NOI E L’ISLAM DOPO ABU DHABI

PIAZZA SAN PIETRO
DALLE ORIGINI AL DOMANI
La prefazione e l’introduzione al volume del Direttore Nicola Paparella, frutto di una profonda e articolata riflessione sullo storico evento e sul documento firmato un anno fa

«La Dichiarazione sulla Fratellanza umana firmata da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al Azhar è di grande importanza, sul piano dei principi e su quello concreto, per rimuovere le basi della predicazione di odio del terrorismo, che evoca abusivamente motivazioni religiose». L’affermazione - la si sarà riconosciuta - è di Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica Italiana, durante un’intervista rilasciata ai media vaticani il 17 maggio 2019, ed è riassuntiva del valore dell’evento. Su di esso riflette Nicola Paparella in questo volume, che vuol essere anzitutto una «risposta ad un appello», come egli stesso scrive nell’Introduzione. Ed effettivamente, oltre ad essere un invito, una testimonianza e un simbolo, il Documento di Abu Dhabi è un «appello a ogni coscienza viva che ripudia la violenza aberrante e l’estremismo cieco; appello a chi ama i valori di tolleranza e di fratellanza, promossi e incoraggiati dalle religioni». A me, però, per queste sue pagine l’Autore domanda una presentazione: invito che m’imbarazza, non avendo per questo un particolare titolo di competenza, ma al quale mi è difficile sottrarmi per un obbligo interiore di amicizia e di stima, specialmente in memoria degli anni vissuti nel comune servizio alla Chiesa di Lecce durante il lungo episcopato dell’arcivescovo Cosmo Francesco Ruppi.
Entrando nel merito del Documento, il prof. Paparella richiama il precedente lontano nel tempo dell’incontro di Francesco d’Assisi col Sultano e giustamente. Anche il Papa vi ha fatto riferimento appena rientrato dal viaggio negli Emirati Arabi Uniti. «Per la prima volta un Papa si è recato nella penisola arabica», ha detto nell’Udienza generale del 6 febbraio 2019 e ha proseguito: «la Provvidenza ha voluto che sia stato un Papa di nome Francesco, 800 anni dopo la visita di san Francesco di Assisi al sultano al-Malik al-Kamil. Ho pensato spesso a san Francesco durante questo Viaggio: mi aiutava a tenere nel cuore il Vangelo, l’amore di Gesù Cristo, mentre vivevo i vari momenti della visita».
A parte ciò, tuttavia, e considerando la storia recente, un simile evento sarebbe stato impensabile senza quella impostazione della Chiesa al «dialogo» a tutto raggio avviata da Paolo VI con l’enciclica Ecclesiam suam e senza la premessa conciliare soprattutto coi due decreti: Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, al cui n. 5 si legge: «Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà»; e Dignitatis humanae sulla libertà religiosa che compete sia alle singole persone, sia ai gruppi religiosi. La stessa espressione «fratellanza umana» che compare nel titolo del Documento ha la sua radice nei testi del Vaticano II. Valga per tutti Gaudium et spes dove, considerando la promozione del progresso in ogni luogo della terra e l’abolizione della guerra sotto qualsiasi forma, è scritto che «la Chiesa si rallegra dello spirito di vera fratellanza che fiorisce tra cristiani e non cristiani, e dello sforzo d’intensificare i tentativi intesi a sollevare l’immane