Passione infinita per l’uomo Stanziale o migrante, nero o bianco

 

Abbattere steccati è sempre una conqui­sta, pur salvaguardando il proprio patrimonio di fede, di cultura, di storia. L’Europa possiede un bagaglio immenso di tali valori, che per nessun motivo si posso­no dimenticare. Posta tale irremovibile base, la prima parola chiave è dialogo.
L’uomo post-moderno è angoscia­to, come rappresenta il famoso dipinto di Edvard Munch, L’urlo (1893), si sente solo, privo di relazioni autentiche, perché la sua vita è un continuo succedersi di disillusioni e di paure mentre ragione e istinto non si confrontano più. Esempio palese è la poli­tica, disertata con l’astensionismo dalle ele­zioni, problema che non è “secondario” ma è indice di un profondo disagio, di una pre­occupante angoscia.
A chi guardare, oggi, con fiducia? Si ma­nifesta allora il bisogno di una persona che creda in quello che dice e che compie, che abbia il coraggio di affrontare il male e di ban­dirlo, che spezzi il muro di incomprensione stagnante.
Questa persona, oggi, è identificabile in Papa Francesco, dono dello Spirito di Dio non solo alla Chiesa ma al mondo intero. Insegna bene, egli, il dialogo, praticandolo come conversazione libera, come accettazio­ne dell’alterità. Il dialogo non è semplicemente il porsi dinnanzi all’interlocutore per convincerlo della giustezza del proprio punto di vista, ma è riconoscere le differenze che definisco­no le due identità in modo che la vita sia gui­data da azioni disinteressate. Il dialogo, come proposto da Papa Francesco, è una responsa­bilità verso l’altro. Secondo termine basilare è l’altro. Siamo circondati da persone e da cose con le quali intratteniamo relazioni. Siamo con gli altri con la vista, la parola, il tatto, la simpatia o antipatia. Anche con il rifiuto si è in relazio­ne.

Sfortunatamente, però, i social network ci fanno credere che sia sufficiente “clicca­re” per lasciare la nostra impronta affetti­va. L’altro non è un istantaneo “click”, è una persona che richiede la mia attenzione, il mio sguardo, il mio dialogo. Non è che inganno quella distanza di sicurezza che il mezzo di comunicazione impone. L’altro esiste, e non basta che lo si tocchi con quella protesi che è il web. Terzo: il pluralismo. Ormai non lo si può più ignorare o negare. Non è facile da accogliere, vi è ancora tanto cammino da compiere, ma coloro che credono in Cristo sono enormemente avvantaggiati. Crede­re nella sua parola e nella sua azione dona un’energia insospettata. Egli è stato il primo ad immergersi nel pluralismo, accettando la condizione umana. Non si mediterà mai ab­bastanza questa verità. Si rilegga l’inno della lettera ai Filippesi, che nella nuova traduzione suona così: “Egli, pur essendo nella condizione di Dio non ri­tenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo” (Fil 2,6-7). Si inserì tra la sua creazione, come stra­niero, come povero, come migrante. Ha inse­gnato ai suoi discepoli quell’elenco inaudito di beatitudini, dichiarando felici i miseri e i rifiutati. Nessun uomo parlò mai come Lui, lo riconobbero i suoi contemporanei. Lo ri­conosciamo ancora noi oggi? Perché non si tratta di acconsentire all’ingiustizia e ada­giarsi in un beato pacifismo, ponendo la soluzione di tutto nell’aldilà, ma integrare le culture entro un sistema che dia loro un senso, riconoscendo quanto di positivo pos­sono offrire.

Non ha forse fatto così Cristo Gesù? Dai suoi cieli si è adattato a venire in questo mondo, ha accettato di nascere in una man­giatoia, ha dovuto fuggire a causa di un ti­ranno, ha esercitato un mestiere normale.
Nessuno quanto Gesù ha sperimentato la spietatezza della condizione del migrante, resa più acerba dagli uomini. Rammentando il rifiuto consumato duemila anni fa, evitia­mo di cadere nella stessa trappola mortale, facendo rima di ospitalità con ostilità, perché non ci venga un giorno rimproverato di non aver ascoltato la voce flebile del povero che languiva sotto la nostra tavola.
Non basta più l’intervento delle Confe­renze di S. Vincenzo. I poveri che arrivano a colonie interminabili in questa vecchia Eu­ropa non sono soltanto da soccorrere, pur essendo questa, in ordine di tempo, la prima cosa. Queste masse sono il segno di un’epoca diversa, anticipata nella non ingenua costru­zione del mappamondo da parte del gesuita Matteo Ricci (1552-1610). In quel suo globo la Cina era in posizione centrale, l’Occidente in periferica.

Ma non si tratta di ribaltare. Si tratta di avere passione per Dio, come l’ebbe l’uomo Gesù, che significa passione per l’uomo, mi­grante o stanziale, nero o bianco. Questa è la pace. Ne fu profeta un vescovo pugliese che, ammalato, si recò nei Balcani per ferma­re il genocidio, tanta era la sua passione per l’uomo sofferente. Quel vescovo si chiamava don Tonino Bello. Ecco la sua profezia, che quanto prima verrà riconosciuta dalla Chie­sa con la sua beatificazione: la vita eterna è una lampada già accesa in tutti gli uomini, anche nei barconi dei migranti. Anche in loro, inconsapevoli, brilla questa lampada, perché la sapienza di Dio giunge dove noi neppure immaginiamo.


di Franco Careglio

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