui non si può uscire, ma questo è un altro problema - quando io andavo a confessare nella diocesi precedente, venivano alcuni e sempre facevo questa domanda: ‘Ma, lei dà l’elemosina?’ - ‘Sì, padre!’. ‘Ah, bene, bene’. E gliene facevo due in più: ‘Mi dica, quando lei dà l’elemosina, guarda negli occhi quello o quella a cui dà l’elemosina?’ - ‘Ah, non so, non me ne sono accorto’. Seconda domanda: ‘E tocca la mano di quello al quale dà l’elemosina, o gli getta la moneta?’. Questo è il problema: la carne di Cristo, toccare la carne di Cristo, prendere su di noi questo dolore per i poveri. E questa è la nostra povertà: la povertà della carne di Cristo. Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo”.

Ecco, dunque, i cinque sensi spirituali che permettono alla Chiesa di essere una Chiesa dai “sani sensi” e, pure, una Chiesa da gustare!

di Marcello Semeraro*
*vescovo di Albano, segretario del C9

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