miseria» (n. 84). Facendosi eco di questo magistero, Benedetto XVI disse: «Cristo ci invita alla fratellanza universale». La circostanza era significativa, giacché si trattava della beatificazione di Charles de Foucauld. Che il Vaticano II sia alla radice del contenuto del Documento, d’altronde, l’ha esplicitamente detto Francesco dialogando coi giornalisti nel viaggio di ritorno dagli Emirati Arabi. Ecco alcune delle sue parole: «Mi accusano di farmi strumentalizzare, ma non solo dai musulmani! … Una cosa voglio dire e lo ribadisco chiaramente: dal punto di vista cattolico il documento non è andato di un millimetro oltre il Concilio Vaticano II. Niente. Il documento è stato fatto nello spirito del Vaticano II… È un passo avanti che viene da 60 anni, il Concilio che deve svilupparsi...».
Quanto al contenuto del Documento a me preme rilevare almeno alcuni punti. Uno è la dimensione direi kairologica del documento, colta nel riferimento al momento presente. Fin dal principio, infatti e con parole che alludono al prologo della costituzione conciliare Gaudium et spes, vi si legge che esso parte da una condivisione delle gioie, delle tristezze e dei problemi del mondo contemporaneo e più avanti si ribadisce che esso è frutto di una riflessione profonda sulla nostra realtà contemporanea. C’è poi la prospettiva di fondo ch’è di ordine teologico: «La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare. Dalla fede in Dio, che ha creato l’universo, le creature e tutti gli esseri umani – uguali per la Sua Misericordia –, il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere». Senza questa prospettiva di fondo il Documento rimane non soltanto incomprensibile, ma addirittura illeggibile. Anche il diritto alla libertà religiosa è radicato nella Sapienza divina. E c’è, anche, un orizzonte antropologico che non è davvero di poco conto e che guarda con attenzione particolarmente al diritto della donna. C’è, da ultimo, un’espressione che anche letterariamente occupa nel testo un posto centrale ed ha attirato la mia personale attenzione. Si tratta del rimando alla «nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente». Dio non ha bisogno di essere difeso da nessuno… Vuol pure dire che chi, oggi, ha veramente bisogno di essere difeso è l’uomo!
Per finire e non distrarre ulteriormente il lettore dalla lettura di queste pagine, due brevi annotazioni per le due tesi che, a dire dello stesso prof. Paparella, possono scorgersi in filigrana e che attraversano il volume. La prima è l’idea che Occidente e Oriente sono da assumersi come due luoghi dello spirito. Corrisponde per molti aspetti a quanto, in chiave ecclesiologica, diceva Giovanni Paolo II: «Non si può respirare come cristiani, direi di più, come cattolici, con un solo polmone; bisogna aver due polmoni, cioè quello orientale e quello occidentale». La seconda idea riguarda le criticità del tempo presente segnalate dal Documento di Abu Dhabi e ciò mi riporta a quel che una volta Agostino disse: tempora mala non faciunt nisi homines mali... Sono gli uomini cattivi a rendere cattivi i tempi. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi (Sermo 311, 8, 8). È un criterio di responsabilità, al quale siamo in fin dei conti tutti richiamati percorrendo gli itinerari di pace tracciati in questo libro.

