ANTICHE ICONE - TRINITÀ DEL RISCATTO TRINITÀ DEI PELLEGRINI

VITE TRINITARIE
CONFRATERNITE

Liberare chi era stato fatto schiavo o assistere chi era pellegrino o privo di assistenza sanitaria domiciliare non era che una risposta (non la prima, né la sola) a questi problemi, ma era una risposta cristiana. Altri lo facevano o l’avrebbero fatto animati da spirito mutualistico o da solidarietà corporative, nel nostro caso fu un’opera di misericordia in cui gruppi di laici si affratellarono ai religiosi, desiderando partecipare ai medesimi benefici spirituali ed alla medesima opera socio-caritativa. Così ebbero origine anche le prime forme di associazionismo confraternale.
Anche nell’Ordine Trinitario, fin dalle origini, i religiosi ricevettero collaborazione dai laici che intendevano partecipare, in forma associata, del carisma di questo nostro Ordine. Esso zelava, quindi, in questo modo, la costituzione delle prime Confraternite dipendenti direttamente da esso, oppure si inseriva su preesistenti associazioni, o, anche, favoriva al loro interno la costituzione di apposite “compagnie del riscatto” (l’equivalente degli odierni comitati) con finalità di raccolta fondi “pro redemptione”. Esse assumeranno in seguito i caratteri e gli scopi dell’Ordine religioso o dell’Arciconfraternita (= casa-madre costituita da una Confraternita distintasi per pietà ed anzianità, a cui veniva riconosciuta la facoltà di aggregare a sé altre simili) cui si legavano e cui possono tuttora legarsi mediante aggregazione. Come noto, con questo termine si intende il vincolo spirituale con il quale associazioni aventi stesso titolo o finalità sono rese partecipi dei benefici di chi le aggrega. L’aggregazione diverrà anche un mezzo di collegamento, coordinamento e “pianificazione operativa” (se così si può dire) dell’attività di quelle Confraternite che compivano determinati “servizi sociali ante litteram” (comunque non casuali o estemporanei).
Il caso concreto più originale é costituito dalla composita realtà dell’Arciconfraternita Madre della Trinità, fondata in Roma nell’estate del 1548 da San Filippo Neri. I suoi scopi erano il dare alloggio ai pellegrini che giungevano in Roma per gli Anni Santi, l’assistenza ai dimessi dagli ospedali (antesignana dell’assistenza domiciliare).
Trattandosi di una Arciconfraternita che si riconosce nel nome della Trinità, i nostri religiosi la aggregarono spiritualmente all’omonimo nostro Ordine, rendendola partecipe dei medesimi benefici spirituali, da trasmettere ovviamente anche alle Confraternite ad essa aggregate in seguito. Come si sa il riscatto prevedeva pure il rimpatrio, dunque presupponeva pure una rete di ostelli sulla via di rientro a casa, oltre che la ben nota rete di “redentori”.
Tutte queste convergenze di intenti spiegano perché alcune Confraternite hanno una doppia aggregazione tuttora in vigore, sia all’Arciconfraternita che all’Ordine della Trinità, il quale, comunque, con apposite concessioni (Decreti sia dei “calzati” che degli “scalzi”, emanati entrambi nel giugno 1821), rese poi partecipi dei suoi benefici spirituali tutte quelle che formano la “Famiglia Trinitaria” la quale riconobbe e tutt’ora riconosce loro un preciso legame giuridico previsto dalla legislazione dell’Osst.
Le Confraternite seguirono le vicende dell’Ordine religioso di appartenenza anche quanto ad apposizione del relativo “marchio di fabbrica” su arredi, affreschi, apparati liturgici, ecc., questo adeguamento valse anche per quanto riguarda innanzitutto lo stemma.
Una delle raffigurazioni più antiche del Mistero principale della Fede è il cosiddetto “Trono della Grazia” dove Dio Padre presenta Cristo crocifisso mentre la colomba simbolo dello Spirito santo unisce il padre e il Figlio come teologicamente enunciato dal Credo.
La Trinità dei pellegrini pone ai piedi del Mistero San Filippo Neri ed i confratelli del sodalizio.
Nel 1588 venne ristampato in Alessandria l’Elenco delle Indulgenze Pontificie concesse/confermate ai Trinitari da Sisto V proprio in detto anno. Si tratta di una stampa a torchio di notevoli dimensioni, circa 30x50 cm. Se si considera che la riforma dell’Ordine Trinitario avvenne a partire dal 1589, è quantomeno singolare rendersi conto che già l’anno prima di detta riforma, qualche nostro sodalizio avesse già ottenuto il rinnovo di questi benefici e che “cataloghi” degli stessi fossero già in circolazione.
A proposito di Alessandria è solo il caso di ricordare che ivi esistevano 2 conventi (uno del ramo originario e uno del nascente ramo riformato) dei nostri religiosi. La chiesa del nostro ex convento oggi è curata dai Domenicani.
Ed è ancor più singolare che pochi decenni dopo la fondazione dell’Arciconfraternita, si stessero già diffondendo segni di affinità tra questa e l’Ordine, segni importanti poiché la vera accezione di “simbolo” è quella di “segno destinato a produrre un effetto”.
Cosicché nell’intestazione di questo elenco di indulgenze è presente un significativo esempio grafico di “fusione” dei due simboli trinitari del “Trono della Grazia” e del “Signum SS.mae Trinitatis” delle origini.
L’icona è originale, caratteristica e significativa innanzitutto per alcuni suoi elementi-simbolo:
- i due schiavi presentano catene sciolte ai piedi ma braccia incatenate ai piedi della Croce, evidente indicazione che la schiavitù personale è stata superata ma rimane e vuol persistere la viva sottomissione a Cristo che è l’unico vero liberatore;
- anche gli angeli ai lati della Croce sono uno bianco ed uno nero (quello nero, a sinistra di chi guarda, si nota pochissimo ma c’è);
- si possono scorgere bene sia il terreno che il cielo, ossia da un lato lo “stacco” tra Cielo e Terra ma dall’altra, contemporaneamente, la pace tra questi due luoghi, pace portata da Cristo, mentre le nuvole appaiono come squarciate dall’ “irruzione” del Signore sulla terra e nelle sue diverse realtà.
Il tutto è completato alla base dal nostro “signum”.
In sostanza ci troviamo di fronte ad una ennesima testimonianza della ricchezza e varietà della nostra “famiglia”, stimolo a riscoprire costantemente la nostra identità che i nostri predecessori riuscivano ad esprimere così bene anche attraverso i pochi ma decorosissimi mezzi di cui disponevano, ed a viverla sempre più.

a cura di Gian Paolo Vigo

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