Il grido assordante dei poveri Una sfida per tutta l’umanità

Molte volte, durante le nostre riflessio­ni, domenicali o di catechesi, si insiste su quell’aspetto centrale dell’annuncio evangelico che si trova nella beatitudi­ne proclamata dal Signore: “Beati i poveri”.

Abbiamo oggi occasione di penetrare un po’ più a fondo su questa condizione di esi­stenza che, se grazie a Dio non tocca noi, ri­guarda centinaia di milioni di persone.

Uno strumento di riflessione sta in quello straordinario documento di Papa Francesco che è l’enciclica Laudato si’ (24.5.2015). Si po­trebbe dire che il senso dell’insegnamento del Santo Padre non è soltanto quello del ri­cordare come aprendo la cartina del pianeta il mondo cristiano coincida con quello ricco. Quel documento, che il cristiano consapevole della sua chiamata dovrebbe tenere come li­bro a portta di mano, ha pure un altro senso: quello della responsabilità.

Attraverso l’annuncio del Regno che vie­ne (Mt 3,2; 4,17; Mc 1,15), Gesù chiama gli uomini alla responsabilità. È come se avesse detto “tocca a voi far sì che venga quel gior­no”. Dio si è impegnato perché quel giorno venga, ma tocca a noi convertirci: “Converti­tevi, il Regno di Dio è vicino”. La conversio­ne è nello stesso momento la realizzazione del Regno e la percezione della sua stessa presenza. Il Regno di Dio è ancora invisibile come un bambino nel grembo di una gestan­te. Allora la nostra fede si misura dal nostro impegno perché il Regno ci sia. Tutta la storia è tesa su questa corda: la pazienza dei poveri che continuano ad alzare le loro preghiere che penetrano nelle nubi e la pazienza di Dio che aspetta il momento. In questa pazienza umana e divina è chiusa la storia degli uomini, colma di ingiustizie.

Quale può essere un mezzo a disposizio­ne di tutti per controbattere queste ingiusti­zie? Anzitutto, rifuggire dall’accumulo. Di che cosa? Di denaro, di mezzi di sussisten­za, di cibo. Quando vediamo centinaia di mi­gliaia di persone morire per fame, ci assale lo sdegno. Domandiamoci se si tratta di un sentimento passeggero di emotività oppure di un sentimento di ribellione evangelica. Il primo, dopo la commiserazione - in quanto si trasforma velocemente in “pietosa” soli­darietà che non disturba più di tanto - lascia le cose come prima: “si vedono sempre bam­bini rivestiti della sola pelle, sempre madri che piangono, sempre padri che imprecano; il secondo induce all’inquietudine tanto che toglie la possibilità di riposo”. Un esempio: un ricco industriale lombar­do, Marcello Candia (1916-1983) non riusci­va più a dormire se non quando, sfinito, si gettava sul suo giaciglio di foglie dopo aver aiutato tutto il giorno i lebbrosi.

Se poi si considera, come riferisce l’agen­zia Fides, che tra il 2001 e il 2013 gli operatori pastorali uccisi (laici e religiosi) sono stati 317, si constata come l’intenzione cristiana sia proprio quella di non lasciarsi sugge­stionare dall’emozione del momento, ma prendere su di sé l’enorme problema della povertà.

E di questa povertà occorre sentirsi com­plici, o per lo meno conniventi, perché allora che il cristiano si limiti alla pietosa partecipa­zione, o all’appoggio morale, rischia di fare la fine del fariseo che si ritiene buono e a posto perché ha versato una pur cospicua somma sul conto corrente dell’associazione che com­batte la fame.

In effetti, oggi vi sono centinaia di possi­bilità di intervento, pur restandosene a casa. I mezzi di comunicazione, una vera benedi­zione in quanto consentono di raggiungere in un secondo chi si trova dall’altra parte del pianeta, offrono milioni di informazioni utili per donare il nostro contributo.

Ci è immensamente facile individuare quale è il mezzo più idoneo per costruire il Regno di Dio, o quanto meno per darvi il no­stro contributo. In primo luogo, la saggezza nell’uso delle risorse della terra è il mezzo che la Laudato si’, l’insegnamento del Vange­lo, l’esortazione del magistero in generale ci propongono. Uso corretto significa evitare tanto l’accumulo quanto lo spreco. Sono due bramosie insane e contrapposte. La prima ruba agli altri tutto quanto le è possibile per garantirsi il potere. La seconda ruba per esi­bire il potere. Si dirà che ciò avviene a livello macroscopico. Senza dubbio. Ma altrettanto avviene a livello personale: io posso acca­parrare risorse per ingigantire il mio potere e dominare il prossimo, oppure posso fare mostra delle risorse per impaurire ed umi­liare il prossimo. Si possono definire i nuovi peccati capitali, anche se nulla vi è di nuo­vo sotto il sole, in quanto Enrico VIII Tudor (+ 1547), che non poteva più mangiare per le malattie, si faceva servire dinnanzi al suo trono vuoto enormi vassoi di carne arrosti­ta, mentre a Versailles i nobili mangiavano e gettavano gli avanzi ad una folla morente di fame.

I poveri riempiono continenti interi. Un povero, anche se non prega, lo fa ugualmen­te perché è un grido. È una sfida per l’uma­nità intera che lo sente ma non lo ascolta, lo guarda ma non lo vede. Un affamato, alzi o no le mani al cielo, è una provocazione con­tro Dio, perché noi crediamo in un Dio che ha fatto il mondo affinché l’uomo e la donna lo abitino nella pace e nella gioia.

Ogni sofferenza sotto l’ingiustizia è un grido contro quel Dio che non ha disdegnato la capanna di Betlemme.

Dobbiamo rimettere a fuoco i nostri modi di vivere la fede cristiana: sul piano storico, convertirsi significa prendere la parte dei poveri e degli ultimi, cioè la parte della giu­stizia di Dio.

 

di Franco Careglio

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