La vita, il viaggio, la salvezza... La via buona della volontà di Dio

 

Che la vita sia un viaggio è un assioma. Lo ha scritto tre anni fa un lucido gior­nalista e scrittore, Beppe Severgnini, dando ad un suo efficace saggio il titolo in apparenza scontato “La vita è un viaggio” (Milano 2014). La vita per il cristiano è un an­dare verso la verità, a condizione che l’onestà intellettuale non sia viziata dalla soggettività.

 

Più o meno lungo cronologicamente, questo viaggio affascina, coinvolge ed en­tusiasma. La vita è affascinante perché è un’avventura continuamente nuova; è coin­volgente perché non lascia mai indifferenti; è entusiasmante perché offre ogni momento possibilità inedite di gioia e di bellezza. In­sieme a tutto ciò, vi sono il dolore e la sof­ferenza, aspetti inevitabili e non secondari del viaggio. A volte sono insostenibili al punto che l’animo crolla, la luce della men­te viene meno, l’ansia ha il sopravvento e si pone volutamente fine al viaggio. A questo proposito, una sciagurata tendenza vorreb­be legalizzare la fine. Quanto aberrante sia tale disegno lo illustra con chiarezza il card. Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, teolo­go moralista e medico, nel suo intervento all’Assemblea della conferenza dei vescovi canadesi (26.9.2016).

 

Il tempo che trascorre comporta il deca­dimento della carne, per dirla biblicamen­te; per il cristiano, però, il fluire degli anni conduce alla pienezza della fede. Le vicende vissute nella gioia e nel dolore, i volti amati e meno amati, i successi e i disinganni, sono sentiti dal cristiano sempre come un dono: “tutto è grazia” (Georg Bernanos). Di qui un concetto fondamentale, valido qualunque sia l’opzione religiosa dell’uomo: la vita è una strada, l’uomo è il viandante, la terra è la bellezza, la povertà è la condizione per amare.

 

In collegamento al pensiero religioso, la “via buona” è la via secondo la volontà di Dio e Israele è sempre esortato a “cammina­re sulle vie di Dio” (Dt 8,6). L’immagine della via non è dunque determinata dalla meta a cui l’uomo tende, che può essere pur buona in sé, ma dalla premessa che al principio sta la legge divina, quale via “oggettiva” e lumino­sa alla quale l’uomo può obbedire o, a prezzo della sua rovina, disobbedire.

 

Con queste premesse, si arriva all’imma­gine delle due vie, che già appare nell’Antico Testamento ma che verrà sviluppata solo in Mt 7,13 con la parabola delle due porte/vie. Non si tratta di una condotta virtuosa o vi­ziosa, cioè non di una morale comprensibile da chiunque, ma dell’esortazione alla sequela. La sequela di Cristo è una via angusta che dichia­ra beati i poveri, gli afflitti, i perseguitati; per tale ragione è evitata da quasi tutti gli uomini (da quelli che non pensano secondo Dio), ma la sequela soltanto offre la promessa della vita eterna. Lo schema delle due vie indica il coin­volgimento totale della persona che decide pro o contro Dio. Non vi è una terza via. Il Nuovo Testamente dimostra che la via è Gesù e nessun altro; dimostra l’unicità e la grandezza di Gesù, che Egli è la “via” che va a preparare un posto a noi. Cristo è la via, la verità e la vita perché è la risposta ai quesiti fondamentali dell’umanità.

 

Un grande poeta italiano, Eugenio Montale (1896-1981) compose una formidabile lirica che evidenzia l’importanza e la sublimità del viag­gio:

 

Sotto l’azzurro fitto del cielo

 

qualche uccello marino se ne va;

 

né sosta mai; perché tutte le immagini

 

portano scritto “più in là”.

 

Leggiamo queste parole in senso religioso, prescindendo dall’inconoscibile fede dell’Au­tore. L’homo viator è colui che va “nell’azzurro fitto” e “non sosta mai” nella fatica del credere, pur assalito da dubbi angosciosi sui misteri più sconcertanti, come la Trinità, l’Incarnazione, la Risurrezione. Non si ferma alla logica umana perché “le immagini” gli assicurano che non crede a miti irrazionali; anzi gli dicono che la Trinità è la massima espressione d’amore, che con l’Incarnazione Cristo si è fatto suo compa­gno di viaggio e lo tiene per mano nel faticoso cammino della vita, soprattutto nel dolore che Egli soffre insieme al viandante. La Risurrezione ha introdotto nella storia umana una dimensione radicalmente nuova. Certo, la sua potenza non agisce automaticamente: sta all’uomo accettarla o respingerla. Il suo destino di vita o di morte è sempre e soltanto nelle sue mani. Tuttavia egli può affrontare, con il Risorto, tutto quanto gli era impossibile senza la Risurrezione. L’uomo è il viandante che va verso la Gerusalemme ce­leste, come Gesù, nel racconto di Luca, andava verso la Gerusalemme del martirio. Sempre avanti, dunque, “più in là”, come pellegrini e forestieri in questo mondo, consapevoli che nul­la abbiamo da esso e nulla possiamo portarne via, come insegnano Pietro (1 Pt 2,11) e Paolo (1 Tm 6,7). Ciò significa anche sapersi liberare da quanto impedisce un’adesione piena a Dio, dal­la ricchezza, radice di tutti i mali (1 Tm 6,10) e dalle stesse persone, allorché l’affetto più sacro­santo volga in possesso o dipendenza. È questa la povertà scelta dagli antichi padri, come Abra­mo, come Mosè, come lo stesso Paolo, come i nostri Giovanni de Matha e Francesco d’Assisi. Il “più in là” implica pure una sana inquietudine, un non appagarsi del già fatto ma guardare a quanto ancora si può e si deve fare.

 

Infine, non di rado pesa sul credente il “silen­zio di Dio”. Ne abbiamo avuto una provocante dimostrazione nel film Silence di Martin Scorse­se, dove pare toccarsi con mano l’assenza di Dio. No, Dio non è assente. Egli soffre con noi, perché il cammino del cristiano si compie nell’oscurità del venerdì santo, non nella gioia della Pasqua (P. David M. Turoldo).

 

Il cristiano non compie da solo il suo faticoso cammino verso Dio; lo compie all’interno della Chiesa, che è sua Madre e da cui riceve i sacra­menti e l’esempio di Maria e dei santi, che gli mostrano come si deve vivere il Vangelo e come si deve praticare l’amore di Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima e l’amore dei fratelli fino a perdere la propria vita. Molti santi hanno subìto persecuzioni, violenze e morte atroce e con il loro esempio aiutano e incoraggiano il cristiano di oggi a portare anch’egli la sua croce dietro al Signore Gesù, pazientemente e gioiosamente, nell’attesa che spunti anche per lui l’alba della Risurrezione.

 

di Franco Careglio

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