Rileggere il nostro passato migliore Ricca eredità per le nuove generazioni

Quale terra lasceremo a figli e nipoti? In quali condizioni spirituali, umane e materiali? è un tema molto stimolante. Induce a seriamente riflettere. Si tratta di una domanda che sicuramente ci siamo posti tutti, credenti e non credenti.

I pastori d’anime facilmente - e più che giustamente - invitano gli sposi ad essere aperti alla vita. A non lasciarsi condizionare dai mille ostacoli creati dalla società odier­na. Ma quale “terra” troveranno i piccoli che oggi vengono alla luce? Non è una domanda retorica o scontata. È una domanda concreta ma placabile con qualche tentativo di rispo­sta.

Anzitutto come credenti in quel Dio a cui “nulla è impossibile” (Lc 1,37) e quindi in quella Trinità Santissima che agisce in ogni persona con il suo amore senza limiti, rendiamoci più consapevoli che la nostra Chiesa non può essere un gruppo chiuso, autosufficiente. Dobbiamo essere missionari, tutti, secondo il proprio dono, trinitario, fran­cescano, gesuita oppure con la spiritualità del “focolare”, del neocatecumenale, di Comu­nione e Liberazione per riproporre alla società quei valori che informano la coscienza, valori che sono le fondamenta che la società stessa si è data e stanno alla base della possibilità di costituire una comunità sociale veramente umana.

Soltanto così, forse, si avrà una Chiesa capace di assicurare alle future generazio­ni che ciò che oggi costruiamo, secondo la legge dell’amore, non andrà perduto, ma sopravviverà al cospetto del Signore. Ecco un altro aspetto realistico collocabile nel mistero del futuro, traendone una qualche illuminazione, nonostante tutti i segnali di sgomento di questo tempo. Tutto ciò che è nato dall’amore non è destinato a finire ma a vivere. A non morire mai più. Consegnia­mo con la fede questo formidabile concetto ai nostri figli e nipoti.

A questo riguardo i nostri affetti, le nostre nostalgie commettono spesso indiscrezioni petulanti: noi vorremmo sapere se rivedre­mo i nostri cari, come li rivedremo. È oppor­tuno mortificare la nostra impazienza imma­ginativa e rimetterci totalmente a Dio, con la certezza che tutto ciò che si è sviluppato nel mondo, non solo dunque il nostro nucleo per­sonale ma l’intera rete che dà concretezza e ricchezza alla nostra persona, non andrà per­duta. Al cospetto di Dio noi vivremo con la totalità della nostra esperienza umana.

E in secondo luogo noi abbiamo, della cer­tezza di un Regno che non è di questo mondo (Gv 18,36), un segno ulteriore, radioso: Gesù ri­sorto che, liberato dalla morte, vive presso il Pa­dre ma vive anche presso gli apostoli. È apparso loro più volte. Si è seduto a tavola con loro. Già era nell’altro Regno, ma l’altro Regno non era e non è separato in modo irreversibile da questo, se Gesù camminava con i discepoli incapaci di riconoscerlo, spezzava con loro il pane, spiega­va loro le Scritture (Lc 24,13-35). Tutto ciò per amore. Egli, che era nel Regno in cui non vi è tenebra, stava con i discepoli paurosi, increduli, anche testardi come quando mentre Egli ascen­de al cielo ancora gli chiedono se era finalmente quello il tempo della ricostituzione di Israele (At 1,6).

Noi dunque siamo figli della Risurrezione. Consegniamo questa verità-forza ai nostri figli. Possiamo così fin d’ora guardare in faccia la mor­te senza sgomento, reclinandoci nel mistero, con l’abbandono con cui un bambino si abbandona sul seno materno, con totale fiducia.

Sotto l’aspetto materiale le cose sono più complesse. Intanto ci viene in aiuto un magi­strale discorso del nostro Santo Padre Francesco (9.5.2016), quando ricevette il prestigioso pre­mio “Carlo Magno”.

L’ultima parte di quella eccezionale lezione di fede e di umanità passava in rassegna i “so­gni” del Papa: il termine “sogno” ricorre ben otto volte. Ascoltiamo quello che in questa sede è forse più attinente: “Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, ama­no la bellezza della cultura e di una vita sempli­ce, non inquinata dagli infiniti bisogni del con­sumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un pro­blema dato dalla mancanza di lavoro stabile”.

In questi ultimi anni i valori sognati da Papa Francesco si sono ossidati e rischiano di essere sottoposti ad uno struggente logorio non per il fluire del tempo, ma per la corrosione operata da fatti culturali e legislativi che minano il tes­suto sociale.

Avere spalancato le porte a presunti diritti individuali non ha portato ad un maggior senso di responsabilità. Ciò che per ora è ben verifica­bile e - si abbia il coraggio di dirlo, distruttivo - è il preoccupante arroccarsi in un individualismo senza sbocco che, presto o tardi, provocherà l’a­sfissia dei singoli e della società

Abbiamo dunque, noi cristiani per primi, il compito di produrre un pensiero che sia in gra­do di gettare le fondamenta per un’epoca che darà cultura alle future generazioni, permetten­do loro di vivere nella genuina libertà perché proiettate nella verità. È questo pensiero che manca e pare non intravedersi all’orizzonte. Il dramma sta tutto qui. Se manca la forza del pen­siero non si può pretendere alcuna progettualità.

A chi essa compete? Ai soli cristiani? Certa­mente no. Questo è il momento di una sinergia capace di fare sintesi del patrimonio del passato per interpretarlo - nella verità, religiosa o laica, ma nella verità - alla luce delle conquiste che ca­ratterizzano la nostra epoca in modo da trasmet­terlo onestamente alle generazioni che verranno dopo di noi.

 

di Franco Careglio

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