La certezza dell’amore di Dio si nutre soltanto di preghiera

Ogni autore sacro rivolge pressanti inviti al credente perché preghi in ogni mo­mento e situazione della vita. Così San Giacomo nella sua lettera ricorda quan­to può la preghiera del giusto (5,16), San Pietro viene liberato miracolosamente dal carcere grazie alla preghiera incessante (At 12,5), San Paolo invita ogni uomo a pregare dovunque si trovi (1Tm 2,8), per non dire de­gli innumerevoli episodi narrati dall’Antico Testamento nei quali la preghiera è parte es­senziale e da essa proviene ogni bene.

Nel Vangelo Gesù insegna a pregare con parole e con l’esempio della sua vita. L’inse­gnamento fondamentale è il “Padre Nostro” (Mt 6,9-13; Lc 11,2-4), cioè la relazione filiale del credente verso il Padre. Essa è il dato che sostiene tutta questa straordinaria preghie­ra, mai proposta da alcuno.

Procedendo con ordine, Gesù dice anzi­tutto come bisogna pregare. Non come gli ipocriti, per essere visti e lodati, ma “nel se­greto”, cioè confidando nel Signore che vede i cuori e riconosce la rettitudine d’intenzio­ne, non dilungandosi inutilmente perché il Padre “sa di che cosa avete bisogno prima ancora di domandarlo” (Mt 6,8). Occorre pregare per i fratelli e chiedere loro di pre­gare per noi (Gc 5,16), con perseveranza, con grande fede nella bontà del Padre. Ma è pure opportuno domandarsi: per che cosa prega­re? Nel “Padre Nostro” si ha una gerarchia di richieste nella quale la santificazione del Nome del Signore, la venuta del suo regno e il compiersi della sua volontà sono prepo­ste ad ogni altra domanda. Infatti la frase di Gesù “cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte le altre cose vi sa­ranno date in aggiunta” (Mt 6,33) può esse­re letta a commento di queste tre richieste. Rivolgendole al Padre nel nome di Gesù, i credenti, uniti in una sola voce, riconoscono l’unità e la Trinità del Dio tre volte santo e ne santificano il nome (cioè Dio stesso) la­sciandolo entrare nella propria vita con la sua azione santificante. Nella santificazione del nome sono così inscindibilmente connes­se preghiera e vita, azione di Dio e azione dell’uomo.

Si invoca quindi che la signoria di Dio, già esercitata in cielo (non si pensi qui ai cieli az­zurri, a quelli pensa Aida in quell’aria di supe­riore bellezza, tanto temuta dai soprani), lo sia anche sulla terra attraverso la pace, la riconci­liazione, la giustizia, il perdono. Ma si invoca anche la venuta escatologica del regno già instaurato da Gesù, ma non ancora compiu­to. Nella terza richiesta si invoca il compiersi del disegno salvifico di Dio per l’umanità. E come in cielo gli angeli già fanno la volontà di Dio, sulla terra gli uomini hanno il compi­to - certo non così facile - di non opporvisi, anzi di avere il medesimo umano e divino coraggio che ebbe Gesù di mettersi a servizio della volontà di Dio. Le altre quattro richie­ste del “Padre Nostro” costituiscono come un completamento o meglio una conseguen­za di queste tre.

Certo la richiesta più impegnativa è la terza. Qui il cristiano è invitato a guardare, con gli occhi della fede, al di là dell’agire del­le creature, per discernere il disegno che Dio persegue servendosi di esse e per aderirvi consapevolmente e liberamente. Il cristiano che crede all’amore di Dio dice liberamente il suo “si” alla volontà divina, non soltanto quando tutto procede secondo i pur giusti criteri umani, ma soprattutto quando tali cri­teri vengono stravolti o dalla cattiva volontà umana (vedi i genocidi, le guerre, la fame) o da fenomeni naturali sconvolgenti come i ter­remoti.

In realtà, il compiersi della volontà di Dio nella storia del mondo come in quella di ogni singola persona avviene sempre nel mi­stero. Il cristiano sa che tutto quello che Dio vuole è per il bene, la salvezza e la felicità dei suoi figli (Rom 8,28). Ma non sa e non vede come questo avvenga. Anzi, di fronte ad eventi particolarmente tragici e dolorosi, egli - come Giobbe - si chiede come Dio pos­sa averli permessi. Sembrano contraddirne la bontà.

Il fatto che nel mondo trionfi spesso il male, che siano quasi sempre i buoni e gli in­nocenti ad essere abbandonati e uccisi, scuo­te in molti la fede nell’amore di Dio.

Quale risposta a tale eterna domanda? Non l’abbiamo. Una cosa abbiamo: la certez­za che non sarà mai del male l’ultima parola. Questo crollerà sempre, pur con il suo ine­vitabile carico di vittime, delle quali dovrà rendere conto dinnanzi a Dio. Noi abbiamo la certezza dell’amore, che ha toccato il cuore di scienziati come Alexis Carrel (1873-1944) e di atei come Thomas Merton (1915-1968); l’amore che ha dato al Fratel Luigi Bordino (1922-1977, beatificato lo scorso 2 maggio) la forza di lavorare fino all’ultimo presso i malati del Cottolengo. Questa nostra certez­za è alimentata dalla preghiera, alla quale ci raccomandiamo vicendevolmente in questo periodo estivo.

di Franco Careglio

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