Il battesimo è un impegno Liberati dal peccato per servire

Stiamo concludendo la Quaresima, il tempo “favorevole”, secondo una nota espressione di San Paolo (2 Cor 6,2), an­che se quando l’Apostolo la scrive non pensa di certo alla Quaresima. Ma favorevo­le a che cosa? A sentirci più buoni, più ca­paci di commuoverci, più forti nel vincere le tentazioni, più coesi in una specie di scelta politica che offre buone garanzie di afferma­zione? Se così fosse, la nostra Quaresima ci avrebbe rafforzati in un opportunismo mal collocato, se malauguratamente già ne fossi­mo caduti vittime. Il tempo cosiddetto “for­te” vissuto in questo 2015 ci aiuta piuttosto a riconoscere che la nostra fede è uno stile di vita, non una bandiera né un inno né un tratta­to di scienze umane.

La Quaresima, come abbiamo ascoltato dalla Parola di Dio della Prima domenica, fa riferimento anzitutto al Battesimo. Essere battezzati significa assumersi la responsabi­lità nei confronti del destino del mondo, cioè assurgere al livello in cui Cristo visse e donò la vita per la salvezza del genere umano. Il vero battezzato è colui per il quale la ragione dell’esistenza è la riconciliazione del mondo. Non è un privilegio che segrega in una spe­cie di compiaciuta salvezza alcuni uomini dagli altri: è innalzarsi al livello di responsa­bilità personale e universale da parte di una creatura continuamente tentata di muoversi secondo le direttive di una setta. No, noi non siamo una setta, né un’associazione, né un partito. Siamo un “piccolo gregge” che segue una Persona.

Viviamo un tempo storico nel quale non sono più permesse le dispute, sono necessa­rie le azioni e l’assunzione della responsabi­lità storica. Se oggi il cristiano si permette di rimanere indifferente dinnanzi ad una uma­nità che pare smarrire la ragione, se ritiene di non dover scegliere per timore di com­promettersi, sarà meglio che riveda urgen­temente il significato del proprio Battesimo, che non è soltanto essere liberati dal peccato originale. Vuol dire credere che Dio può cam­biare questo mondo, può dissipare la tenebra che oscura questo nostro piccolo pianeta a condizione che ognuno di noi abbia il corag­gio di rischiare, cioè di amare, di mettersi in gioco. Questo non è ripetere una retorica da manuale.

Dio ama l’umanità, Dio vuole una ricon­ciliazione tra l’uomo e la terra, tra l’uomo e la creazione intera, vuole il rifiuto di ogni vio­lenza, di ogni spargimento di sangue. Vuole un’umanità fraterna. Questo ogni cristiano deve gridarlo a chiare lettere, come fece una donna romagnola che “gridava il Vangelo” soccorrendo i miserabili tanto cristiani quan­to non cristiani: Annalena Tonelli (1943-2003), che per il suo non essere dalla “parte giusta”, cioè senza né tessere né patenti, ma solo dalla parte di Cristo e dei miseri, ven­ne uccisa con una fucilata. L’esempio è per dire che se riduciamo il Vangelo ad un an­nuncio religioso che riguarda solo i credenti, diventiamo una setta. O il nostro problema è il mondo come tale, oggi soprattutto, infi­nitamente più soltanto di trent’anni fa, o ci riduciamo ad una setta. Gesù ha annunciato il Vangelo per tutte le creature (sono parole sue, vedi il finale di Matteo) e il suo Vangelo riguarda la totalità degli uomini. Coloro che accolgono il Vangelo non fanno altro che ad­dossarsi l’incombenza di un messaggio che tocca tutti gli uomini, i cui processi, i cui mo­vimenti, le cui scadenze si iscrivono nella sto­ria generale del mondo. Questo è il faticoso viaggio che dobbiamo compiere e il pesante compito che ci attende.

Questo compito rende irrilevante la di­stinzione tra chi crede e chi non crede, tra chi va in chiesa e chi non va in chiesa, perché qui si gioca il senso ultimo della promessa di Dio. Non si dimentichi che l’annuncio di Cristo si riferisce all’alleanza di Dio, sancita con la creazione stessa.

La storia della salvezza è un succedersi di iniziative di Dio per ristabilire l’alleanza da cui era fiorita la creazione. Dio sceglie Noè tra gli uomini onesti, e da questi ha inizio una nuo­va umanità, segnata dalla volontà di armo­nia e simboleggiata, in modo arcaico ma così eloquente, dalla convivenza tra quest’uomo e gli animali. Anche Gesù nel deserto - tor­niamo un momento alla narrazione evange­lica quaresimale - stava in mezzo alle belve, simbolo di una pace finalmente raggiunta. Anche Isaia parlerà del regno di Dio para­gonandolo alla consuetudine tra il bambino e il serpente, tra il lupo e l’agnello. Dio vuole un’umanità salvata, nella quale non vi è posto per i vessilli che sventolano, per i simboli che qualificano, per le magliette che dichiarano adesioni ad ideologie più o meno stravaganti. Sono innumerevoli, per grazia di Dio, i cri­stiani che testimoniano come presso Dio non vi sia più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti siano uno in Cristo, colui che ricapitola la storia (Gal 3,28; Ef 1,10).

Si consideri l’eroica figura di Odoardo Focherini (1907-1944, beatificato il 5 giugno 2013), che non ebbe timore di aiutare gli in­felici perseguitati da una spaventosa follia umana. Per vivere secondo Cristo anche noi dobbiamo bandire la paura e abbandonare le ideologie in cui abbiamo creduto.

di Franco Careglio

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