Nella famiglia i doni più grandi. L’amore e la vita ai primi posti

Il tema di questo numero è di estremo inte­resse. Il Santo Natale è anche la festa del­la famiglia, attraverso la quale, oltre agli aspetti emozionali suscitati dal clamore pubblicitario - fatto di decorazioni lumino­se e in concreto commerciali - la famiglia cristiana coglie l’occasione di riflettere più attentamente su se stessa e sul proprio pro­porsi come centro vitale e irradiante di forza evangelica.

Prendendo in considerazione i Vangeli dell’infanzia, la famiglia acquisirà maggiore consapevolezza della sua missione “profeti­ca, regale e sacerdotale” meditando sui di­sagi della nascita nella capanna, della fuga in Egitto, della sofferenza annunciata alla Madre. Non solo, ma sperimenterà con ani­mo più grato la bellezza dell’amore reciproco tra coniugi, della fecondità dei figli sempre e comunque accolti, della gioia della carità vis­suta. Comprenderà più a fondo che tutto ciò non è il risultato di un benessere economico, di una mensa sufficiente, di un lavoro certo, di una salute solida. Capirà che la preghiera prima del pranzo non sarà un “ti ringrazia­mo per il dono della salute, del lavoro, della prosperità, della solidità della nostra terra risparmiata dai sussulti” ma sarà una lode “per il nostro esserci, per la nostra vita fati­cosa, aggredita da scompensi fisici, instabile per il precariato, incerta nell’orizzonte eco­nomico”. La prima non è di sapore cristiano, è la preghiera di coloro cui è stato dato tutto, dai ricchi vestiti ai lauti banchetti (Lc 16,19); la seconda è quella di chi sperimenta il cam­mino impervio di questa terra “drammatica e magnifica” (B. Paolo VI) e nell’umiltà rin­grazia profeticamente Dio (Gb 1,21).

L’interrogativo più grave è oggi quel­lo della fecondità. La preghiera “profetica” suddetta loda Dio “per il nostro esserci”, per la presenza di un padre, di una madre e dei figli.

Un uomo e una donna che lodano Dio per­ché si sono incontrati (Lui ne ha intersecato il cammino), perché li ha resi felici - maschio e femmina - di esercitare essi stessi quel dono immenso che è la fecondità, mediante la qua­le, come da Adamo ed Eva, sono ora circon­dati da figli.

Colpisce sempre l’episodio di quel buon uomo di Abramo che Dio tenta in ciò che di più importante in assoluto vi è per lui: la paternità. Non gli chiede in olocausto le sue ricchezze, i suoi armenti, i suoi granai. Gli chiede suo figlio. La ricchezza che sovrasta sen­za misura ogni altra.

La fecondità nella vita è essenziale. Molte vol­te nella Bibbia viene ripetuta l’infinita preziosità di questo dono, che è immanente alla persona stes­sa, che la completa, che la colma della gioia più profonda, che la rende in qualche modo simile a Dio che creò Adamo ed Eva non per procacciarsi un bene (ipotesi assurda) ma perché la sua luce potesse avere corpo.

La sofferenza di Anna e di Elisabetta (per non citare che i casi più noti, vedi 1 Samuele e Luca) indicano con forza la sofferenza, il disonore, la vergogna addirittura che la donna in particolare prova quando è privata della fecondità. Questa significa la manifestazione concreta dell’attitu­dine alla procreazione.

A sua volta, la procreazione si può dire come categoria biblica che ricorda all’uomo e alla donna che solo Dio è a pieno titolo autore della vita e che lo spazio delle sue creature è soltan­to quello della “pro-creazione”, cioè creazione-per-Lui, rimettendosi e fidandosi di Lui. Si eli­mina così ogni vacuo desiderio di onnipotenza, espresso al limite nella manipolazione genetica che tenta di avocare a sé la conoscenza del bene e del male.

Fecondità e procreazione dunque si susse­guono. Non basta al cristiano parlare di “fer­tilità”, intesa solamente come “capacità ad un qualcosa”. La fecondità non è soltanto capacità, è l’attuazione della grazia del sacramento del matri­monio che proietta la sua ombra sulla vita nuova che viene alla luce, ponendola sotto il manto pro­tettivo di Dio. Grazie al dono dei figli la vita di coppia si apre all’esperienza della “Chiesa do­mestica” (Lumen gentium, 11), caratterizzata da una stretta unità tra impegno nel mondo e ado­razione e obbedienza a Dio nelle diverse espres­sioni della vita quotidiana, come la presenza nel sociale e altrettanto in privato, la preghiera fa­miliare comune, l’annunzio ai figli del messag­gio di salvezza di cui i genitori sono portatori in quanto “testimoni della fede e dell’amore di Cristo e primi annunciatori della fede stessa” (Lumen gentium, 35).

Il dono di Dio, la vita, è sempre, in ogni caso, dono di fecondità. A tale dono non si può rispon­dere che con un altro dono che si chiama respon­sabilità. Anzitutto nel vivere con fedeltà e serietà il dono del matrimonio, sacramento permanen­te e diffusivo di sé, che proietta la sua luce su tutta la vita familiare e ne fa una realtà intima­mente permeata dalla presenza di Dio e nel con­tempo costruisce non soltanto la coppia ma la stessa Chiesa.

Ecco la vera e perenne fecondità.

I documenti del magistero sono abbondanti in questo settore. Oltre a quelli del Vaticano II, sempre attuali, andrebbe riletta una stupenda lettera di San Giovanni Paolo II, la Gratissime sane (2.2.1994) in cui il santo pontefice illustra, attingendo dalla Bibbia, la ricchezza immensa della famiglia e della sua fecondità.

Fecondità che ha permesso a Santa Gianna Beretta Molla (1922-1962) di sacrificarsi per la vita del bimbo che portava in grembo. Non è ri­masto, grazie a Dio, infecondo il suo sacrificio, né per se stessa né per la Chiesa.

 

 

di Franco Careglio

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