Liberi dall’angoscia del male “Dio da Dio, Luce da Luce...”

Il termine “consolazione” non ha un’etimo­logia facile. Si può pensare alla persona sola, sofferente, alla quale si offre conso­lazione, nel senso che si tenta di non farla più sentire sola, ma con-solata. Consolazio­ne vuol dire forza, anche se in questo mondo essa è sempre e soltanto un’ombra di quella futura e intramontabile, quando Dio sarà tutto in tutti (1 Cor 15,28). Solo allora sarà rimos­sa ogni causa della sofferenza, del peccato e della morte. Dio abiterà tra il suo popolo e ogni lacrima sarà asciugata, perché le cose di prima saranno passate (cf Ap 21,3), anche quelle orrende che il nostro tempo vive.

Per quanti siano gli sforzi umani, soltanto Dio Trinità è l’autore della consolazione.

In letteratura gli esempi sono numerosi. Si consideri la consolazione che giunge a Lu­cia, prigioniera nel castello dell’Innominato, attraverso la preghiera (“I promessi sposi”, XXI). L’invocazione alla Madre di Dio rasse­rena l’infelice, che avverte di non essere mai stata sola. Altrettanto efficace, in clima diver­so, è la consolazione di Raskòl’nikov nell’e­pilogo di “Delitto e castigo” di Dostoevskij. Il prigioniero legge l’episodio della risurre­zione di Lazzaro e scopre finalmente - egli che credeva solo in se stesso - di non essere solo, perché accanto a lui Cristo ha posto la fanciulla come lui povera e fatta schiava dal­la società.

Se si legge poi “L’idiota”, dello stesso grande autore russo, si ha il ritratto di un giovane afflitto dalla malattia e assoluta­mente buono. Conoscendolo, tutta la miria­de di personaggi del lungo racconto - avari, egoisti, superbi, smaniosi di potere, viziosi - comprendono che nulla vi è di più consolan­te e vivificatore dell’innocenza e che il volto sofferente e innocente di Cristo è visibile nel paradosso della beatitudine degli afflitti. An­cora: morente, Jean Valjean (“Les Misérables”, IX, 6) addita “il gran martire”, Cristo, e una profondissima calma lo investe, nonostante il pianto dei suoi cari.

Si potrebbe continuare ma la letteratura non è mai realtà.

La consolazione proviene da una costan­te unione con il Cristo crocifisso e risorto, concretizzata dalla consuetudine con i Sa­cramenti e con la Parola di Dio. Inoltre ciò che contribuisce a consolare, a donare forza e speranza, è probabilmente il volto umano.

L’animo dell’afflitto si illumina quando incontra un volto lieto anche se stanco, ma sempre luminoso, come si è visto il volto di Papa Francesco la sera del 10 novembre 2015, alla fine della massacrante giornata di apertura del Convegno ecclesiale di Firenze.

Si pensi ai volti dei cristiani liberati da San Giovanni di Matha e dai suoi frati. Que­gli infelici vedevano la consolazione. Come i volti dei lebbrosi, quando vedevano San Francesco che si accostava a loro per lavarli e nutrirli, perché nei prigionieri delle catene o della lebbra quei santi vedevano il volto di Cristo, e se donavano consolazione, ne ri­cevevano altrettanta. Infatti la consolazione non è a senso unico, è un rifluire continuo di amore che circola incessante in chi dona e in chi riceve.

Particolare importanza ha la consolazio­ne nella Sacra Scrittura. Si veda l’esordio della Seconda Lettera ai Corinzi 1,3-7. Per la Sacra Scrittura vera consolazione è aiuto ef­ficace, grazie al quale la situazione senza via d’uscita di chi soffre è resa sopportabile. La vera consolazione è dunque liberante e si re­alizza con l’aiuto. Esso non consiste però in un banale appello del tipo “Fa uno sforzo” oppure “Non è poi così terribile” per solle­vare dallo scoraggiamento o per calmare il dolore. Consiste nella partecipazione fervi­da alla situazione di chi soffre, portandola insieme con lui, sull’esempio massimo di Cristo, che ha preso su sé tutto il peso della miseria umana.

Consolazione immensa è il Natale, o me­glio l’Incarnazione. Essa risponde all’aspira­zione alla verità totale su Dio e sull’uomo. Sulla natura intima di Dio, sui suoi disegni, l’uomo non può sapere nulla se Dio stesso non gli si rivela. Soltanto Dio può parlare adeguatamente di Dio. Dal tempo di Giobbe l’uomo si domanda: Che sarà dopo la morte? Dove va e che senso ha la storia umana? Per­ché tanto male nel mondo? Dio dà a questi interrogativi una risposta sicura con l’Incar­nazione del Figlio, parlando agli uomini nel Figlio Gesù, “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero”.

Sta qui il valore dell’Incarnazione: Gesù parla di Dio, rivelando il suo infinito amo­re per gli uomini, in particolare per i poveri, per i malati, per i peccatori; Gesù parla del­la volontà di salvezza del Padre e rivela la vita intima di Dio-Trinità perché è il Figlio di Dio, è Dio stesso, è una sola cosa con il Padre e quindi conosce il mistero di Dio come nes­sun altro potrebbe conoscerlo.

Ecco la maggiore consolazione donata dalla fede cristiana: essa libera dalla tremen­da angoscia in cui l’esistenza e la violenza del male prendono corpo, in forme orrende, nella storia e tentano di gettare l’uomo nella dispe­razione.

Ma la forza della consolazione della Pa­rola di Cristo, che è parola di misericordia, avrà la vittoria finale, come ben insegna San Paolo.

di Franco Careglio

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