Il dono infinito della pace Pazienza di Dio, mitezza dell’uomo

La Giornata Mondiale della Pace venne istituita nel 1968 dal Beato Paolo VI, sen­sibilissimo, come il suo predecessore San Giovanni XXIII, a questo tema vitale per l’umanità. La data della giornata venne fis­sata al 1° gennaio, solennità di Maria Madre di Dio, invocata come “Regina della pace”. Siamo quindi, quest’anno, alla 50° celebra­zione per la pace nel mondo intero.

Il messaggio di Papa Francesco, pubbli­cato l’8 dicembre scorso, è più esteso del consueto: 7 paragrafi. Emerge dalle sue paro­le il sofferto desiderio di una pace che sorpas­si la ragione e il torto e tutto avvolga in una conciliazione che porti oltre i nostri limiti di creature, condizionate dal peccato.

Per questo il tema scelto dal Santo Padre è quello della non-violenza, intesa non come silente accettazione del male ma come op­posizione di bontà e di amore alla violenza. Quanto maggiore è la quantità di violenza e di ingiustizia presenti nel mondo, scrive Francesco citando il pensiero di Benedetto XVI, tanto più forti saranno l’amore e la bon­tà contrapposti (n. 3). Ancora: “Giustamente il vangelo dell’amate i vostri nemici (Lc 6,27) viene considerato la magna charta della non-violenza cristiana” (n. 3). Non si tratta quindi di arrendersi al male: abbiamo infiniti esempi di opposizione ad esso nella Sacra Scrittura, nella vita dei santi e nelle vicende quotidiane, vissute e letterarie. Si tratta di opporre il bene al male, di sentire e di vivere il bene come l’u­nica carta vincente. Non è facile, ma Cristo non ci ha chiamati alle cose facili.

Quando assistiamo a palesi ingiustizie, quali si consumano ad esempio su di un qualsiasi autobus di “questa bella città di Roma” (saluto di papa Francesco ai fedeli, 13.3.2013) come di qualsiasi altra città, quali si manifestano nella esasperata conflittualità non di rado alimentata dalla stessa politica, irrefrenabile sorge nel cristiano il bisogno di assumersi la difesa dell’oppresso, di sradica­re l’erba cattiva. Ed è un sentimento buono, a condizione che non sia dominato da un’im­pazienza che sotto il pretesto della fede di­spieghi il proprio istinto di potenza.

Qui Francesco, dopo aver ricordato come si stia oggi vivendo “una terribile guerra mondiale a pezzi” (n° 2), propone l’esempio di San Francesco d’Assisi, eroe della non-violenza, di Madre Teresa, icona del nostro tempo e modello di pazienza evangelica, di passaggio continuo dalla schiavitù della mi­seria alla libertà della dignità. Non solo, anche altri nomi insigni, come Gandhi, che sono stati strumenti di comunione, di solidarietà univer­sale tra le creature.

Una fede che insegni a rispondere alla violen­za con altra violenza è sicuramente l’opposto del­la fede: “Mai il Nome di Dio può giustificare la vio­lenza. Solo la pace è santa, non la guerra” (n° 4).

“La violenza è profanazione del nome di Dio” (n° 4). Bisogna rimettere a Dio ogni giudi­zio, senza pretendere di fare la mediazione tra il giudizio di Dio e la realtà dell’uomo. Il sen­so vero del destino dell’uomo è nel giudizio di Dio. A noi non tocca altro che di farci solidali con tutto ciò che di positivo è trasmesso dalla generosità individuale e collettiva.

Questo principio può essere realizzato solo attraverso sofferenze innumerevoli, e ne abbia­mo il conforto sia in personaggi storici come Francesco d’Assisi e Teresa di Calcutta quanto nelle tante persone che abbiamo conosciuto, le quali nella sofferenza e nella mitezza, sostenu­te dalla preghiera, hanno costruito nuovi cieli e nuova terra, attraverso il ripudio della violenza. Pensiamo alla figura sia pur letteraria di padre Cristoforo che condanna con forza l’oppressore quanto i propositi di vendetta dell’oppresso. È un ricordo della pazienza di Dio e insieme un richiamo alla mitezza nell’uomo.

La sapienza di Dio si manifesta come una pa­zienza che avvolge la storia. Questa pazienza di Dio diventa, nell’uomo di fede, mitezza, la gran­de mitezza di cui il Signore Gesù ha dato testi­monianza. Il giudizio umano, quindi, non potrà essere che mite, perché, al di là di tutte le ne­fandezze perpetrate dall’umana stoltezza, la pa­zienza infinita di Dio - della quale tuttavia non ci si può prendere gioco! (Gal 6,7) - è una cosa sola con il suo amore. E può anche essere che nella gloria eterna io mi trovi di fronte al mio peggiore nemico pacificato con Dio e con me.

Il Dio che io amo - o che mi immagino di amare - non può in ogni caso essere il Dio che fa giustizia secondo le mie pretese. Il compito quin­di del cristiano è “accompagnare - nella Chiesa - ogni tentativo di costruzione della pace anche attraverso la non-violenza attiva e creativa” (n° 6).

Sembra una cosa ovvia, ma non lo è, perché Gesù non ha esaltato il potere politico: tutt’altro. É morto a causa di esso, mettendo la legge di fronte al suo crimine permanente che è l’uomo perseguitato, sopraffatto e condannato. Il nostro compito è di comprendere il senso universale che ha la parola evangelica, quale la compresero Giovanni di Matha circa nove secoli fa e Madre Teresa ieri: beati i costruttori di pace, che forse ci eravamo abituati a consumare nelle “paci” un po’ fasulle e troppo facili delle nostre solitudini contemplative.

Un grazie di cuore a papa Francesco per questo nuovo “risveglio disagevole” verso la Parola di Dio.

E un pensiero affettuoso e ricco di auguri e di amicizia a tutti i lettori di Trinità e Liberazione all’inizio di un nuovo anno che possa essere un tempo di grazia e di pace così come auspica il Santo Padre.

Un tempo santo nel quale le relazioni tra gli uomini diventino ponti e legami per costruire mondi nuovi.

di Franco Careglio

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