PAKISTAN I CRISTIANI: NON CI NASCONDIAMO ORGOGLIOSI DELLA NOSTRA FEDE (2)

SPECIALE CRISTIANI PERSEGUITATI
CHIESA DI MARTIRI - storie di violenze, attacchi e vessazioni compiute da radicalisti islamici e terroristi. Il 9 marzo 2013 una folla di islamisti ha dato fuoco a 296 case

“Essa Nagri” in urdu significa il “Quartiere di Gesù”: si tratta di uno dei sobborghi più poveri e privi di servizi di base, di Karachi, la città più popolosa del Pakistan, capoluogo della provincia del Sind. Come testimonia il nome, esso è quasi completamente abitato da cristiani che, “non senza orgoglio”, rivendicano la loro presenza apponendo la Croce ben visibile sulle porte delle loro abitazioni. Muoversi tra questi vicoli e viuzze piene di liquami, dove a malapena circolano moto e vecchie bici, significa incontrare l’estrema miseria della comunità cristiana locale costretta, per andare avanti, a lavori umili e mal pagati. Ma la vita dei cristiani qui non è minacciata solo dal degrado sociale e dalla povertà ma anche da bande criminali e soprattutto da radicalisti islamici che a più riprese, negli ultimi anni, hanno attaccato il quartiere provocando morti e distruzioni. A settembre del 2012 cinque giovani cristiani furono uccisi con armi da fuoco da terroristi non meglio identificati e da lì in poi una lunga serie di abusi, vessazioni e intimidazioni. Per questo motivo la comunità - composta da circa 8.000 famiglie cattoliche - ha eretto, con l’aiuto del Governo, un muro per proteggersi dal confinante quartiere musulmano, decretando di fatto la sua ghettizzazione.


♦ Protetti ma isolati
Don Joseph Saleem è il giovane viceparroco della chiesa di San Filippo, nel vicino quartiere di Gulshan Iqbal, dove dirige una scuola cattolica frequentata da 800 alunni, molti dei quali musulmani. In questi sobborghi i preti e i catechisti sono l’unico aiuto per i cristiani, ed è tra queste povere case che si gioca l’impegno della Chiesa pakistana nello sviluppo e nella promozione umana e sociale della sua gente.
“Nelle nostre scuole cerchiamo di rispondere a questo clima persecutorio e intimidatorio insegnando il rispetto, la convivenza e la dignità” spiega il viceparroco ad una delegazione di Acs, guidata dal suo direttore Alessandro Monteduro nei giorni scorsi in Pakistan per una visita di solidarietà -. Purtroppo viviamo con una sensazione di insicurezza quasi giornaliera. La convivenza non è sempre facile e la paura di attacchi è sempre presente. È accaduto anche di recente, quando Asia Bibi, accusata di blasfemia, è stata assolta definitivamente. La reazione violenta degli estremisti islamici ci ha costretto a chiudere la scuola per tre giorni nonostante fosse presidiata dalle forze dell’ordine. Fortunatamente non tutti i musulmani sono fondamentalisti e non compiono atti di violenza contro i cristiani”.


