C’è l’amore di Dio che cura chi è solo e abbandonato

Nella concezione di vita che Cristo pro­clama, nello sguardo di amore che Egli rivolge ad ogni creatura, il cuore umano che cerca il suo destino percepisce l’uni­ca ed eterna verità: uomo o donna, colto o semplice, povero o ricco, celebre o ignorato, a qualunque nazione o religione appartenga, è amato da Dio. Conseguenza dello sguardo di amore di Cristo è la percezione nell’uomo di una realtà superiore a qualsiasi altra. Tutto il mondo non vale la più piccola persona uma­na. Ogni uomo, insomma, possiede un prin­cipio originale e irripetibile, fondamento di diritti inalienabili, sorgente di valori.

Quando, dopo i tentativi dei secoli pre­cedenti, venne firmata il 10 dicembre 1948 la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”, si ri­conobbe alla persona un valore e un diritto in sé che nessuno può attribuirle o toglierle. Per quanto laico possa essere, questo rico­noscimento è divino. Ogni persona dunque, produca o non produca, sana o malata, non è orfana, perché pensata da Dio fin dall’eternità, amata e “guardata” da Cristo, riscaldata dalla luce dello Spirito.

Lo insegnano i santi, che in qualunque persona vedono il volto di Cristo e scorgo­no su di essa il suo sguardo di amore. San Benedetto (480-547), che organizzò delle cittadelle dette monasteri dove si pregava, si lavorava e si acquisiva piena dignità, San Giovanni de Matha (1160-1213), che liberava chiunque dalle catene, San Giovanni di Dio (1495-1550), che curava qualsiasi ammalato, San Giuseppe Calasanzio (1557-1548), che insegnava ai miseri liberandoli dall’oscuri­tà dell’ignoranza, sono esempi - ma l’elenco non ha fine - dell’amore di Dio.

Date tali premesse, la ragione illuminata dalla fede non dovrebbe sentirsi sola. L’uo­mo, cioè, non avrebbe motivo di sentirsi or­fano. Eppure è un dato di fatto riscontrabile nella realtà di tutti i giorni. Soprattutto ai gio­vani la cultura odierna offre delle simulazioni di famiglia, di amicizia, di relazioni che oltre ad essere false infondono nel cuore, in modo più o meno palpabile una deludente sensazione di essere orfani. Ma che significa “orfano”?

Nel linguaggio comune è la persona - si pensa in primo luogo ad un fanciullo - priva di genitori. Nella Bibbia, tanto nell’Antico che nel Nuovo Testamento, il padre è capo della casa ed è responsabile davanti a Dio della sua tutela. Per questo, dato che gli or­fani sono bambini senza padre, sono privi di protezione di fronte a tutte le ingiustizie umane (Es 22,21), su di loro si alzano le mani (Gb 31,21) e addirittura li si uccide (Sal 94,6). Per questo interviene la misericordia di Dio che dà agli orfani privilegi e mezzi di sosten­tamento (Dt 10,18; Sal 146,9).

Tutto ciò può apparire più letterario che reale. Ma la misericordia di Dio viene in aiuto concreto a chi si sente solo, abbandonato e dimenticato. Nei suoi discorsi Papa France­sco pone sovente l’accento sulla consapevo­lezza dell’amore di Dio e della sua miseri­cordia; non per nulla ha indetto l’anno del Giubileo della misericordia. Il Santo Padre ci aiuta a comprendere come la presenza di Dio non sia fatto letterario ma reale, esattamente come Gesù quando assicura i suoi apostoli dicendo che non li lascerà orfani (Gv 14,18). Perché allora ci si sente orfani? Perché una così vasta diffusione dell’indifferenza, della conflittualità, insomma di un malessere so­ciale che, sfortunatamente, non così di rado, induce al disprezzo della vita altrui o al sui­cidio?

Le motivazioni sono tante. Ma non si fa qui una specie di indagine sociologica, si vuole piuttosto fare appello al senso di re­sponsabilità di ognuno. L’attenzione verso l’altro, la fiducia, la trasparenza, “il prendersi cura gli uni degli altri”, come scrisse una volta Benedetto XVI, è l’unica strada per controbat­tere il senso di solitudine che la cultura odier­na inculca attentando alla fiducia, prima carat­teristica dei rapporti umani. È pur vero che il concedere fiducia all’altro, oggi, pare essere una sfida. Ma se non si affronta tale sfida si spiana sempre più la strada alla sensazione di vuoto, cioè di essere orfano, di non poter contare su nessuno, di non avere figure di riferimento.

Quanto, noi adulti, dovremmo interro­garci su questa realtà! Non basta accusare i giovani di devastante superficialità. Chie­diamoci quali esempi di fiducia, di genero­sità, di sacrificio sappiamo offrire. Non basta recriminare dinnanzi alle piazze sulle quali pare essere passato Attila, causa la quantità indescrivibile di bottiglie di birra in frantu­mi o di siringhe sporche. Occorre piuttosto ascoltare il grido profondo di solitudine e di totale assenza di genitori che quelle piazze, attraverso la visione rivoltante dei cocci, tra­ducono: un allarmante grido di aiuto da parte di chi non trova più sostegno nella famiglia, cioè nella sicurezza di un padre e di una ma­dre. Pensiamo alle nuove generazioni che crescono in un clima di paura, di angoscia e di assenza di padri e madri: non meravi­gliamoci se poi diventano pazze, ciniche e violente. La strada della responsabilità e della pace, come indicato dal Santo Padre e dal recente Sinodo dei vescovi, è quella che ci permette, imboccandola, di intravedere nuovi orizzonti che trasformino l’orfano in un adulto coraggioso e responsabile.

di Franco Careglio

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