L’opera ‘più’ buona di Dio: essere pane spezzato per tutti

Per avere un’idea del termine ‘opera’ oc­corre tenere presente il concetto che di esso fornisce la Sacra Scrittura. Infatti, quando si accosta un tema di fede o sem­plicemente religioso (mai dimenticare che ‘fede’ e ‘religione’ indicano due valori diver­si), la fonte della gioia quale si può attingere per una corretta comprensione è soltanto la Parola di Dio, sostenuta e, per dir così, “spez­zata” dalla guida del Magistero della Chiesa, non da privata spiegazione (2 Pt 1,20).

L’opera è un’azione, un atto volontario, un’attività diretta ad un determinato fine ed è frutto del lavoro dell’uomo ma pure del suo comportamento. La prima opera, in ordine cronologico e in quanto a valore, è quella di Dio: vedi la creazione nel libro della Genesi. Dio crea e il suo spirito aleggia sulle acque di una terra informe e vuota. Allora Egli dice: “sia la luce”. E la luce fu. Guardiamoci dal considerare questa narrazione come una bel­la fiaba. Certo, non è la cronaca di un fatto, ma ha la stessa potenza di una sinfonia di Beethoven, dinnanzi alla quale l’anima sente riprodotta in forma umana l’opera infinita di Dio.

Il Dio biblico non è il Dio dei filosofi, della speculazione, ma è il Dio che lascia segni con­creti del suo intervento. Dio vede che tutto ciò che compie è buono: le acque, gli alberi, le fonti di luce, gli esseri viventi. Da ultimo crea il suo capolavoro: l’uomo, maschio e femmina.

Tutto ciò è bellezza, è gioia, è vita. Ecco le caratteristiche dell’opera divina che devono ripetersi nell’opera umana, qualunque essa sia, dalla più umile alla più elevata, da quel­la ordinaria a quella straordinaria. Quindi se l’uomo compie le sue opere secondo la trac­cia indicata da Dio, esse risultano necessaria­mente vere, buone e divengono fonte di gioia e di pace.

Un’altra opera, più incisiva e indelebile, è stata lasciata da Dio nella storia d’Israele, a partire dalla liberazione della schiavitù in Egitto (che possiamo leggere come liberazio­ne dalla schiavitù del peccato, portata poi alla perfezione dal Figlio di Dio), dall’esodo e dall’insediamento nella terra promessa: sono opere che strappano ammirazione e stupore (Dt 3,24) e che vanno celebrate (Sal 66,3-6).

Il messaggio dei profeti aiuta a cogliere la presenza operante di Dio: gli eventi della storia sono azioni di Dio, qualcosa che Egli prepara, per così dire, con le proprie mani. La salvezza è opera di Dio: Egli mirabiliter creò e mirabilius ri-creò con l’invio del Figlio.

Da questo operare continuo, che non ha inizio né fine (Dio è totalmente libero del tempo, noi ne siamo totalmente sudditi), Dio prova felicità: non riduciamo certo Dio al condizionamento delle passioni, sarebbe stolto oltre che blasfemo, ma non possiamo non pensare a Dio come ‘felice’ e ‘infelice’ quando vede la sua creatura compiere l’o­pera buona e quindi vera o quella cattiva e quindi falsa (“Anche Dio è infelice”, scrive in una affascinante lirica David M. Turoldo, 1990).

L’opera dell’uomo può essere la semplice attività professionale (Dt 2,7; Gb 1,10) come pure un servizio cultuale al Tempio (Nm 8,11) o ancora un’espressione di virtù, come la bontà e la giustizia. Ma se l’uomo segue l’opera di Dio, o quanto meno si sforza di se­guirla, non potrà che essere colmo di quella gioia che nessuno potrà togliere (Gv 16,23).

Gesù celebrò il suo banchetto in un prato con la turba seduta sull’erba.

Noi vorremmo poterlo celebrare nelle piazze, nelle fabbriche, nelle famiglie, nelle carceri come la massima opera buona che sola dona la vera gioia. Perché le ragioni del camminare, dello sperare, si dischiudereb­bero all’interno delle aggregazioni umane, dove invece si moltiplicano le ragioni della disperazione.

Così fecero quei profeti - con la buona opera dell’Eucaristia - che furono Giovanni de Matha, Francesco di Assisi, Domenico di Guzman e più recentemente Giovanni Bo­sco, Daniele Comboni, Giovanni XXIII, Gio­vanni Paolo II.

Come fece in questi ultimi anni il profe­ta Don Oreste Benzi (1925-2007), infaticabi­le apostolo degli ultimi. Come fa oggi Papa Francesco, da vero forte figlio di Sant’Igna­zio di Loyola, che in questi tempi in cui la speranza agonizza ci ripete che l’Eucaristia è essenziale. È l’opera buona per eccellenza, è la donazione di Sé da parte del Figlio che abbraccia in quel pane spezzato il mondo in­tero.

È in questi anni, ormai lunghi ed este­nuanti, in cui lo spettacolo delle disparità all’interno del genere umano, a livello eco­nomico, culturale, etnico, si rivela insoppor­tabile alla cattiva volontà, che noi cristiani abbiamo bisogno di ritrovare le sorgenti nascoste del nostro buon volere ed operare, sorgenti che vengono unicamente dallo Spi­rito di Dio, che in noi le suscita. Compren­deremo - e Dio voglia che non sia troppo tardi - quanto è importante il pregare prima dell’agire.

Ecco perché il banchetto eucaristico pro­voca in noi non solo la speranza che apre le ali per volare verso il futuro, ma la volon­tà morale di cambiare il mondo, attraverso l’impegno gratuito e totale. Una sola opera buona solleva il donatore prima ancora di chi la riceve, perché è manifestazione di con­versione.

L’opera buona fa sì che il mondo sia dav­vero un’assemblea nella quale chiunque pos­sa liberamente mangiare e bere, chiunque possa liberamente cantare, chiunque possa liberamente esprimere se stesso in una con­cordia discorde in cui si riflette, nel finito, l’in­finito di Dio.

Quindi il nesso tra il gesto di Cristo che sfama le turbe facendone vibrare il cuore di gioia e lo spettacolo che il profeta Isaia ci descrive (25,6-8) diviene l’asse stesso dell’e­sperienza cristiana e insieme il fondamento incrollabile della ragion d’essere della Chie­sa nel mondo.

di Franco Careglio

 

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