♦ non ci nascondiamo
Il clima di paura e di intimidazione, tuttavia, non allontana i fedeli dalla pratica religiosa. Ogni domenica “Essa Nagri” si veste a festa e nel grande salone, che è la chiesa di Santa Maria, si ritrovano centinaia di fedeli che diventano migliaia quando vengono messe all’esterno panche e tappeti. “Durante le liturgie - racconta padre Joseph - dobbiamo chiudere le strade per permettere ai fedeli di seguire le messe e anche se non vedono la funzione ascoltano le parole dagli altoparlanti”.
“No, non ci nascondiamo” afferma senza mezzi termini il viceparroco mostrando le croci attaccate sulle porte.
“Siamo orgogliosi di essere cristiani. Gli attentati non ci allontanano dalla chiesa”, “anzi ci avvicinano ancora di più. Qui viviamo di poco e con poco, i nostri giovani non hanno prospettive e per questo lavoriamo molto nel campo dell’istruzione e della formazione perché possano costruirsi un futuro migliore”. Dall’angolo della strada arrivano le voci di tanti bambini. Sono gli alunni di un’altra piccola scuola cattolica, la “St. Mary’s primary school”. “In questo istituto - spiega il sacerdote - la retta è quasi nulla. Per entrare serve solo la voglia di studiare”. Il piccolo cortile interno diventa un improvvisato palcoscenico per danze e canti tradizionali. Si avvicina la preside Raja M. - il marito dal 2016 è in Germania per sfuggire ad un’accusa di blasfemia - e racconta che oltre il muro del cortile si trova un cimitero musulmano. “Da lì, ogni tanto, ci tirano dei sassi e ci lanciano dei volantini, con versetti coranici, che esortano alla conversione all’Islam”.
♦ Chiesa di martiri
Una Chiesa di martiri. Dal quartiere cristiano di Essa Nagri, di Karachi, a quelli di Yohanabad, la “città di san Giovanni” e di “Joseph Colony” di Lahore, nell’alta valle dell’Indo, in prossimità del confine con l’India. Anche qui storie di violenze, attacchi e vessazioni compiute da radicalisti islamici e terroristi. Il 9 marzo 2013 una folla di islamisti ha assaltato e dato fuoco a 296 case e due chiese dell’insediamento cristiano di Joseph Colony alla ricerca di Sawan Masih, accusato di blasfemia, dopo un alterco con un musulmano. Gli abitanti sono stati costretti a fuggire e decine di residenti cristiani sono rimasti feriti. Lahore, capoluogo del Punjab, è la città con il più alto numero di cristiani del Pakistan e per questo obiettivo di numerosi attentati: nel marzo del 2015 due kamikaze del fronte Tehrek-e-Taliban Pakistan (Ttp) Jamat-ul-Ahrar, si erano fatti esplodere all’ingresso di due chiese, la cattolica St. John, e la protestante di “Christ’s Church”. Nel giorno di Pasqua del 2016, un altro attentatore suicida al parco cittadino di “Gulshan-e-Iqbal”, nell’area di Iqbal Town, popolare ritrovo per molti cristiani, specie nelle feste più importanti. Stragi costate circa cento morti e decine di feriti. Oggi davanti la chiesa di St. John si trova una parete ricoperta di maioliche nere, con una croce rossa e l’immagine di Akash Bashir, il giovane cristiano, volontario della sicurezza che quel giorno sacrificò la sua vita bloccando l’attentatore prima che si facesse esplodere in chiesa, evitando una carneficina ancora peggiore.
Padre Francis Gulzar, vicario della diocesi di Lahore e parroco della chiesa di Saint John racconta quegli attimi: “l’attentatore voleva entrare dal cancello principale. Akash lo aveva respinto già una volta e lui minaccioso gli aveva mostrato il giubbotto da kamikaze intimandogli di allontanarsi. Nonostante la minaccia Akash lo ha bloccato. A quel punto l’esplosione. Il cancello è stato divelto dallo scoppio”. La comunità cattolica non si è fatta intimorire e la domenica successiva la chiesa era ancora più colma di gente.
“Colpendo noi, una delle parrocchie più grandi della Chiesa cattolica pakistana, hanno voluto colpire tutta la comunità ecclesiale del Paese” dice padre Gulzar che ricorda la solidarietà di tanti musulmani, quelli “più religiosi e moderati”.
“Noi siamo con voi - ci dicevano -. Chi vi ha colpito non è un vero musulmano. Abbiamo pregato insieme per tutte le vittime”.
Ad ascoltare padre Gulzar ci sono anche Bashir e Naz Bano, rispettivamente padre e madre di Akash. “Aveva 19 anni, era uno studente, e tutte le domeniche con altri 15 giovani si occupava di garantire la sicurezza davanti la chiesa - ricorda la madre -. Quando si è saputo dell’attentato ho pensato subito a lui. Arrivata lì ho visto il suo corpo e vicino a lui il fratello più piccolo che lo vegliava. All’ospedale mi hanno detto che era morto. Dio ci ha donato di essere genitori di un martire. Dopo la morte di Akash abbiamo trovato forza nella fede. La nostra testimonianza vale anche per tutti gli altri martiri cristiani morti negli attacchi”. Come il piccolo Abish Masih di soli 12 anni. Suo padre Serfarz lo ricorda così: “Voleva comprare una candela da accendere alla Vergine Maria in parrocchia ma è morto colpito dall’esplosione. Quando sono arrivato ho potuto solo accompagnarlo in ospedale, carezzarlo e raccogliere le sue ultime parole, ‘papà ho sete, dammi un po’ di acqua’. È morto così”.
Oggi una reliquia di Abish, un quaderno, è conservata a Roma, nella chiesa di san Bartolomeo all’isola Tiberina, santuario dei nuovi martiri del XX secolo a Roma.
“Essere una Chiesa di martiri è anche gioia” dichiara Padre Gulzar - il sangue dei martiri ci rafforza e ci rinnova”. La speranza della comunità cattolica di Lahore è che entro l’anno si possa istruire il processo diocesano per la beatificazione di Akash che così potrebbe diventare il primo santo della chiesa pakistana. Una conferma in questo senso è arrivata anche dall’arcivescovo di Lahore, mons. Sebastian Francis Shaw. “Sarà una gioia e un onore per tutto il Pakistan”, conclude padre Gulzar.

di Daniele Rocchi

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