“Uno sguardo luminoso allieta il cuore” Ed è specchio dell’animo umano

“Uno sguardo luminoso allieta il cuore” (Prv 15,30). Questa frase, espressione della sapienza d’I­sraele, chiarisce come è possibi­le comprendere ciò che vive nel cuore della persona.

Il volto del cristiano dovrebbe sempre lasciar trasparire la pace della salvezza: già San Filippo Neri (1515-1595) insegnava come la gioia deve essere la prima pedagogia del creden­te. San Tommaso d’Aquino (1225-1274) propendeva per una serenità temprata dalla consapevolezza del peccato che sempre assedia l’animo e San Dome­nico di Guzman (1270-1221) aveva co­stantemente la dolcezza scritta in vol­to, espressa dal suo parlare mite il cui argomento precipuo era l’amore di Dio. San Francesco d’Assisi (1182-1226), il ritratto vivente della felicità, non am­metteva che i suoi frati potessero esse­re altro che lieti: “Se volete piangere, piangete sui vostri peccati”.

Un riferimento letterario si trova nei Promessi Sposi al cap. XXIII quando l’Autore presenta la figura del cardinal Federigo: sul suo volto “l’abitudine de’ pensieri solenni e benevoli, la pace inter­na di una lunga vita, l’amore degli uomi­ni, la gioia continua di una speranza inef­fabile vi avevano sostituita una bellezza senile” a quella solenne e austera dell’età.

La cultura odierna, assediata dall’atti­vismo, dall’inseguimento del tornaconto e del piacere personale, dalla legge stabilita a propria misura, dalle pressanti preoccu­pazioni socio-economiche, ha allontanato l’abitudine ai pensieri se non “solenni” al­meno necessariamente riservati all’anima e alle sue esigenze. E di ciò ne portiamo le evidenti e non positive conseguenze, non soltanto sul volto.

Un altro riferimento è offerto da Dan­te alla fine del canto VII dell’Inferno, poco prima della terribile invettiva con­tro Filippo Argenti, uomo - a dire di Dan­te - superbo e sprezzante, sempre chiuso in se stesso e incapace di un moto di dol­cezza. In quel passo gli “accidiosi” rico­noscono la loro colpa, cioè la tristezza, che li manifestava tali sulla terra, nell’a­ria dolce e rallegrata dal sole, e ora sono condannati ad essere per sempre avvolti da quell’ira repressa che covarono in un animo ottenebrato. Addirittura gli anti­chi scultori greci e romani scolpivano le statue dei personaggi famosi, condottieri, re, senatori, facendo in modo che dall’e­spressione del volto apparissero l’animo e la storia lieta o meno lieta dei riprodot­ti. In effetti la morfologia vuol dire molto, pur senza giungere ai criteri scientifici di un Lombroso.

Indicative sono le parole di Gesù: “La lucerna del corpo è l’occhio: se il tuo oc­chio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce” (Mt 6,22). Se l’occhio è sano, vuol dire Gesù, l’uomo può operare perché è nella luce; in senso lato, se il volto è mite e disteso, significa che il cuore è nella luce; se invece l’occhio è guasto, cioè ran­nuvolato, amareggiato, l’uomo è come immobilizzato nel buio.

Così lo sguardo e il volto denuncia­no facilmente lo stato del cuore, cioè la volontà e l’intenzione della persona. Se il cuore è ottenebrato dall’attaccamento alle ricchezze, alla superbia, alla esagera­ta fiducia in se stesso, non potrà operare le proprie scelte opportunamente e con la dovuta decisione: rimane in un buio senza via d’uscita.

Seguendo questi esempi vediamo come ogni difficoltà, tedio e peccato si superino attraverso l’apertura a Dio che è l’orizzonte ultimo e ai fratelli che sono l’orizzonte immediato della nostra vita quotidiana. La tensione verso l’Assolu­to anche nelle dialettiche conflittuali del nostro vivere di tutti i giorni è il segreto ineffabile della preghiera che Gesù ci ha proposto come modello di ogni prega­re: il “Padre nostro”. Se il credente, ogni giorno, eleva al Cielo questa preghiera, il suo viso non potrà che mostrarsi lieto e il suo animo nutrirà la sicurezza dell’adem­pimento della promessa di Dio, cioè pro­messa di pace. Pensiamo ad Abramo, in Gen 18,23-33, dove la preghiera fiduciosa e - per così dire - ostinata dell’antico pa­triarca acquista un colore “politico”: egli ben sa che la città è piena di colpe, ma con volto filiale e dolce si rivolge a Dio affinché tenga conto dei giusti presenti in essa. Dio, con un conteggio sempre più concessivo, che dovrebbe rinfranca­re ogni animo, perché Egli è misericordia e null’altro, si avvicina alla richiesta di Abramo.

La misericordia di Dio deve manifestar­si nel volto di ogni credente, che a Dio si rivolge animato dalla premura del bene della città terrena, e la pace del suo volto infonde fiducia e speranza in tutti coloro che egli accosta. Il credente sa che il bene della città sovrasta la salvezza meramen­te individuale.

In ultima analisi, come accadde tanti secoli or sono a San Giovanni de Matha, il cui volto contagiava di verità e di salvez­za terrena ed eterna ogni afflitto, anche il volto del credente del Terzo Millennio deve essere un “contagio” di speranza. Pensiamo al volto di papa Francesco: chi non viene contagiato dalla speranza che gronda da quel sorriso?

E qual è la fonte dalla quale il papa attinge tutta questa “inspiegabile” forza? La preghiera e la familiarità con Dio.

La preghiera non è un atto separabile dagli altri, con forme necessariamente di­stinte da quelle del semplice vivere: Gesù stesso polemizza contro la verbosità del­la preghiera (Mt 6,7). In questo senso una fede rinnovata ci consente di adempiere la parola di Gesù: “Occorre pregare sem­pre” (Lc 18,1). Come chi è innamorato, qualunque cosa faccia, è immerso in un orientamento di fondo che è quello dell’a­more, da cui mai si distrae, così chi vive con spirito di fede si muove su di una spin­ta interiore che, indipendentemente dalle intenzioni, è orientamento di preghiera.

È questo che ci viene richiesto ed è qui che troviamo la liberazione dalle an­gustie di questo mondo e altresì un ali­mento ad operare saggiamente e fruttuo­samente nell’arco dei nostri giorni.

di Franco Careglio

 

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