Nella perfezione della Trinità un grande modello di dialogo

Uno dei termini oggi più usati è dialogo. Talora lo si usa senza piena cognizione di causa, cosa che ne mette a rischio la profonda validità e verità. L’etimologia proviene dal greco - sono molti i debiti della nostra lingua nei confronti di questo idioma tanto antico - e indica lo scambio di discorsi (lògoi) tra due persone, cosa che comporta, ovviamente, vedute e considerazioni diver­se ma non belligeranti. Il termine lògos, al singolare, non dovrebbe essere sconosciuto a quanti hanno una certa familiarità con la Sacra Scrittura, pur non conoscendo il gre­co. Il logos, cioè la parola, e San Giovanni lo usa come “Parola di Dio”, cioè Cristo, è stato poi utilizzato in italiano come “discorso”, da cui teo-logia, discorso su Dio, etimo-logia, discorso sull’origine, psico-logia, discorso sulla psiche ecc.

Con il dialogo si hanno dunque due per­sone che stanno l’una di fronte all’altra e che possono essere di posizioni diverse o anche sulla stessa posizione ma onestamente desi­derose di conoscersi, di comprendersi e di sti­marsi. Infatti, pur avendo una base comune, magari anche solida, non sempre esiste co­munanza di percorsi. Basti pensare alla forte conflittualità tra le diverse anime del france­scanesimo dei secoli passati circa l’interpre­tazione della Regola redatta dal Fondatore. Per molti secoli, purtroppo, dialogo non ve ne fu. Da molto tempo ormai il problema è superato, grazie al dialogo. Altrettanto posi­tivo il fatto che Trinità e Liberazione, mensile dei Trinitari, abbia dimostrato che gli Ordini Trinitario e Mercedario abbiano superato or­mai da secoli il loro dualismo intervistando, pochi mesi fa, il superiore generale dei Mer­cedari. E anche ciò è merito del dialogo.

Quale deve essere, allora, la modalità di un autentico dialogo, che aiuti a superare ogni malinteso, ogni opposizione e, via via, ogni più ardua conflittualità?

Probabilmente, l’esempio massimo - e subito si dirà, non a torto, irraggiungibile - è quello della Trinità Santissima. Si può invoca­re come esempio? Non per impensabili con­trasti precedenti – sarebbe bestemmia – ma per la pace che promana dalle Tre Persone uguali e distinte (come ci insegnava il cate­chismo di S. Pio X e come ci insegna il Ca­techismo della Chiesa cattolica (nn. 232-234; 292). Va ridetto, l’esempio non è proponibile. Eppure se si legge la terzina che apre il canto X del Paradiso si percepisce una tale imme­diatezza di sentimenti e di unità di amore da rendere piena giustizia a quel primo grande “teologo” del XIII secolo che fu San Francesco d’Assisi: “Con l’aiuto della tua sola grazia giun­gere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e nell’unità semplice vivi e regni e sei glorifica­to, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli” (Fonti Francescane 233).

Ecco come si esprime Dante:

Guardando

nel suo Figlio

con l’Amore

che l’uno e l’altro

etternalmente

spira lo primo

ed ineffabile

Valore…

Il soggetto è il Valore, Dio Padre, potenza prima ed inesprimibile, il quale contemplando il Figlio con la luce dello Spirito (Amore), pro­cedente eternamente da Padre e Figlio, creò con ordine così perfetto tutto ciò che ha vita nella mente (le cose spirituali) e nello spazio (le cose materiali) che chi contempla l’opera del creato non può fare a meno di lodare e di godere.

Questo è il risultato del dialogo. Non possia­mo noi, con le nostre forze, aspettarci tanto, ma con la “sola sua grazia”, come detto dal Santo di Assisi, qualche modesto traguardo potrà esse­re raggiunto. Anzitutto mettendo da parte ogni pre-giudizio, liberando cioè il campo della no­stra mente da ogni ostacolo che possa sia pur lievemente offuscare la visione dell’altro. È que­sta, in definitiva, la “purezza di cuore” la cui be­atitudine non è soltanto legata ad un determina­to aspetto (Mt 5,8), ma è la purezza aurorale con cui Adamo ed Eva potevano guardarsi, amarsi, passeggiare con Dio senza avere conosciuto il male, senza avere paura (Gen 3,10). A cominciare dai fatti di Parigi del 7 gennaio 2015 il dialogo è diventato senza dubbio più difficile. Ma sta qui la grande sfida. Una sfida senza pari, quale neppure la battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571) con il pesantissimo carico di incognite che com­portava può paragonarsi. Non si tratta oggi di sopprimersi a vicenda, si tratta di capire. Perché, quando coloro che abbandonano le loro terre ar­rivano da noi alla ricerca di una vita migliore, senza guerre, quando i loro figli diventeranno adulti in Occidente, che troveranno? Ancora guerre? E ai nostri figli, che avremo da offrire? Un’Europa che va a suicidarsi in formazioni ter­roristiche? O la vita dissipata e disorientata di tanti giovani delle nostre belle città?

L’Europa può costituire una grande occa­sione di dialogo, vissuta nella testimonianza, capace di abbracciare il diverso e di destare la sua umanità. Ma ciò costa uno sforzo immenso, che non è dato valutare a priori, mettendo una buona volta da parte rancori, resistenze, nostal­gie perniciose. Non sarà facile. Ma questo è il vero stile del dialogo: “proporre nella sua forza, nella sua bellezza, nella sua semplicità, l’annun­cio liberante dell’amore di Dio e della salvezza che Cristo ci offre” (Papa Francesco, Udienza al Pontificio Consiglio per i Laici, 7.2.2015).

di Franco Careglio

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