Coloro che vivono da risorti Dopo un cammino di liberazione

Centro di tutto l’anno liturgico è il Tri­duo Pasquale, che celebra la passione, la morte e la Risurrezione del Signore. Insegna San Paolo che se Cristo non fos­se risorto vana sarebbe la nostra fede e noi saremmo ancora nel nostro peccato (1Cor 15,12-18). Dunque il dato fondamentale che giustifica la fede del cristiano è la Risurre­zione.

D’altra parte se non vi fosse stato questo capitale fatto storico, chi ricorderebbe anco­ra Gesù? Certo, un grande predicatore, un ottimo maestro di concordia, un infallibile guaritore, un consolante esempio di pazien­za; ma questo genere di maestri non è affatto nuovo nella storia dell’umanità. Quanti, pri­ma di Gesù, predicavano gli stessi concetti, a cominciare dai maestri dell’antico oriente fino ai filosofi greci, come Socrate. Il nostro non è soltanto il Messia che ha dato la vista ai ciechi, l’udito ai sordi e che ha raccoman­dato la pace. Il nostro Messia ha vinto la mor­te, pur accogliendo in sé, apparentemente, tutte le caratteristiche di un Messia sconfitto.

Gli altri, come Socrate, hanno incontrato una morte quasi sempre serena, circonda­ta dall’affetto di discepoli e amici. Il nostro muore nella totale solitudine, accanto a sé ha soltanto la madre annientata da dolore so­vrumano e un discepolo molto giovane.

La morte fu l’infamante crocifissione, ri­servata a schiavi, ladri, briganti. Si pensi allo schiavo Spartaco, ex soldato romano, diser­tore ridotto in schiavitù: raccolse undicimila schiavi, si ribellò al potere, tenne per qual­che tempo in scacco i romani e poi fu vinto e crocifisso sulla via Appia con altri seimila suoi seguaci. Se il Messia non fosse risorto sarebbe caduto nell’oblio come questo corag­gioso quanto sfortunato condottiero, che vo­leva liberare gli infelici dalla loro sorte orribile. Cristo appare uno sconfitto, perché muore in croce; ma è risorto, ed è questa “postilla” che fa del nostro Maestro il Messia atteso dalle genti. Non i suoi miracoli, pure veri e dimostrazione concreta dell’amore di Dio per il suo popolo; non la sua predicazione, affascinante, unica nella storia umana, tanto che “insegnava come uno che ha autorità” (Mt 7,29; Mc 1,22), ma la sua Risurrezione, fatto storico, accaduto nella realtà e non nel­la coscienza soltanto di coloro che vi hanno creduto.

Ma, potremmo domandarci, in che misura la Risurrezione è un fatto storico?

Occorre qui operare una distinzione tra ciò che è storico e direttamente verificato, e ciò che è storico anche se non direttamente verificato.

Il primo aspetto è nell’ambito dell’espe­rienza e della verificabilità umana, il secon­do riguarda ciò che, pur non essendo attin­gibile in se stesso direttamente, lo è però indirettamente, mediante la riflessione su fatti storicamente accaduti che sono in rela­zione con esso.

Ora la Risurrezione è fatto storico pur non direttamente verificato. Infatti riflettendo su fatti storici complementari (quasi come tes­sere di un mosaico che unite trasmettono e definiscono l’intenzione dell’autore) quali il ritrovamento del sepolcro vuoto; le appari­zioni di Gesù ai suoi discepoli; il mutamento di carattere in essi avvenuto rispetto a ciò che erano stati durante la vita di Gesù e, soprat­tutto, durante e dopo la sua passione e la sua morte; la nascita e l’espansione della Chie­sa, noi possiamo avere la certezza morale e quindi storica che Gesù è realmente risorto. In conclusione la Risurrezione è un fatto sto­rico a motivo delle tracce inconfutabili che ha lasciato nella storia.

Non si renderà mai abbastanza giusti­zia, quindi, al cattolicesimo che è attento al “Cristo della fede”, certo, ma non meno al “Gesù della storia”.

La nostra ragione è contagiata dalla lo­gica del mondo, che stabilisce ciò che si deve desiderare e ciò che non va desiderato, ciò che è giusto e ciò che non lo è, ciò che è ragio­nevole e ciò che è irragionevole. I nostri san­ti, da quelli antichi come Giovanni de Matha, Francesco d’Assisi, Giovanni di Dio, a quelli moderni come Giovanni Bosco - del quale celebriamo quest’anno il bicentenario della nascita - non permisero alla loro ragione di adeguarsi al mondo, che in ogni età aveva le sue “buone ragioni”. Questi uomini vissero la Risurrezione: Giovanni de Matha liberando gli uomini dalle catene, Francesco liberando l’uomo dall’inganno della ricchezza, Giovanni di Dio liberando dalla disperazione della ma­lattia, Giovanni Bosco donando speranza ai giovani.

Liberare è far risorgere se stessi e gli altri.

Sia nostro impegno, in questi giorni tanto oscuri, risorgere e aiutare a risorgere. Quan­do capiamo che è possibile volersi bene men­tre pare impossibile secondo tutte le logiche; quando riusciamo a perdonare l’offesa che è impossibile perdonare; quando aiutiamo gli onesti a combattere sfruttamento e corru­zione - “gravissima offesa ai poveri” (card. Angelo Bagnasco), quando riconosciamo il povero come beato e gli apriamo la porta, allora “la nostra luce sorgerà come l’aurora e davanti a noi camminerà la giustizia” (Is 58,8). Sarà questa la nostra Pasqua.

di Franco Careglio

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto