COME AGAR: DIO NON TI ABBANDONA MAI

VITA DI FEDE
La parole di Suor teresa monaca di clausura: “Stai tranquillo figlio mio, ascolta la voce dello Spirito Santo e sii docile, troverai la pace e la vita riprenderà a sorridere. Dio ti benedica”

Roma, via del Corso, sabato, nove e trenta del mattino, la giornata è fredda e il cielo è terso. La luce del sole si riflette per le strade e accarezza con il tepore delle tipiche giornate invernali gli angoli più belli di questi stupendi palazzi romani. Proseguo su via del Corso venendo da piazza Venezia, nella piazzetta che poco dopo si apre sulla destra si erge una facciata meravigliosa: è la chiesa di San Marcello al Corso, ma purtroppo la chiesa è ancora chiusa. Attendo qualche minuto ed ecco aprirsi le enormi porte di legno massiccio che, alla vista di tanta bellezza lasciano estasiato chi si accinge ad entrare. L’interno della chiesa è a navata unica con cinque cappelle per lato. Alzando lo sguardo al soffitto si possono ammirare delle meravigliose decorazioni pittoriche dalle tinte oro e azzurro quasi a rappresentare la volta celeste.
La chiesa, fondata nel IV secolo da papa Marcello I, fu ricostruita dopo un incendio devastante, a partire dal 1519. All’interno è presente un antico e venerato crocifisso in legno del XV secolo che sopravvisse a un incendio, salvò Roma dalla peste e, abbracciato da San Giovanni Paolo II, segnò il momento più forte della Giornata del perdono dell’anno 2000.
Le numerose storie di miracoli attribuiti al SS. Crocifisso, iniziano a partire dal 23 maggio del 1519 quando, nella notte, un incendio distrusse completamente la chiesa. Il mattino seguente il tempio sacro era ridotto in macerie e fra le rovine ancora fumanti appariva integro il crocifisso dell’altare maggiore, ai piedi del quale ardeva ancora una piccola lampada ad olio.
Mentre attendo l’apertura delle porte, vedo frettolosamente entrare in chiesa alcuni fedeli che si siedono nei primi posti, si collocano di fronte all’altare maggiore e tra loro ci sono anche alcune donne. Hanno i volti segnati dal tempo, abiti sdruciti e occhi impauriti. Ma poi avvicinandomi mi accorgo che sono dei clochard che attendono di rifocillarsi, scampati ancora una volta dal freddo della notte.
Si sente aprire la porta della sagrestia posta alla destra dell’altare e improvvisamente i clochard si alzano dalle panche e si mettono tutti in fila per ricevere la colazione del mattino per poi andare via. Chiedo al sagrestano cosa stia facendo e mi risponde che distribuisce i generi di conforto quale opera di carità che ripete quotidianamente.
Mentre parlo con lui il mio sguardo si posa su di un giovane sui quarant’anni d’età, seduto ai lati della cappella dedicata al Crocifisso miracoloso, ai piedi del quale è esposta una piccola statua della Madonna dal volto dolcissimo.
È solo, seduto in un angolo in religioso silenzio e intento a guardare quella statua di Maria quasi come se cercasse un abbraccio materno. Ha il volto scavato, segnato dal dolore e dal tormento, ha gli occhi azzurri e luminosi come la madonnina che gli è accanto, i tratti del suo viso sono dolci. Un uomo buono insomma. Provo tenerezza.
Mi fermo ad osservarlo per qualche istante e lui mi chiede se anch’io stessi aspettando padre Enrico, gli rispondo di no, ero lì soltanto per visitare la Chiesa di San Marcello, poi senza che sapesse nulla di me, mi guarda e mi sorride con delicata tenerezza. Ed ancora rivolgendosi a me come ad un amico, con voce flebile mi racconta come ormai da tempo il suo cuore è contrito e non riposa, sta cercando di elaborare l’abbandono della sua amata moglie. È da tempo che si sente in solitudine e perso nell’oblio degli inferi. Poco dopo si alza e si reca in sagrestia perché ad aspettarlo c’è padre Enrico.
