Gli stranieri profetizzano Anch’essi strumenti di salvezza

Molte volte la Parola del Signore ci ricorda la salvezza concessa a coloro che per Israele erano stranieri ed eretici. La salvezza non dipende dalle sole osservanze giuridiche, dalle discipline ecclesiastiche a cui siamo stati educati. La salvezza di Dio è per tutte le genti, di ogni lingua, razza, popolo, nazione. Facciamo fatica ad interiorizzare l’insegnamento dell’Apocalisse (7,9; 14,6). Sovente pensiamo e parliamo come se il Dio della salvezza ci appartenesse, come se ne avessimo il monopolio. Attorno a questo asse si organizzava e talvolta si organizza ancora una strategia pastorale mossa dall’idea che tutti quelli fuori dai nostri confini sono praticamente condannati: salvo (questo è sempre stato ammesso) qualche diverso consiglio di Dio. Il disconoscimento dei moti dello spirito dell’uomo e dello Spirito di Dio è il nostro peccato storico, sul quale non sempre ha avuto ragione l’ondata di rinnovamento emersa in quel tempo pentecostale della Chiesa che è stato il Concilio Vaticano II. Un motivo di imbarazzo è che la salvezza di Dio passa anche attraverso gli “stranieri” in rapporto alla nostra cultura, alla nostra professione religiosa, al nostro paese e alla nostra lingua. Stranieri sono anche i non credenti, sono gli appartenenti ad altre confessioni religiose, sono quanti si contrappongono alla nostra anche rigida morale. Certo, non è facile conciliare modalità e manifestazioni palesemente agli antipodi di essa. Molte volte, anzi, tali movimenti non solo non sono conciliabili, ma non lo saranno mai e restano contrari alla Parola di Dio. La sorpresa e magari lo smarrimento che ci vengono da queste constatazioni hanno la forza, se vissuti senza autodifese ferree, di risospingerci non verso il vuoto, non verso la perdita della fede, ma piuttosto verso un contatto nuovo con i princìpi su cui la fede deve costantemente misurarsi.

Eppure abbiamo esempi straordinari - e purtroppo poco conosciuti - di cristiani che hanno parlato e agito in nome di Dio, dimostrando l’unica verità del Vangelo, amando senza condizioni i loro simili “diversi” e pagando frequentemente con la vita. Pensiamo a un San Damiano de Veuster (1840-1889), religioso fiammingo che servì per tutta la vita i lebbrosi di Molokai (Isole Haway) e morì contagiato, amando e lavorando; pensiamo, molto più vicino a noi, al seminarista Rolando Rivi (1931- 1945, beatificato il 5 ottobre 2013), ucciso in modo barbaro dai comunisti in provincia di Reggio Emilia solo perché indossava l’abito talare. Queste persone si accostarono a dei “diversi”. Pagando un prezzo altissimo - più alto non era possibile - riportarono la fede alle acque sorgive delle origini, dimostrarono quanto è forte l’azione di Dio e che il suo Spirito ricopre la terra, sia essa popolata da corpi ripugnanti e dolenti sia essa popolata da mostri che divorano un quattordicenne. Con simili esempi, ma se potrebbero fare infiniti altri, non potremmo anche noi oggi riconoscere che attraverso questi stranieri si manifesta la gloria di Dio? Non è un percorso facile, ne siamo tutti convinti, ma è ciò che oggi la storia ci chiede e, come credenti, sappiamo che essa è guidata da Dio. Nella fedeltà allo Spirito, al credente dovrebbe essere facile passare da un atteggiamento di aggressività e di proselitismo ad un atteggiamento di ascolto e di attenzione a ciò che avviene nell’uomo che è manifestazione dell’azione di Dio nella storia. L’alleanza, come è scritto nelle tavole incancellabili della Rivelazione, è un patto che riguarda tutta l’umanità, tutto il genere umano come tale. Il racconto della creazione in cui il patto si stabilisce tra Dio e Adamo fu, storicamente, un modo con cui i profeti cercarono di liberare il popolo dall’illusione che il patto fosse un’esclusiva di Israele. No, il patto è con Adamo, cioè con l’uomo situato nell’universalità dei tempi e dello spazio. Ogni persona umana ha il diritto ad una vita degna, cioè al pane, all’istruzione, al lavoro, alla tutela della salute. Anche negli statuti compilati da uomini (dai greci, dagli antichi romani, nei tempi moderni nel 1789, nel 1948 ecc.) il credente non può non vedere che ogni persona è soggetto della salvezza ed è oggetto dell’amore di Dio. Finché il discorso rimane sui grandi princìpi, non fa che gratificarci per sentirci meno meschini e mediocri.

Ma se lo portiamo al quotidiano, esso diventa molto duro per noi, perché accettare il principio in base al quale ognuno ha il diritto di trovare una terra che gli garantisca la vita - o almeno la sopravvivenza - mette in gioco le nostre illusorie libertà. Enorme diviene allora la responsabilità storica, sia a livello individuale che collettivo, sia per me privato cittadino sia per il governante a cui è affidata la conduzione del paese. Che fare, in definitiva, di fronte alla tragicità di una storia che costringe la gente ad emigrare dalla propria terra per trovare condizioni di vita più consone alla dignità umana? Devo riaffermare il Vangelo del Signore che riguarda tutte le genti, purché ciò non degeneri nella retorica domenicale.

Non si preghi prima di pranzo - sperando che ancora si usi pregare prima di sedersi a tavola - invocando il Cielo affinché “ne dia anche a chi non ne ha”. Piuttosto lo si “paghi”, questo Vangelo, in termini di concreta solidarietà, di contributo alla liberazione, di onesto e coinvolgente impegno politico. Il mondo si muove. Si muove perché ha bisogno di liberazione. Da che cosa? Da ogni genere di oppressione e di negazione della vita. La nostra profezia di credenti non arrivi in ritardo, ci dia il coraggio di spezzare le nostre catene di sufficienza e di isolamento. Questi stranieri che annegano a centinaia siano il “cilicio” nostro, dei loro e dei nostri governi. Per noi, gente comune, il dovere non è di denigrare la nostra casa per parlare bene degli stranieri, ma di ringraziare Dio perché attraverso gli stranieri si manifesta il suo Regno. Allora non sarà l’indifferenza che crescerà in noi, o peggio - Dio non lo permetta - il malanimo, ma la gratitudine per una umanità vera che pone al centro Cristo, icona dell’uomo che soffre con le sue fatiche e le sue speranze.

di Franco Careglio

 

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