Nessuno è così povero da non aver nulla da donare

Il consiglio si potrebbe definire come l’aiuto che dovrebbe facilitare la persona nelle sue decisioni. Si può ottenere un consiglio dopo averlo cercato o anche senza averlo chiesto; esso può essere buono o cattivo in relazione alla condotta, alla conoscenza o all’intenzio­ne di chi lo impartisce; non esime comunque chi lo riceve dalla propria definitiva e inap­pellabile decisione e ovviamente dalle sue conseguenze.

Il termine “consiglio” è statisticamente molto usato nella Sacra Scrittura insieme a tutti i verbi che ne derivano. Basti citare una sola fonte, illuminante, dal Libro di Tobia (4,18): “Chiedi consiglio ad ogni persona saggia e non disprezzare nessun buon con­siglio”.

L’esortazione è rivolta ad un giovanotto di nome Tobia da parte di suo padre Tobi. Appartiene al genere letterario del “testa­mento” e contiene una lunga serie di mas­sime sapienziali orientate a convincere che la vita felice dipende dal bene che si com­pie. Quindi l’onore reso ai genitori, l’aiu­to ai poveri, la vita fedele nel matrimonio, l’impegno a comportarsi secondo giustizia e rettitudine, l’agire con saggezza accettando i buoni consigli e benedicendo il Signore in ogni circostanza della vita costituiscono le modalità per una vita lunga e felice. Questo discorso, che Tobi pronuncia parendogli di essere alla fine dei suoi giorni, può apparire alquanto pedante, anche di una certa barbo­sa ovvietà. Non è da escludere che molti padri nobili e autoritari, trovando un figlio disposto a sorbirsi queste litanie, abbiano attinto dal discorso di Tobi. Si veda il “Testamento spi­rituale al figlio” di San Luigi IX re di Francia (Ufficio delle Letture del 25 agosto); il figlio in questione si sarà sicuramente fatto dei me­riti ascoltando quella interminabile tiritera.

Nella cultura odierna tali esortazioni mo­ralistiche sono più pericolose che costruttive. Come dunque si può praticare la difficile arte del consiglio e dell’ascolto? Occorre tenere anzitutto conto che la persona, oggi, non sa più ascoltare né più sa osservare. Sa molto bene guardare, educata com’è dalla televi­sione e dagli infiniti insegnamenti di ore e ore di pubblicità becera che oscura ogni ca­pacità di libero giudizio. Eppure ascoltare e osservare sono azioni importanti perché conducono alla verità. Forse più che il ragio­namento. Questo viene dopo, proprio dopo un vigile ascolto e una attenta osservazione.

Che cosa ascoltare? Tutte le vicende della vita, cominciando dalle persone che si incon­trano, dalle parole che vengono ascoltate, dalle esperienze a cui si assiste. Questo su un piano esterno.

Su di un piano interno, l’osservazione è un grande mezzo per porre la propria esi­stenza nelle mani di qualcuno che concreta­mente possa indicare la strada maestra. L’os­servazione di se stessi, l’analisi dei successi raggiunti e delle sconfitte subìte, le reazioni provocate dai fatti possono chiarire alla per­sona il suo vero cammino.

Da quanto detto si deduce che due sono i protagonisti dell’arte dell’ascolto: colui che parla e colui che ascolta, e l’elemento irrinun­ciabile per entrambi è l’umiltà. Non si tratta di far scendere consigli da una più alta sfera, quasi benignamente elargiti a beneficio di coloro che non li conoscono. Si tratta di sa­persi mettere alla stessa altezza di chi ascolta, se ascolta, con l’atteggiamento dell’umile che dona e riceve, non del saggio che elargisce. E qui l’esempio più eloquente che possa darsi è quello di Papa Francesco, che non giudi­ca, non rimprovera, ma vive la verità dell’u­nico Vangelo e del suo Autore, cioè Cristo. L’esempio formidabile che egli ha dato ai cristiani e a tutto il mondo in questi tre anni non ancora compiuti di pontificato può esse­re alieno soltanto ai più sordi tra i sordi e ai più ciechi tra i ciechi oppure tra quanti sono affetti da mala fede.

Chi ascolta deve anzitutto porsi in un atteggiamento di forte responsabilità che comporta l’umile riconoscimento della pro­pria insufficienza, cioè della propria dignità che deve essere costantemente alimentata dall’attenzione, dall’onestà e dal bando di ogni pregiudizio.

Nell’ascolto, se l’esempio non risulta troppo ardito, il prototipo potrebbe essere Dio, che all’uomo ha donato l’ultima e de­finitiva risposta alla domanda di poterLo incontrare. Questa risposta è Cristo. In Lui, infatti, non è più solo l’uomo che cerca Dio, come nelle altre religioni, ma è Dio che va in­contro all’uomo una volta per sempre e gli of­fre la possibilità di un amore senza confronto.

Chi mai ha ascoltato più e meglio di Dio tutte le umane inquietudini, le sofferenze, le querele, le invocazioni, addirittura le be­stemmie? Da Dio, quindi, viene il più vero esempio di ascolto. Dio vide la sofferenza degli ebrei oppressi dalla schiavitù, udìi loro lamenti di dolore, ascoltò le loro proteste nel deserto, intervenne sbaragliando i nemici che li inseguivano.

Questo significa ascolto. Ascoltare si tra­muta in servire. Chi apprende, con autenti­ca umiltà, l’arte dell’ascolto non lavorerà per aumentare il proprio potere, ma per rendere accessibile ad ogni persona del mondo l’an­nuncio di Cristo, la grande forza di amore e di riconciliazione presente in Lui.

In questo senso il cristiano non cerca la propria affermazione, ma vuol essere traspa­renza di Cristo.

Possa questo nuovo anno una più vera capacità di consiglio e di ascolto, perché nes­suno è così povero da non aver nulla da dare e così ricco da nulla dover ricevere.

di Franco Careglio

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