“Quanta rugiada spargevi con delicate mani, la notte, nei prati...”

Il tema della tenerezza di Dio non è una sco­perta di Papa Francesco, bensì il giusto ri­salto che il Santo Padre ha voluto dare alla più evidente caratteristica divina. Come in­segna San Giovanni “non siamo stati noi ad amare Dio per primi, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato suo figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4,10). Questo è l’amore immenso di Dio, che però non si limita alla sola benevolenza, alla sola bontà, ma come un padre ama il proprio fi­glio così Egli ama tutte le sue creature con una tenerezza indicibile.

Può sorprendere che il termine “tenerez­za”, manifestazione tipica del sentimento materno (lasciamo stare dove sono i termini greci relativi!), si trovi soltanto nell’Antico Testamento. Qui dove sovente si parla di guerre spietate, di uccisioni e di tradimen­ti, con scandalo da parte di quanti poco fre­quentano e comprendono il significato della narrazione - ma che avevano fatto quei po­veri abitanti di Gerico da essere passati a fil di spada tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, perfino buoi e asini? - appare ina­spettato, almeno una quindicina di volte, il termine “tenerezza”, che indica la qualità materna, nella convinzione che l’amore di­vino conosca tutte le sfumature, compresa quella viscerale (si permetta di citare la pa­rola ebraica rahamîm, viscere, per descrivere l’amore tenero e appassionato di Dio). “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si di­menticassero, io invece non mi dimenticherò mai di te” (Is 49,15).

Sia detto per inciso che Isaia qui è un po’ troppo ottimista, non avendo profetizzato circa la cultura del XXI secolo.

Ora, la simbolica paterna ha largo spazio nell’Antico Testamento, a partire dal profeta Osea, ma il profilo al femminile di Dio, più presente di quanto s’immagini non solo nel­la Bibbia ma anche nella letteratura di ogni tempo, favorisce una reinterpretazione degli schemi esclusivamente patriarcali adottati dalla tradizione teologica ed è suggestivo per raffigurare la ricchezza dell’amore e del­la tenerezza divina.

Nel Nuovo Testamento Cristo invita il fede­le ad abbandonarsi tra le braccia del Padre ce­leste perché Egli “sa già di quali cose avete bi­sogno prima ancora che gliele chiediate” (Mt 6,8). Sulla stessa scia della tenerezza divina, tanto presente nei profeti, si inserisce la ti­pologia dell’amore amicale nel Nuovo Testa­mento. Gesù vive profondamente l’amicizia, si pensi alla vicenda della malattia di Lazza­ro, quando Gesù, saputo della morte dell’a­mico, “scoppiò in pianto”. Egli pianse su Gerusalemme (Lc 19,41), si commosse per la morte del figlio della vedova di Nain, per le folle che avevano fame, per i malati e in tan­te altre occasioni. Sperimenta la lacerazione del distacco da Lazzaro, che gli è profonda­mente caro; prova certo un dolore lancinante quando vede avvicinarsi Giuda, eppure lo chiama “amico” e su questo episodietto Don Primo Mazzolari pronuncerà una delle sue omelie più famose, “Nostro fratello Giuda” (Giovedì santo 1958): “Amico! Questa parola vi dimostra l’infinita tenerezza del Signore”. Ancora: Gesù ama nella comprensione pub­blicani e peccatori, non condanna l’adultera - manifestazione forse più luminosa di ogni altra della sua bontà, che nessun fondatore di religioni aveva mai espresso -, chiama gli apo­stoli “amici e non più servi” perché destinati a conoscere i segreti del Cristo amico.

È quanto mai utile, per capire la tene­rezza di Dio, rileggere la prima enciclica di Benedetto XVI, Deus Caritas est, programma di un pontificato breve, intenso e sofferto, il­luminato dalla coscienza della tenerezza di Dio.

Gesù condivide appieno l’amore del Pa­dre per il mondo. In Lui, ogni aspetto della sua persona - i gesti, le parole, le guarigio­ni, le risurrezioni dai morti, i miracoli tutti - concorre a chiarire e a confermare la tenerez­za di Dio. E il Padre conferma quest’opera di amore quando risuscita il Figlio dai morti e lo costituisce primizia della nuova creazio­ne. L’amore di Dio non è generico, è sempre personale e specifico; si rivolge ai singoli uo­mini in maniera del tutto personale e la sua delicatezza si esprime nella sollecitudine che ha per i suoi figli. Dio è “responsabile” della sua creazione e l’ha affidata a noi, certo che avremmo fatto fruttare questa “vigna”. Le cose sono purtroppo andate diversamen­te. L’irresponsabilità e l’indifferenza hanno preso il posto della sollecitudine e della tene­rezza. E se ne hanno terribili esempi a livello di conduzione, locale e nazionale, del nostro Stato, quando cataclismi come alluvioni fan­no assistere alla miserevole, pietosa comme­dia dello “scaricabarile”, alle giustificazioni più indisponenti e alla codarda diserzione di fronte alla tragedia. Non riproduciamo assolutamente, nella cura della vigna, la te­nerezza di Dio.

Abbiamo fortissimi esempi almeno in letteratura. Una prostituta ed un assassino, resi tali dall’indifferenza umana di fronte alla miseria, scoprono la tenerezza di Dio e, increduli, la sperimentano e la vivono. Essa dona loro la speranza della risurrezio­ne spirituale ed umana. Così Sonia e Rodiòn Romanovič, in “Delitto e castigo” di Dosto­evskij, comprendono, ben più lui che lei, che la tenerezza divina è vera e palpabile. Così un grande profeta del nostro tempo, Padre David M. Turoldo (1916-1992), che in una af­fascinante lirica, “Amore e morte”, esalta la tenerezza divina: “... quanta rugiada spar­gevi con delicate mani, la notte, nei prati, non visto. E allora, perché, perché, dunque ero così triste?”.

di Franco Careglio

 

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