Lasciarsi amare da Dio È il segreto di chi prega

È nella preghiera che si radica la speranza. Ed è nella speranza, per quanto ingenua, che il destino del mondo non sia in mano ai potenti, anch’essi, più di quanto non sembri, pedine di un gioco che li sovrasta.

Pregare infatti è anzitutto prendere le di­stanze da questo mondo, mantenendo la pro­pria identità di cristiani i quali, come Cristo, stanno dalla parte dei poveri o meglio stanno tra di essi come bene insegna il nostro papa Francesco. Ora, se veramente crediamo che la storia dell’uomo è interna ad una alleanza stabilita per iniziativa di Dio, tra Dio stes­so e l’umanità tutta, nulla è così necessario quanto il dialogo con Lui, quanto l’appello affettuoso e fiducioso al suo cuore di Padre.

In qualunque forma questo appello si esprima, nel silenzio di un monastero, dove i chiamati testimoniano le realtà ultime, nel pericolo sempre incombente di una missione tra genti di fedi diverse o nell’apostolato fa­ticoso delle nostre congestionate metropoli, noi dobbiamo credere che esso è una forza, in grado di liberarci da un’eccessiva fiducia nelle nostre strategie operative, fossero pure efficaci quanto quelle che hanno rivoluzio­nato la storia.

L’anelito verso la liberazione da ogni schiavitù ha, all’inizio e durante la sofferen­za dell’azione liberatrice, un solo luogo per esprimersi, ed è la preghiera. È nella pre­ghiera che noi facciamo credito a Dio, che scarichiamo su di Lui il cumulo delle nostre inadempienze e indifferenze. Pregare non vuol dire allenarsi alla rassegnazione, pregare vuol dire abituarsi anche alle nobili provoca­zioni nei confronti di Dio che sembra dormire mentre l’ingiustizia domina.

Noi non dobbiamo condividere la sfidu­cia nella preghiera che è stata insinuata nel mondo dall’umanesimo (si ricordi il mito del dottor Faust, personaggio per altro realmen­te esistito), fiducioso solo nella propria intel­ligenza e nelle proprie risorse. Qui dovrebbe inserirsi anche un esame critico di noi stessi, del nostro atteggiamento intellettuale che molte volte non ha dato sufficiente impor­tanza alla preghiera.

Eppure, va ripetuto, non mancano innu­merevoli esempi di riscoperta della propria vita, di rinnovamento totale, di salvezza che hanno alla base la preghiera. Tale termine, che sintetizza l’atto più grande che l’uomo possa fare, cioè ascoltare Dio, come Mosè, che con Dio parlava faccia a faccia (Es 33,11), come Elia, che stava alla presenza di Dio (1 Re 17,1), postula anche il “gemito” di cui parla Paolo nella Lettera ai Romani (8,22-23). Se noi dovessimo gemere, cioè soffrire, sol­tanto quando siamo ingiusti, ben venga la sofferenza. Ma quando dobbiamo soffrire per­ché amiamo l’umanità, la fraternità e la libertà, allora la tribolazione - se non vi è nel nostro cuore la preghiera - ci condurrebbe alla dispe­razione. Come è possibile subire persecuzio­ni solo perché si ama la giustizia e magari da parte di coloro che professano le nostre stesse certezze? Come è possibile che questo Dio, vindice della storia, rimanga in silenzio dinnanzi al gioco delle prepotenze assurde e trionfanti?

Dio non ha tempi come i nostri. Dio ha tempi e interventi diversi. Non tentiamo di capirlo, faremmo la figura meschina di Giobbe. Teniamo soltanto presente che la giustizia di Dio sorpassa il diritto e il torto e avvolge tutto in una conciliazione al di fuori dei nostri limiti di creature. Soltanto la forza della preghiera può, sia pure limitatamente, consentirci di comprendere qualcosa.

La preghiera, intesa appunto come ascol­to, accoglienza della divina volontà e “gemi­to”, ha una sua potenza indescrivibile. Quella stessa che giusto trentaquattro anni or sono permise a Giovanni Bachelet (in alto a sini­stra) di perdonare agli assassini del proprio padre. Non si pensi che quel giovane venti­quatrenne non abbia pagato con il “gemito”.

Ma la potenza dell’amore, accolto nella preghiera, vince l’odio. Pensiamo al giovane Thomas Merton (1915-1968) (a destra), pri­ma ateo e dedito ad una condotta dissoluta, che a un certo punto lascia entrare Dio nella sua vita e diventa monaco trappista a tren­tuno anni. Ecco la preghiera, il “miracolo di lasciarsi amare da Dio” (D.M. Turoldo).

Gli esempi potrebbero continuare, ma ve n’è uno che li riassume tutti: l’uomo Gesù. Sovente dimentichiamo che il primo orante è Gesù Cristo.

Egli, unico mediatore tra Dio e gli uomi­ni, è vissuto su questa terra come preghiera continua al Padre. Non con le coroncine o le giaculatorie, ma con il vivere pienamente la volontà di Dio. Quante volte nei Vangeli è detto che trascorse la notte in preghiera. E ogni volta che doveva prendere una decisione prima pregava intensamente: così prima della scelta degli apostoli, prima della Trasfigura­zione, prima di ogni altro momento decisivo della vita.

La prova inconfutabile del suo vivere come preghiera ci viene offerta dalla Lette­ra agli Ebrei. L’anonimo autore, finissimo omileta, dice che “nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Colui che poteva liberarlo e fu esaudito per la sua pietà” (5,7). Se le pre­ghiere e suppliche si riferiscono alla sua vita di orante e in particolare alla sua agonia nel Getsemani, il “forte grido e le lacrime” rievoca il suo grido in croce: abbiamo qui il ricordo e la presentazione dell’intera passione di Gesù come una preghiera.

Il modo di presentare l’oggetto della pre­ghiera di Gesù (la liberazione da quel calice amaro) e il suo esaudimento (“fu esaudito per la sua pietà”) indicano il dinamismo interno della sua fiducia: Egli non rinuncia alla sua aspirazione umana alla salvezza, ma si rimette con totale obbedienza a Dio, nella certezza che solo in Lui troverà la liberazio­ne dal sepolcro. E “divenne causa di salvez­za eterna per tutti coloro che obbediscono” (Eb 5,9).

Il rabbi Gesù ci insegna che l’unica obbe­dienza che coincide con la vera libertà è l’ob­bedienza alla volontà di Dio, che non soffoca mai l’autonomia umana ma la provoca e la eleva.

di Franco Careglio

 

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