“Chi non lavora neppure mangi” Rispetto dell’uomo e della sua dignità

“Offrendo a Dio il proprio lavoro, l’uo­mo si associa all’opera stessa redenti­va di Cristo, il quale ha conferito al la­voro un’altissima dignità, lavorando con le proprie mani a Nazaret. Di qui discen­de, per ciascun uomo, il dovere di lavorare fedelmente e il diritto al lavoro. Corrispon­dentemente è compito della società aiutare i cittadini affinché possano trovare sufficiente occupazione” (Gaudium et spes, 67).

Così si esprime il documento tra i più importanti del Concilio Vaticano II. Il lavoro quindi è un sacrosanto diritto, riconosciuto dalla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo (Parigi, 10.12.1948), che conduce la persona alla piena consapevolezza del proprio esse­re, della propria dignità e della propria ca­pacità.

Dispiace immensamente che un tale di­ritto, non solo elementare ma indispensabi­le alla realizzazione di sé, possa essere da quel che appare e risulta dalle statistiche, dimenticato dalla classe dirigente, o addirit­tura misconosciuto, come accadde qualche tempo fa, da un ministro della Repubblica - voglia il Cielo soltanto per un increscioso errore non concettuale ma di comunicazione verbale (“il lavoro non è un diritto”, Camera dei Deputati, 27.6.2012).

Soltanto dal lavoro proviene la digni­tà umana e con esso si prevengono tutte le deviazioni. Il vagabondaggio, per esempio, costituisce la prima conseguenza della man­canza di lavoro o del lavoro perduto per ra­gioni sociali.

Quanti sono i vagabondi, i senza-tetto, i cosiddetti barboni che un tempo erano pro­fessionisti stimati e benestanti e che per il fal­limento dell’azienda o il licenziamento hanno gradualmente perduto la stima di sé, la digni­tà, la famiglia e la volontà di risorgere. Non ci vuole molto a cadere in questa distruttiva spirale.

Forse la stessa società ha convalidato nella nostra mente la figura del vagabondo ideale - chiamiamolo così - come essere re­pellente e pericoloso che preferirebbe morire piuttosto che lavorare o lavarsi, e non vuo­le far altro che mendicare, bere, consumare furti e dormire sulle panchine d’estate e nei cartoni d’inverno.

Per capire che il vagabondo è una perso­na sfortunata basterebbe leggere un roman­zo poco noto di George Orwell (1903-1950), dal titolo “Senza un soldo a Parigi e a Lon­dra”, nel quale il geniale scrittore inglese de­scrive appunto la situazione di vita dei vaga­bondi divenuti tali nella Londra dell’inizio del secolo scorso per la sfortuna, i dissesti economici, la malattia. E soprattutto come venivano trattati e considerati dai “buoni”.

Per fortuna il cristiano non ha mai con­siderato il vagabondo in questo modo e, da San Giovanni de Matha a fratel Ettore Bo­schini (1928-2004), il religioso camilliano che diede vita a Milano ad un’imponente opera di soccorso per barboni disadattati o emar­ginati, opera che prosegue grazie ai cristiani che hanno creduto e che credono che la cari­tà di Cristo è quella che sospinge e vivifica, come insegna San Paolo. Di fratel Ettore è in corso la causa di beatificazione.

Il lavoro è voluto da Dio, che fin dall’ini­zio lo ha previsto per l’uomo, e nella Bibbia è definito come istituzione della divina sapienza (Sal 104; Is 28,23-29). Dopo il peccato origi­nale il lavoro non è più gioia, bensì fatica, non è più benedizione ma peso. È diventato occasione di peccato e, se è fine a se stesso, sfocia addirittura nell’idolatria. E ancora oggi non sono pochi coloro, soprattutto tra i professionisti e imprenditori, che trascurano la fede, la famiglia, gli affetti per l’accumulo indiscriminato di capitali.

Grazie alla redenzione, il lavoro dell’uomo torna ad essere strumento della benedizione divina, realizzazione della persona nella co­munità e per la comunità umana, un “fare” che si modella nel “fare creativo” di Dio. Gesù la­vorava come falegname e come tutti gli ebrei apprezzava il lavoro manuale e artigianale. Paolo ci teneva a guadagnarsi da vivere la­vorando con le sue mani, sia per essere d’e­sempio sia per indurre i cristiani a cooperare all’opera di Dio.

La famosa frase “chi non vuol lavorare neppure mangi” (2 Ts 3,10) afferma un prin­cipio di uguaglianza e di rispetto dell’uomo e della sua dignità. Questa visione positiva del lavoro, che caratterizza la mentalità bi­blica, la vita stessa di Gesù e il primo cristia­nesimo, è tanto più significativa in quanto è in contrasto con il disprezzo che circondava il lavoro manuale nel mondo antico.

L’antichità classica ed ellenistica poneva ai vertici della scala sociale quanti facevano lavorare gli altri per vivere. Anche per questo la schiavitù era una componente fondamen­tale dell’ordine socio-economico del mondo antico.

Il disprezzo del lavoro umano manuale e artigianale è del tutto estraneo alla Bibbia, nella quale uomini volenterosi e impegna­ti costruiscono il santuario di Dio (si pensi all’immensa fatica per erigere il Tempio di Gerusalemme).

Attraverso la grazia di Dio il lavoro dell’uomo assume un nuovo valore. L’uomo che lavora secondo lo spirito della Scrittura è oggetto della benedizione di Dio e il suo im­pegno è fatto “nel” Signore e “per” il Signo­re. In questo modo l’uomo è amministratore del regno di Dio e servo del prossimo.

L’autenticità della fede di una persona si manifesta nella qualità delle sue opere. E tut­tavia l’accettazione divina e la ricompensa dell’opera di ciascuno è sempre gesto di ge­nerosità della grazia.

Voglia il Cielo - e lo vogliano tutti gli uomini che Dio ama - iniziare questo nuovo anno all’insegna di un lavoro dignitoso che apra a tutte le genti un orizzonte di vivida speranza, di rinnovata fede e di concreta ca­rità.

di Franco Careglio

 

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