Una grande sete di verità Per essere a immagine del Creatore

Negli esseri viventi in generale il termine “anima” designa ciò che costituisce la loro vita; al contrario, ciò che è “inani­mato” o “esanime” non è infatti vivo. Nell’essere umano in particolare l’anima è un qualcosa di essenziale per sentirsi vivo.

L’anima è il principio spirituale, immateria­le e immortale in forza del quale accediamo alla coscienza di noi stessi, abbiamo una in­telligenza e una volontà, possiamo cogliere - pur senza vederle - le realtà eterne e possiamo muoverci senza essere determinati unicamen­te dall’istinto.

Per una idea chiara e folgorante dell’ani­ma umana basta guardare e ancor più “leg­gere” il celeberrimo affresco della Creazio­ne di Adamo (280x570 cm) di Michelangelo Buonarroti, databile al 1511 e facente parte della decorazione della volta della Cappella Sistina nei Musei Vaticani. In quella raffigu­razione che probabilmente non ha confronti al mondo, Dio dona il suo spirito, cioè l’ani­ma, all’uomo, adagiato su uno sfondo natu­rale simboleggiante l’alba del mondo. L’Eter­no, che si imprime nella memoria per il suo slancio leggero e potente, porge all’uomo il suo dito vivificante; il dito dell’uomo invece è alquanto curvo, quasi spento. Fondamentale per la visione biblica dell’uomo come anima è il testo di Genesi 2,7: “L’uomo divenne così un’anima vivente”. Questo accadde quan­do Dio - conformemente alla creazione del mondo da ciò che non aveva forma - “pla­smò” l’uomo dalla “polvere della terra, sof­fiò in lui un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2,7).

È chiaro che tutto ciò altro non è che la traduzione in linguaggio umano e quindi ac­cessibile del mistero della creazione, incom­prensibile dalla mente umana. Ma va detto che la narrazione biblica e la stessa opera mi­chelangiolesca rappresentano un forza comu­nicativa che soltanto una potenza superiore, quella di Dio, poteva offrire.

Il termine “anima” ricorre circa 750 volte nell’Antico Testamento e indica quel soffio vitale che non solo ha dato vita all’uomo ma lo ha pure plasmato ad “immagine e somi­glianza” di Dio. L’anima quindi è quello che per un vasaio è un vaso: la sua opera. Dio ha donato la vita all’uomo destinandolo ad “es­sere consorte della natura divina sfuggendo alla corruzione” (2 Pt 1,4). Di qui si riconosce che l’anima, come vaso, ha un solo desiderio: avere un contenuto. Di qui la fame e la sete dell’anima, anzitutto di conoscere per amare. Infatti, in quanto “immagine”, noi riceviamo l’impronta di ciò che raffiguriamo. Noi non siamo Dio stesso, ma la sua immagine. Que­sta inafferrabile distinzione si manifesta più fortemente quando noi uomini riproducia­mo l’amore di Dio che ha creato la vita, quan­do cioè noi trasmettiamo la vita per amore in quanto uomo e donna. È in base a questo che Dio ci ha formato. Perciò, come noi abbiamo bisogno della Parola di Dio che dà la vita e della preghiera come risposta, abbiamo anche bisogno di dedizione e di dialogo nella veri­tà, affinché “l’anima possa vivere” (Gn 1,27) e noi siamo noi stessi. La nostra anima, lo si riconosca o no, ha sete di verità che illumina il dialogo. Per questo vogliamo sperare che l’uomo con le sue temerarie e folli leggi non giunga al “trapassar del segno” (Par XXVI, 117) come fecero i progenitori. La somiglian­za con Dio comporta anche l’aspetto del rice­vere e dell’usare il potere e risponderne poi davanti a Dio (Gn 1,28). Qui nasce anche una sorta di anima della comunità, che trova la sua base nell’unica verità del matrimonio e della famiglia come pensati dal Creatore, non come pensati oggi da menti umane che paiono ave­re poco o nulla di umano.

È questa la fame primordiale dell’anima: l’essere ad immagine del Creatore.

Di altro ancora ha fame l’anima. Essa è mistero, e al mistero vuole ricongiungersi. Di qui il desiderio del cuore di conoscere Dio, di immergersi in Lui, Uno e Trino, in­carnato, morto e – quel che è più – per noi risorto. Non si dimentichi la potente e umile frase di Sant’Agostino: “Ci hai fatti per Te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto fin che non riposa in Te”.

Ecco la vera fame dell’anima. La cono­scenza dei due misteri principali della fede, Trinità e Risurrezione. Se al primo non pos­siamo per ora che accostarci in umile adora­zione , il secondo, che abbiamo ancora avuto la gioia di celebrare pochi giorni fa, ci con­duce sulla soglia del primo. Il riferimento alla Risurrezione di Cristo come momento della rivelazione di Dio è indispensabile per la dottrina cristiana della trascendenza, che ora riassumiamo nella categoria “anima”. Gesù rappresenta il fatto storico in cui la cre­azione ha trovato la possibilità di esprimersi appieno e di realizzare la somiglianza con Dio, delineata in Adamo e dall’infedeltà di questi offuscata.

Cristo è stato l’immagine perfetta di Dio che ha iniziato una fase nuova della storia umana. Essere salvati dalla Risurrezione non è tornare alla perfezione primitiva dell’ani­ma, ma raggiungere un compimento e una ricchezza di vita solamente promessi nella condizione iniziale. Questa ricchezza infini­ta, contrastata lungo la storia dal peccato, è ora offerta in pienezza dalla Risurrezione e dalla vita eterna.

Non per nulla il grande tragediogra­fo William Shakespeare - di cui si celebra quest’anno il IV centenario della morte - fa dire ad un suo personaggio, oppresso dal peccato: “Sali, sali in alto, anima mia! La tua sede è lassù, mentre la carne volgare spro­fonda quaggiù per morire” (Riccardo II, V, 5).

di Franco Careglio

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