La misura evangelica Se la fede entra nella vita quotidiana

Dio si scelse un popolo, che da secoli lan­guiva nella schiavitù, al quale volle do­nare la libertà. Mediante un uomo da Egli stesso appositamente preparato, Mosè, Dio condusse il suo popolo ad una terra nuova, di verità e di pace.

Lo condusse alla dignità di popolo di Dio attraverso mille vicissitudini e fatiche, pro­curate dalla negligenza del popolo stesso che nella schiavitù si era formato un domicilio sufficientemente comodo, privo di responsa­bilità e con l’unico obiettivo della sopravvi­venza. Non poteva infatti, quel popolo, dire di non starsene relativamente quieto nella con­dizione della schiavitù: vi era più o meno pane per tutti, un tetto era assicurato a tutti, ognuno procedeva in una amorfa normalità quasi sen­za scosse. Avventurarsi in un deserto stando alla parola di un individuo che aveva visto un arbusto che bruciava senza consumarsi e affrontare un lungo cammino verso una non meglio identificata terra prodiga di latte e di miele, era imprudente. Meglio starsene nella propria collaudata situazione, muovendosi su di una planimetria nota da secoli.
Quell’uomo, Mosè, il primo liberatore di popoli della storia, pagò un prezzo elevato di fatica, di irritazione, di scoraggiamento. Eppure non cedette. Donò al popolo il pane della vita, facendo comprendere che quello era l’unico vero pane e che soltanto attraverso la ricerca e il guadagno di tale pane si ottene­va il maggiore dei beni: la libertà e la dignità di popolo di Dio. Mosè, primo donatore di pane di vita.
Oggi è indispensabile che il cristiano doni il pane della vita. Un tempo la fede si praticava perché si apparteneva ad una istituzione, espressa pubblicamente nei sa­cramenti: dal Battesimo a quella che veniva detta “Estrema Unzione”.
Oggi la fede torna ad essere più auten­tica: si libera da tutti gli apporti storici in cui si era come calcificata. Oggi, credere, è sempre più un miracolo, mentre prima non credere era una cosa un po’ eccezionale. Se oggi continuiamo a credere è perché qualcu­no ci ha donato un pane di vita, non un cibo adulterato. Ci ha donato la trasparenza e la libertà che sole vengono dalla fede vissuta, cioè l’incontro con il Verbo incarnato che ha posto la sua tenda in mezzo a noi. Questo “stare” di Cristo in mezzo a noi non è un fat­to destinato a suscitare la nostra emotività, è la norma dell’esistenza cristiana. La fede nel Cristo, unico e definitivo pane di vita, non si trova ai vertici della cultura, nelle accademie o nei trattati di teologia. In decenni ormai lontani il “buon cristiano” la trovava in que­sti luoghi.
Oggi il suo luogo è l’incontro personale, che trova la sua celebrazione nella comunità.
Aver fede non vuol dire credere in “cer­te cose”, ma credere ad una Persona, ad un uomo passato tra gli altri uomini, che ha tra­smesso la sua parola e che altri hanno tra­smesso a noi, donandoci un pane di vita.
Tutti dobbiamo farci donatori di questo pane di vita, se vogliamo accogliere il man­dato di Cristo: andate e fate discepoli tutti i popoli (Mt 28,19). In che modo attuarlo? Non è inutile la preparazione accademica, ma non è tutto. Essenziale è l’azione, l’esem­pio.
Vi sono nella storia recente e meno recen­te cristiani che alle dimensioni della radicalità e della gratuità hanno associato la gioia. Da tale connubio scaturisce non di rado il marti­rio. Oppure la morte causata da fattori natu­rali, come la malattia, l’incidente, l’omicidio, accolti nella pace e nel perdono. Cioè nella fede. Questi cristiani sono stati donatori di pane di vita.
Consideriamo la vicenda di due sposi, Chiara Corbella (1984-2012) ed Enrico Petril­lo, la cui strana ma per loro entusiasmante storia ebbe inizio con il loro fidanzamento e il loro matrimonio ad Assisi nella chiesa be­nedettina di S. Pietro, il 21 settembre 2008. Chiara è una ragazza piena di gioia e di fede, come Enrico.
La prima bambina che nasce, Maria Gra­zia, muore dopo mezz’ora di vita per una gravissima anomalia; il secondo bimbo, Davide Giovanni, vive quanto la sorellina, per lo stesso motivo. I “saggi” avevano con­sigliato l’aborto, sia per la prima che per il secondo. Chiara ed Enrico scelsero la vita. Concepirono poi Francesco, il terzo, che non aveva scompensi. Un’altra prova: nel 2011 a Chiara è diagnosticata una malattia inguaribile. Entrambi scelgono il pane di vita, Francesco. Chiara si sottopone a cure che non danneggino il bimbo. Francesco na­sce, splendido, Chiara offre se stessa al suo Signore il 13 giugno 2012. Che pane hanno donato questi due sposi al popolo di Dio? Un pane di una bontà e di una forza ineguagliabi­li. Si legga la loro storia sul volumetto “Sia­mo nati e non moriremo mai più”, Edizioni Porziuncola, Assisi, 2014.
Ancora un esempio, quello di una suora, donatrice di pane di vita nella prontezza del servizio. Suor Maria Laura Mainetti (1939-2000). Diciannove coltellate, sferrate da tre ragazze (tutte minorenni) suggestionate da turbamenti satanisti. La religiosa era stata attirata in una trappola: le fecero credere che una delle tre fosse incinta, vittima di violen­za sessuale.
Un inganno tremendo, che non impedì a Suor Maria Laura di perdonare le sue assas­sine mentre stava morendo. Si legga la sua storia in “La suora di Chiavenna”, Edizioni San Paolo, 2011.
Questo è l’ingresso della fede nella vita quotidiana. Se doniamo pane di vita, ci ricol­lochiamo nella misura evangelica.

di Franco Careglio

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto