Non è un privilegio dei consacrati La santità è per tutti. Anche per i laici

“Tutti i fedeli nella Chiesa, sia che appar­tengano alla gerarchia sia che da essa siano diretti, sono chiamati alla santi­tà, secondo il detto dell’Apostolo «la volontà di Dio è questa, che vi santifichiate» (1 Ts 4,3; Ef 1,4)”. Così si legge nella Lumen gentium, la costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, promulgata il 21 novembre 1964.

Questo testo, relativo alla chiamata uni­versale alla santità, è certo il più conosciuto. Sarebbe opportuno però considerare l’intero corpo dei documenti del Concilio per ren­dersi conto di quanto il Magistero abbia pre­so sul serio le parole dell’Apostolo Paolo che invita ogni cristiano a “farsi santo”, o meglio a mettere a frutto pienamente il dono della santità ricevuto da ogni credente attraverso il sacrificio di Cristo, che li ha giustificati, cioè resi giusti (Rom 3,4), e il Battesimo che li ha redenti (Rom 6,4). Si può quindi distin­guere una “santità donata” da una “santità ac­quisita”: infatti, il cristiano è santo non perché immune per sempre dal peccato, ma perché è passato ad un’altra signoria, quella di Cristo, e non è più sotto la schiavitù del peccato. E questo grazie al fatto che Cristo “morì per il peccato una volta per tutte” (Rom 6,10), un altro modo per dire che Cristo si donò al sacrificio per noi (1 Cor 15,3). La santità, da parte del credente, si raggiunge cooperando con la grazia.

Con simili presupposti, santificarsi do­vrebbe essere la cosa più facile di questo mondo. Sfortunatamente la nostra ostinata e fragile carne mortale ci conduce su di una strada sbagliata, sicché “io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rom 7,19).

Può essere utile allora considerare l’im­mensa schiera di santi laici dichiarati tali dalla Chiesa per renderci conto che la santità non è patrimonio esclusivo di preti e suore, ma è veramente alla portata di tutti. Certo, anche nelle recenti canonizzazioni e beatifi­cazioni prevale il numero dei consacrati ri­spetto a quello dei laici.

Tuttavia, al di là del dato statistico, si rico­nosce che la vita consacrata può essere sen­za dubbio una via privilegiata alla santità, ma non è l’unica.

Un tempo la Chiesa riservava la qualifica di “santo” a quanti versavano il loro sangue nel martirio. Lo spargere il sangue per Cristo diveniva quindi il sigillo della santità: ecco perché, ancora nel XIII secolo, santo era im­mediatamente colui che si offriva vittima per il nome di Cristo. Di qui il grande desiderio di incontrare il martirio da parte di uomini come Francesco d’Assisi e Antonio di Pado­va.

Nei secoli successivi si prese coscienza che era possibile santificarsi anche vivendo nella fedeltà assoluta alla propria missione, di sacerdote, di padre di famiglia o di celi­be. Ecco dunque i primi santi non sigillati dal sangue ma dall’adesione quotidiana e non sempre facile alla Parola di Dio. Questo giusto concetto si collega al dato che “santo” è Dio solo, quanto gli appartiene ed è a Lui conforme, in qualche modo cioè simile a Lui, e inoltre anche ciò che è separato dall’ambito profano e quotidiano. La santità è quindi un concetto relazionale: l’uomo tocca con mano la natura del sacro in un incontro con Dio che si rivela in maniera visibile e si fa percepibi­le, che si rivolge a lui o lo chiama; in questa esperienza egli diviene consapevole del suo essere indegno, del suo peccato e della sua colpa.

La santità di Dio non va però sentita soltanto come splendore luminoso e maestà sconvolgente (Is 64,1; Ez 20,40). Essa si ma­nifesta anche nel giudizio contro gli oppres­sori e i prepotenti, ai quali Egli non darà mai il suo appoggio.

Anche l’uomo di Dio deve opporsi all’in­giustizia, come avvenne per il Beato Franz Jägerstätter (1907-1943), padre di famiglia, contadino cattolico austriaco, obiettore di coscienza, ghigliottinato per essersi rifiutato di entrare nell’esercito nazista e beatificato il 26 ottobre 2007.

Per l’antico Israele oppresso, un gesto come quello del B. Jägerstätter, significa sal­vezza e liberazione. Questo doppio aspetto della santità - ossia come gloria ultraterrena e come giustizia umana - significa che l’uo­mo prende coscienza della sua responsabili­tà davanti a Dio e ai fratelli. Anche l’Antico Testamento ha molto da insegnare a propo­sito della santità: ad esempio, il personale preposto al culto, soprattutto i sacerdoti, dovevano essere particolarmente “santi” (Lv 21; Sal 106,16).

In sintonia con questa spiritualità è la profonda e accorata lezione, dettata dall’a­more alla Chiesa e ai suoi ministri, che viene da un grande scienziato laico, fisico e poli­tico italiano, anch’egli padre di famiglia, il professor Enrico Medi (1911-1974), che pre­sto verrà onorato come beato. In una delle sue numerosissime conferenze scongiurò i sacerdoti di “essere santi, perché ad essi sol­tanto è dato di toccare Dio con le loro mani”.

Così tanti altri laici, che hanno dimostra­to con i loro scritti e soprattutto con la loro vita come si possa amare Dio e i fratelli nella condizione in cui si è posti dalla Provvidenza. Tra questi troviamo San Giuseppe Moscati (1880-1927), il medico napoletano che consa­crò tutta la sua breve vita alla cura dei mala­ti, soprattutto i più poveri.

È anche il caso delle Beate Anna Maria Taigi (1769-1837) ed Elisabetta Canori Mora (1774-1825), terziarie trinitarie, e di Santa Gianna Beretta Molla (1922-1962), spose e madri eroiche.

A queste possiamo aggiungere la B. Ma­ria Bolognesi (1924-1980), laica, mistica, che soffrì pene terribili per malattie e miseria (beatificata il 9.9.2013).

Questa è la santità, la dimensione di vita che non usa mai la parola “rischio” perché sa bene in Chi ha posto la propria fiducia (2 Tim 1,12). Tale fiducia vince la paura del ri­schio e introduce l’anima nella certezza della verità.

di Franco Careglio

 

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