Quella cultura che ‘spaccia’ libertà E trascina verso la non-verità

Una letteratura spirituale antica presenta i sensi come realtà che veicolano il male. I sensi tendono a camuffare la verità, a contrabbandare il vizio come virtù, in­somma ad ingannare.

Questo modo di sentire, risalente agli antichi scrittori ecclesiastici latini e orienta­li, venne suffragato da una letteratura e da una pittura che produssero - la seconda so­prattutto - opere di superiore bellezza, sem­pre però evidenziando l’inganno dei sensi. San Benedetto che si rotola tra le spine, San Francesco che fa altrettanto nella neve, i di­pinti di potenza straordinaria del Mantegna, del Lotto, dello stesso Tiziano, le sculture di Donatello, del Canova e di altri che presen­tano un San Girolamo in atto di percuotersi con un sasso, una Maddalena emaciata, una Caterina cadente per i flagelli che si infligge, confermano questa posizione: i sensi porta­no al male e l’unico mezzo per redimersi è la sofferenza.

Ma se la dura legge venne con Mosè, la grazia e la verità vennero con Cristo (Gv 1,17). Egli, Parola di Dio, sostiene e indica la via del bene attraverso l’uso corretto dei sensi, che perdono con Lui quella modalità negativa per acquisirne una che li legittima e li redime. Gesù parla ai malati e li guarisce; tocca il cieco e gli ridona la vista; prende cibo con i discepoli ed esalta la gioia della convi­vialità; prende parte ad una festa di nozze e provvede alla mancanza di vino, che sicura­mente assapora Egli stesso. Ecco come i sen­si divengono con Cristo mezzi ineguagliabili per essere Egli via, verità e vita (Gv14,6) e per consentire ai suoi fedeli di esserlo a loro volta nella storia.

Da questo può comprendersi l’importan­za dei sensi e in particolare il “doppio senso” del mezzo di comunicazione per eccellenza: la parola, tanto detta quanto ascoltata. La vita quotidiana, che è relazione con gli altri, è basata sul dialogo. Fondamento di questo deve essere l’onestà intellettuale, la retta in­tenzione che non comunica se non il vero.

Ma se la retta intenzione è oscurata dall’interesse a far apparire diverso ciò che è in realtà, allora la parola viene formulata e accolta nello stravolgimento completo di tale realtà.

Si giunge così ad una vera profanazione della parola, di questo dono stupendo che il Signore Dio per primo ha usato quando nella creazione “disse”. Per questo la parola

deve ognora essere espressione di benevolenza, di verità, di misericordia. Ciò vale per tutti: cre­denti e non credenti, umili e potenti.

Parola come benevolenza: chi parla, lo faccia con parole di Dio ((1Pt 4,11). Dio è verità e amo­re. L’uso della parola deve rifarsi a tale essenza. Non basta per i potenti dire “non vi lasceremo soli” ai devastati dal terremoto, ma occorre che in verità all’affermazione seguano i fatti. In caso contrario si ingenera un processo di sfiducia e di distruzione forse peggiore di quello della ca­tastrofe.

Parola come verità. Non vi è sistema mi­gliore per realizzare obiettivi aziendali o perso­nali o politici di quello della parola falsificata. I mezzi di comunicazione sono oggi non solo alla portata di chiunque, piccoli o grandi, dotti o semplici, ma riescono ad ingannare totalmente i sensi, quelli evidenti (chiamiamoli così, come vista, udito, discorsi ecc.) come quelli reconditi, come l’intelligenza e il buon gusto. Di qui l’uso attento e soprattutto parco della televisione, del­la radio, di internet. Non dovrebbe essere ignoto a nessuno che la parola di questi mezzi è oggi quella che induce, incanala e non di rado ingan­na facendo sfociare l’ascoltatore nella non-verità. Chi ascolta diventa ciò che ascolta. Si consideri il linguaggio.

Le parole più scadenti e più inquinanti (i ma­teriali tossici liberati nelle acque inquinano l’am­biente, le parole sconvenienti - o scurrili - inqui­nano lo spirito e l’intelligenza) sporcano chi le pronuncia, ingannano chi le ode, distruggono la cultura con un povertà di termini che è miseria sconcia.

Vi è una cultura oggi che si spaccia per liber­tà e trascina nell’estuario nella non-verità.

Si viene immersi, molte volte senza possibi­lità di uscita, nel mare del sovvertimento della creazione. Appare catastrofico quello che qui si dice? Basta attendere con pazienza e si verifiche­rà, ripetendo una frase storica in uso da secoli: “non me ne ero accorto”. La ripeterono anche coloro che avrebbero dovuto calare scialuppe di salvataggio in una società che nel XVIII se­colo stava colando a picco e che poi naufragò nel sangue della Rivoluzione francese. Anche noi diremo - Dio non lo permetta! - “non ce ne eravamo accorti” quando la famiglia sarà nau­fragata (non si ascolti l’Amoris laetitia, internet è meglio), quando la natura cederà il passo alla manipolazione, quando un “Grande Fratello” salirà alla vetta dell’audience, quando l’eutanasia camuffata da pietà avrà la meglio sulla vita di quanti Luigi Orione chiamava “i suoi gioielli”.

Parola come misericordia. Non di rado si sente parlare di pena di morte. Perché? Perché la parola che si ascolta sull’autobus, al bar, nei centri commerciali, in attesa prima di entrare dal medico va sempre più legittimando la pre­varicazione. Se l’altro guida infischiandosene dei segnali stradali e delle multe, io devo fare altrettanto. Se l’altro abbandona il coniuge in­fischiandosene di persone e di anime distrutte, io devo superarlo. Di qui viene l’auspicio di una pena che, sfogliando un libro di storia, ci fa inor­ridire. Cerchiamo di inorridirci anche per l’uso improprio delle parole. Usare rettamente questo dono vuol dire cooperare alla liberazione degli uomini da tutte le forme di schiavitù.

 

di Franco Careglio

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