Maestri d’amore senza fine Santi perché hanno perdonato

Per comprendere il bene senza limiti che proviene dalla misericordia è utile ri­percorrere l’esperienza dei santi. Non soltanto di quelli della storia recente, ma pure di quelli dei secoli lontani, di quei tem­pi considerati bui e barbari e che al contrario si rivelano, ad un’analisi corretta e scevra da pregiudizi, luminosi e rasserenanti come va­lidi medioevalisti hanno dimostrato in que­sti ultimi decenni.

La misericordia è anzitutto un sentimento divino che irrora di luce e di pace non soltan­to chi la riceve ma ancor prima chi la dona. Infatti usando misericordia agli altri i primi beneficiari siamo proprio noi stessi. Quale fu il sentimento che indusse San Giovanni de Matha a guardare con partecipazione pro­fonda le sofferenze degli infelici caduti in schiavitù? La misericordia, della quale egli avvertì l’infinita sapienza e liberazione e da essa si lasciò plasmare. Anche San Francesco d’Assisi insegna che la misericordia viene da Dio ed è la massima espressione del suo essere. Nel suo “Testamento” egli scrive: “ … quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia”. Da quel momento egli vede nel volto dei lebbrosi il volto di Cristo, usa con essi misericordia e tutto acquista per lui una luce diversa e sconosciuta. È la luce di Dio, perché Dio è misericordia, che è “il più bello di tutti i suoi nomi” (Victor Hugo, Les misérables, Libro I, 5).

Dai due esempi già proviene che il vivere la misericordia come stile permanente avvi­cina il credente al mistero al quale egli si ri­ferisce quando si dice cristiano: cioè che Dio ha amato e ama il mondo. Va detto “mistero” perché l’affermazione dell’amore di Dio non ha dalla sua parte il conforto dell’esperienza. Non è vero che guardando le vicende umane si abbia la prova della Provvidenza: guardan­dole si rimane scandalizzati. Solo un’infor­mazione pia, funzionale alle nostre certezze, ci può convincere empiricamente circa l’a­more di Dio per il mondo. Ma è qui che crol­la il dato empirico, qui viene meno la pro­va matematica. Immaginiamo un padre di famiglia che seduto a tavola dice: il Signore ci vuole bene; non ci manca nulla, gli affari vanno bene, la salute non manca. Dobbiamo ringraziare Dio che ci vuole bene. Questo è un tipico discorso di falsa fede: considera­re come segno dell’amore di Dio le cose che vanno bene è stabilire tra la nostra esperien­za e l’amore di Dio un rapporto di transazio­ne. Ciò che conta non è “che le cose vadano bene”, è l’usare misericordia, accogliendo in noi e negli altri quanto è nel disegno di Dio.

Nel Vangelo troviamo il luogo in cui, se­condo la nostra fede, l’amore di Dio si è ma­nifestato al mondo: ma in quel luogo il no­stro ragionamento ci assicura del contrario. La crocifissione di un uomo giusto - perché questo fu l’evento della salvezza - abbando­nato da tutti, perfino dagli amici, con il trionfo delle istituzioni politiche e religiose inique, può essere un segno dell’amore di Dio? Il ra­gionamento dice di no, la misericordia dice il contrario. Proprio in quel momento in cui tutto crolla, in cui nulla va bene, mentre so­litudine e morte trionfano, la misericordia permette all’uomo crocifisso di dire: “Padre, perdona loro”. E la misericordia è la garan­zia della Risurrezione.

Un santo dei tempi remoti giunse a per­donare un uccisore: San Giovanni Gualberto (secolo XI), fiorentino, turbato dall’uccisione di suo fratello, giurò di vendicarsi. Imbattu­tosi nell’assassino e avendolo vinto in duello, stava per scannarlo quando avvertì un senso di pietà profonda, una strana pietà (Giusep­pe Verdi), che lo liberò dal desiderio di ven­detta e gli permise di usare misericordia.

San Giovanni di Dio (1495-1550), porto­ghese, già soldato, ascoltò un giorno a Gra­nada una predica di San Giovanni d’Avila, insigne teologo e mistico, profondo conosci­tore delle Scrittura, dichiarato Dottore della Chiesa da Benedetto XVI (2012). Si lasciò investire dalla verità e, come narra la sua più antica biografia, “Uscì dalla chiesa come fuori di sé, invocando ad alta voce misericor­dia a Dio” (1539). Ricoverato come pazzo in ospedale, sperimentò il trattamento inuma­no dei malati. Dimesso, si dedicò alla cura degli infermi e andava per Granada a racco­gliere offerte prostrandosi e dicendo: “Fate bene, fratelli, a voi stessi”. A lui si unirono altri uomini che già avevano compreso la misericordia di Dio. Nacque così l’Ordine dei Fatebenefratelli.

Sì, la misericordia ricevuta è ognora sor­gente di quella che si esercita nei confronti degli altri. Come Dio è misericordia, così de­vono esserlo anche i suoi fedeli (Lc 6,36; Mt 18,33).

Dio si mantiene fedele, nonostante le col­pe degli uomini. Ed è per questo che un al­tro grande santo che per Cristo donò tutta la vita, scrisse, quasi in punto di morte: “Non per la speranza del paradiso, né per la paura dell’inferno, ma per il modo con cui Tu hai amato me, io ti amo e ti amerò sempre” (San Francesco Saverio, missionario gesuita).

di Franco Careglio

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