Testimoni generosi e responsabili Senza mai incrociare le braccia

Molto stimolante il tema di questo nu­mero. Educazione della volontà (men­te), del cuore (sentimenti), del lavoro (mani, cioè operosità); chi, meglio di Gesù, con la sua vita e il suo insegnamen­to ci può essere maestro? La sua educazione venne recepita in maniera stupenda dai santi di ogni epoca: da San Paolo, a San Giovanni de Matha, al B. Carlo Gnocchi.

Questo anno, che va concludendosi, ci in­vita ad un serio esame del modo con il quale abbiamo usato mente, cuore e mani. Gli erro­ri, le inadempienze, le omissioni di cui ci ren­deremo conto nel bilancio possano aiutarci ad affrontare con maggiore fiducia ed energia l’anno che inizia. Proprio come fecero i santi, questi amici che ci indicano qual è l’atteggia­mento autenticamente evangelico.

L’originalità della fede cristiana non è quella del pensiero di come e quando avver­rà la fine del mondo, che non va anzitutto pensata come catastrofe ma come ritorno di Gesù nella gloria a separare coloro che gli diedero da mangiare, da dormire e da continuare il faticoso cammino della vita da coloro che lo ignorarono (Mt 25); è piuttosto quella della responsabilità.

Quindi la vera risposta del credente alla certezza che il mondo finirà non è di in­crociare le braccia e attendere, mentre im­perversano le guerre, le malattie, i disastri naturali; è di lavorare con assiduità - e qui ricuperiamo la famosa parabola dei talenti – in modo che il Signore quando verrà ci intro­duca nella sua gioia.

Le forme di irrazionalità che dilagano nel mondo d’oggi, molti paurosi smarrimenti nella violenza che segnano di sangue le pa­gine della nostra cronaca (come il terribile assalto alla sinagoga di Gerusalemme dello scorso 18 novembre), molte ricerche di di­versi modi di aiuto alla vita che sono men­zogna e non verità, il sempre più consistente numero di famiglie che si disgregano, ven­gono da una coscienza collettiva sempre più sollecitata verso il nulla. Il cieco affidamento alle risorse della scienza contraddistingue un largo strato della cultura di oggi ed è un atteg­giamento veramente pericoloso.

I credenti, allora, devono misurare la loro fede non sugli entusiasmi interiori, ma pren­dendosi cura della creazione, adoperando mente, cuore e mani e investendo le proprie capacità e la propria coscienza cristiana nel mondo per trasformarlo. Vi è stata una falsa educazione, di cui portiamo tracce dolorose, che ha messo al primo posto un’umiltà che consiste nella sistematica autodenigrazione, nella squalifica dei doni personali, nel pre­supposto che nel disprezzo di sé cresca la gloria di Dio. È proprio la via opposta che ci viene dal messaggio cristiano.

Noi dobbiamo essere ben consapevoli del­le nostre capacità e di conseguenza respon­sabilità, non per vantarci, ma per metterle a servizio dell’umanità intera. Le occasioni che la vita ci offre, le responsabilità che siamo chiamati ad assumere, le possibilità che si aprono sul nostro cammino, i compiti che ci vengono affidati.

Consideriamo i sei santi canonizzati lo scorso 23 novembre: Sant’Amato Ronconi (sec. XIII), laico francescano, che costruì nel­la sua terra, la Romagna, un ospedale per i poveri; San Nicola Saggio da Longobardi (1650-1709), religioso dell’Ordine dei Minimi di S. Francesco da Paola che si donò all’inse­gnamento del catechismo e alle opere di mi­sericordia; i due santi indiani del XIX secolo, San Kuriackos Elias Chavara (1805-1871), mistico, confondatore di una Congregazione di ispirazione carmelitana e Santa Rosa Elu­vathingal (1877-1952), umile suora donata all’assistenza dei miserabili; San Ludovico da Casoria (1814-1885), sacerdote francesca­no che si consumò per i diritti e l’aiuto delle persone affette da gravi malformazioni, anti­cipando l’opera di San Luigi Orione; infine il vescovo San Giovanni Antonio Farina (1803-1888), straordinaria figura di pastore che si prodigò per il progresso cristiano e umano di Treviso e di Vicenza, le due sedi del suo ministero episcopale.

Infine, come non ricordare le vittime dell’odio e della persecuzione alla Chiesa uccise anno per anno? Nel 2013 furono 23 gli operatori pastorali che sparsero il sangue per Cristo e la sua giustizia; nel 2014, pur at­tendendo l’elenco esatto dell’Agenzia Fides, si possono già contare i morti, tra sacerdoti, religiosi e religiose, volontari laici. Ma l’e­lenco sarebbe lunghissimo se, come più che doveroso, si aggiungessero tutti i laici uccisi soltanto perché cristiani nelle regioni orienta­li.

Ricordiamo, a nome di tutti, le tre anzia­ne religiose saveriane che lo scorso settem­bre sono state massacrate in Burundi, dove avevano speso tutta la vita, fede, volontà e operosità, per i bambini di quella terra. Suor Lucia Pulici (75 anni), Suor Bernardetta Boggian (79 anni), Suor Olga Raschietti (83 anni) lavorano e sorridono, forti come atlete, anche se un po’ su con l’età. Tre vite in fo­tocopia: la scelta della fede, l’impegno per i miseri, l’amore per le terre bisognose d’aiuto.

“A chi non ha, verrà tolto anche quello che ha”. Il discepolo di Cristo non deve porre limi­ti al proprio servizio, perché l’amore non ha limiti e non deve avere paura di correre rischi, perché non c’è paura nell’amore. È il senso di questa frase di Gesù, apparentemente enig­matica. Il discepolo deve muoversi in un rapporto di amore, dal quale scaturiscono fede, coraggio e generosità.

L’anno che inizia trovi ogni cristiano maggiormente consapevole verso questi tre impegni.

di Franco Careglio

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