Quelle parole mi entrano profondamente nel cuore, allora decido di aspettarlo. Dopo circa un’ora lo vedo uscire. Non credo ai miei occhi: ha il volto luminoso e sereno, è in uno stato di grazia!
Quando mi vede mi rivolge lo sguardo e mi parla, il colore della sua voce emana una delicata letizia, da non credere. Mi dice che grazie alle preghiere di padre Enrico, un sacerdote carismatico, si è tolto quell’enorme macigno che aveva nel cuore, ha ritrovato la pace e soprattutto la fede in Dio!
Si sofferma ancora davanti a me e guardandomi negli occhi mi racconta di aver ricevuto la grazia per intercessione della Madonna che è penetrata nelle piaghe e nei tormenti che abitavano il suo cuore.
Mi dice che lo stesso padre Enrico gli ha riferito che quando ha ricevuto la sua chiamata era poco prima della messa e che generalmente lui non risponde al telefono in quella fase ed invece lo ha fatto! Non solo, lui riceve numerose persone da tutto il mondo invece per quel giovane gli ha dato appuntamento pochi giorni dopo nonostante i suoi numerosi impegni già programmati. Padre Enrico gli ha detto che lo Spirito Santo ha voluto tutto ciò attraverso l’amore che unisce la madre al figlio.
Continua e mi racconta di aver conosciuto il sacerdote su indicazione di suor Teresa, un’anziana monaca di clausura di origini francesi. La descrive come una Ancella del Signore, in ella brillano i tratti inconfondibili della semplicità, della sensibilità e dell’umilità. Ha il volto angelico simile alle madonne nere raffigurate nelle icone sacre, con lo sguardo che ti dona luce e pace. Il tratto signorile e la voce dolcissima. Nonostante abbia un corpo segnato dalle malattie e dalle sofferenze la vedi camminare e barcollare per le strade di Roma accompagnandosi con una stampella, mi dice che vive aiutando gli altri attraverso la provvidenza. Una suora mistica, un gigante della fede e della carità come la definisce lui.
Continua dicendomi che è stata lei a sostenerlo in tutto questo periodo buio e di profonda sofferenza della sua vita, dandogli forza e coraggio. La stessa che nel corso del tempo si è preso cura di lui, pregando con lui e per lui e che gli ripeteva: “preparati all’incontro con padre Enrico, canta e cammina, Dio è con te”. “Stai tranquillo figlio mio, ascolta la voce dello Spirito Santo e sii docile, troverai la pace e la vita riprenderà a sorridere. Dio ti benedica”.  
Non so con precisione quali sofferenze stesse patendo, ma so per certo di aver visto e percepito la sua profonda sofferenza umana e poi aver visto, dopo l’incontro con padre Enrico, il suo stato di grazia, che ha trasmesso anche a me donandomi una pace ed una gioia profonda e, soprattutto, la voglia di raccontarla. Le cose non accadono a caso.   
Analizzando questa profonda esperienza che ho vissuto, mi torna in mente la rappresentazione del pathos drammatico dell’episodio di “Agar nel deserto” tratto dal libro della Genesi, quale metafora di questa testimonianza di vita. Quando Sara, moglie di Abramo, convinse la bellissima schiava Agar a concepire in sua vece un figlio con Abramo, che venne chiamato Ismaele. Agar viene poi cacciata, e madre e figlio si ritrovano soli e assetati nel deserto. L’otre, riversa accanto a Ismaele, ha stillato le ultime gocce d’acqua e tutto sembra perduto. Tuttavia Dio ascolta il pianto sconsolato della donna e le invia un Angelo a indicarle una fonte d’acqua, principio di fonte e di salvezza. Così Agar si disseta e al contempo si “purifica” per aver ascoltato l’impudente richiesta di Sara.  
Morale: Dio non abbandona mai i suoi figli!

di Giovanni Napolitano

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