di Marcello Semeraro



Il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, sottoscritto il 4 febbraio 2019, ad Abu Dhabi, da Sua Santità Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, si conclude con l’auspicio che il Documento possa diventare “oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi”.
Raccogliere questo invito comporta, in qualche modo, l’onere di confrontarsi anche con alcune urgenze e criticità del tempo presente, con certe drammatiche distrazioni della cultura e della politica, con le gravi disinvolture della economia e con i ritardi della riflessione scientifica sui problemi e i bisogni dell’uomo.
L’entusiasmo che si avvertiva cinquant’anni fa per una scienza dell’uomo “impegnata” lungo le vie della quotidianità a vantaggio della persona e per la sua crescita, ha perduto il suo slancio iniziale, raffreddato dal mito scientista o forse frenato da ricorrenti motivi di insicurezza e di paura o soltanto distolto dal luccichio consumista e dai richiami delle mode.
E così l’uomo del XX secolo, pur aggredito da nuove ed antiche povertà, da nuove e sconosciute sofferenze, si è affacciato alla soglia del terzo millennio con la spavalderia di chi crede che tutto si può comporre nelle stanze della politica e della economia, sin quando non ha dovuto fare i conti con l’inaudito e con l’impensabile, scoprendosi improvvisamente inerme dinanzi a nuovi ed inediti motivi di morte e di terrore.
L’uomo che da sempre continuava ad alimentare l’industria della guerra, preoccupato soltanto delle sorti delle azioni lungo i listini di borsa, ha dovuto confrontarsi anche con i lutti e con le tragedie.
Il mondo è ancora lontano, troppo lontano, da una qualche credibile convivenza pacifica.
E così, nel campo delle religioni, spesso accusate di offrire supporto motivazionale ai conflitti e alle guerre, si è tornati ad un più deciso e sistematico impegno in favore della pace.
Su questo sfondo si colloca l’evento storico di un’intesa come quella che ha condotto alla firma del Documento congiunto di Abu Dhabi.
Le premesse c’erano e non si fa fatica a richiamarle e a ritrovarle. La più forte, la più eclatante, e forse anche la più lontana, sicuramente la più carica di significati e di frutti valoriali, risale al 1219, all’incontro di San Francesco con il Sultano d’Egitto Malik al Kamil. Il Papa l’ha più volte ricordato.  
Bisognava andare innanzi e farsi carico delle criticità del tempo presente ed anche delle grandi possibilità che si dischiudono con la modernità.
Il volume non svolge un’indagine storica, anche se della storia non si possono ignorare né i messaggi né gli insegnamenti. E non vuole nemmeno lasciarsi prendere da intenti meramente apologetici, anche perché quel che chiedono i protagonisti di Abu Dhabi è tutt’altro. Ciò che si vuole è una risposta ad un appello in vista di finalità ben individuate. “Un appello a ogni coscienza viva che ripudia la violenza aberrante e l’estremismo cieco”; “un appello a chi ama i valori di tolleranza e di fratellanza, promossi e incoraggiati dalle religioni” per testimoniare che la grandezza della fede in Dio “unisce i cuori divisi ed eleva l’animo umano”.
A questo invito abbiamo voluto rispondere con un discorso declinato in maniera da offrire itinerari e quindi ragioni e motivi per un cammino indirizzato dalla testimonianza ed orientato verso la tolleranza e la fratellanza.
In filigrana vi si scorgono due tesi che attraversano tutto il volume:
a) l’idea che Occidente ed Oriente sono da assumere oggi come due luoghi dello spirito, sempre presenti nella storia della salvezza e che perciò agiscono nella esperienza personale al modo in cui le due torri di nuvole e di fuoco agivano presso Mosè a guida del cammino verso la terra promessa.
b) l’idea che le criticità del tempo presente, segnalate dal Documento di Abu Dhabi, condensano una molteplicità di questioni che meritano d’essere analiticamente individuate per diventare altrettanti temi d’indagine antropologica e di riflessione politica, sociale, pedagogica.
In questa prospettiva il volume offre, non tanto una ricognizione del Documento o un suo commento, di cui forse non ci sarebbe bisogno, quanto un’analisi dei contesti, per segnalare linee di sviluppo, criteri ermeneutici, potenzialità progettuali, conseguenti spazi di azione e quindi itinerari: mappe motivazionali che aiutino nell’orientamento e guidino nelle opzioni.
Si presta ad una fruizione molto estesa per una possibile ripresa in ambito teologico pastorale, in area socio pedagogica, nei contesti formativi e, per alcuni aspetti, anche nella elaborazione politica e nella ricerca storica.  
Il libro nasce anche dalla profonda suggestione prodotta dall’aver potuto più volte constatare la qualità della vita in Abu Dhabi e, a suo modo, vuole essere un omaggio per una società composita e autenticamente interculturale, dove convivono pacificamente chiese cattoliche e ortodosse, moschee e templi induisti. E non sarebbe stato possibile - questo libro - se non all’interno di una intensa esperienza di intesa coniugale e scientifica con Angela Perucca sempre prodiga di suggerimenti sui temi della pedagogia interculturale e disponibile al confronto ermeneutico, all’analisi critica e alla verifica metodologica. In qualche misura questo libro è anche suo.

di Nicola Paparella

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