Un grande amore ha cambiato per sempre la storia del mondo

La parola perdono significa la cancellazio­ne irreversibile della colpa in modo che non ne resti più traccia. L’esempio del perdono è stato offerto all’umanità da Dio. Esso ha quindi origine divina e ogni volta che viene richiesto e accolto si trasfor­ma in manifestazione dell’amore infinito di Dio.

Anche chi non crede dovrebbe onesta­mente riconoscere l’origine divina del per­dono. Colui che per primo ha perdonato è stato Dio, che è buono e giusto e quindi di­fensore della giustizia. Egli è santo e perfetto ed esige “Siate santi perché io sono santo” (Lv 11,44) in quanto la sua luce non può non risplendere nella sua stessa creazione, cioè l’umanità e tutto l’universo.

Dio però conosce la debolezza e la pecca­minosità degli uomini, per cui non può es­sere altro che perdono e misericordia. Egli è misericordioso e benigno, paziente e magna­nimo per grazia e fedeltà, anche se non lascia impunito il peccato e lo persegue fino alla ter­za e alla quarta generazione. Frase che si tro­va più volte nell’Antico Testamento, ma che non va letta come una minaccia di rappresa­glia, bensì come un’attenzione e sollecitazio­ne continua verso il peccatore, attraverso il suo Spirito, affinché per i meriti del suo Fi­glio Gesù, per la giustificazione da Lui otte­nuta al peccatore con il suo sacrificio, questi desista dalla sua cattiva condotta e viva. Per­ché Dio “non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Es 18,23).

Come si vede, nell’economia del perdono è la Trinità che agisce. Da essa, quindi, dal suo amore, l’uomo deve apprendere la non facile arte del perdono, che non si esaurisce nel donarlo ma altrettanto nel riceverlo, con la consapevolezza del male commesso e can­cellato.

La nostra cara vecchia Europa, della qua­le come uomini del Terzo Millennio dobbia­mo riconoscere gli immensi meriti secolari e gli altrettanto gravi peccati storici, ha molto da chiedere perdono e nella stessa misura da sentirselo accolto. Il rigoroso discorso di Papa Francesco in occasione della sua asse­gnazione del premio “Carlo Magno” (6.5.2016) è stato di una lucidità impressionante. Con­cludendo, il Papa dice: “Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa in cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ul­tima utopia”. Merita un tale discorso di essere conserva­to e riletto, proprio per capire e porre rimedio, per quanto possibile, come singoli e come classe dirigente, quanto sia importante riconoscere il grave peccato consumato dalla nostra cultura verso le culture d’oltreoceano, che possedevano un’identità. Soltanto nel riconoscimento della colpa, nella richiesta di perdono e nella sincera accoglienza della riconciliazione si avrà la tra­sformazione del cuore dell’uomo che costitui­sce il presupposto del definitivo adempimento, promesso nella Nuova Alleanza, cioè il Regno di Dio.

Il riconoscimento della colpa impone alla collettività e al singolo di cogliere il valore della verità nella propria vita, in quanto ristabilisce il legame tra due comunità. La vita, fatta di idealità e di contraddizioni, necessita del perdono offer­to e accolto permettendo a chi lo chiede come a chi lo accetta di divenire egli stesso strumento di perdono.

Una società come la nostra, che sembra di­menticare il perdono e suscita una quantità crescente di reazioni come violenza, rancore e vendetta, ha bisogno di testimoni e di segni di misericordia.

Per il credente è essenziale sperimentare di­rettamente la condizione di essere amato. Per questo il mezzo più efficace e più autentico è quello del sacramento della Riconciliazione, at­traverso il quale il cristiano avverte e celebra la festa del perdono come una forza che lo trasfor­ma. Non va dimenticata, infatti, la necessità di porre se stessi davanti alla verità della propria vita senza illusione alcuna.

In un tempo in cui il senso di onnipotenza pervade l’uomo e lo spinge ad essere regista del­la propria esistenza, con l’avallo di leggi assurde e gravemente lesive della dignità umana, che in­ducono a confondere la più vergognosa menzo­gna con la realtà e a pensare che tutto possa es­sere di esclusivo arbitrio individuale, ritornare a fare i conti con chi si è realmente è un’urgente necessità.

Un esempio sovrumano di perdono richiesto e concesso che unisce in un’unica luce eterna due uomini crocifissi - ma forse, chissà, tutti e tre - è il perdono richiesto e concesso al malfat­tore di cui parla San Luca (23,40-43). In questo racconto straordinario capiamo che amare non è un esercizio di virtù private: è custodire nel cuo­re il germe di un mondo nuovo, sconcertante, incredibile, e presentarlo agli altri.

Amare significa perdonare, manifestando un’umanità che fa vibrare le corde del cuore del carnefice. Di fronte ad un perdono che si offre lucido, non condizionato, il cuore dell’uomo si scuote e cambia.

Accadde così, pur ponendo un esempio let­terario, al frate genuflesso dinnanzi al fratello dell’uomo da lui ucciso (I promessi sposi, cap. IV) il quale richiese il perdono e lo ottenne, e of­feso ed offensore si abbracciarono piangendo e chiedendo insieme perdono a Dio.

Non è facile tradurre un tale racconto in una dottrina che tutto concilia. Essa è il risultato di un amore stolto e inaccettabile - secondo i pa­rametri dell’immediato - , ma è l’amore che ha costruito il fatto che ha cambiato la storia del mondo.

E questo fatto è la Risurrezione.

di Franco Careglio

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