Una fede profetica con le radici nella verità

Per amare una persona o una situazio­ne occorre anzitutto conoscerla. La conoscenza precede l’amore. Così per conoscere e amare la verità oc­corre conoscerla. E che cosa è la verità? Per noi cristiani è una sola: Cristo. Cono­scendo Lui, parleremo e agiremo sempre nella verità. Egli è l’unica verità: “… deve essere fermamente creduta la dottrina di fede circa l’unicità dell’economia salvi­fica voluta da Dio Uno e Trino, alla cui fonte e al cui centro vi è il mistero dell’In­carnazione del Verbo” (Dominus Iesus, n. 11). Cristo è via, verità e vita. La domanda dal tono sprezzante di Pi­lato: Quid est veritas? (Gv 18,38) si presta ad un curioso ma efficace anagramma, utilizzando le stesse lettere della frase del procuratore romano: est vir qui adest. Che cosa è la verità? È l’uomo che ti sta din­nanzi.
Egli stesso, Cristo, anche in quella oc­casione, durante la quale probabilmente chiunque altro si sarebbe gettato ai piedi del procuratore per avere salva la vita, dichiara con fermezza il suo essere verità.
Fare la verità o camminare nella ve­rità vuol dire accettare concretamente, in tutto l’arco della propria esistenza, la rivelazione divina, accettare la verità por­tata dal Rivelatore: “Io sono la verità” e rifletterla nella condotta della vita. Nella Sacra Scrittura il termine “verità” ricorre ben 285 volte, ma riveste un contenuto e un significato molto più coinvolgente, più personale, rispetto al senso che oggi gli viene comunemente attribuito. Si conside­ri un solo esempio, il verso 18 del capi­tolo terzo di 1Gv: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”. Amare nella verità signifi­ca donarsi totalmente per il fratello, par­lando e agendo come ha parlato e agito Cristo. Chi non parla e non agisce come Cristo diventa mentitore perché nega la realtà essenziale di Dio rifiutando l’amo­re per il fratello, perché qui sta la profes­sione concreta della fede: non si può dire di amare Dio se non si ama il fratello.

L’aspetto determinante, dunque, della verità è il radicamento cristologico dell’a­more. Le scelte e le azioni compiute dal credente devono mostrare che la vita morale è diretta conseguenza della dot­trina, è l’applicazione dell’insegnamento fondamentale che consiste nell’unione inscindibile tra conoscenza e comunione con Dio.

Gli esempi sarebbero moltissimi. Don Pino Puglisi (1937-1993), beatificato il 25 maggio 2013, non ebbe assolutamente paura di dire e fare la verità. Il prezzo che pagò fu quello della vita. Lo stesso fece Odoardo Focherini (1907-1944), beatifica­to il 15 giugno 2013, la cui colpa fu quella di salvare la vita agli ebrei. Ecco che cosa significa la verità: essere pronti a pagare il prezzo più alto. Dio vuole che la reli­gione non sia pura astrazione, ma che sia strettamente unita alle azioni della vita e che si traduca nelle relazioni con i fratelli, là dove essa, la vita con le sue liturgie che sono quasi sempre una via crucis, si cele­bra tutti i giorni. I cristiani dunque devono rimanere in questo comandamento dell’a­more che esiste “fin dal principio”, come recita lo stupendo prologo della Prima let­tera di San Giovanni.

Fare la verità nelle azioni quotidiane è sinonimo di amore. Si tratta di un’ espe­rienza che è la stessa cosa dell’amore. Co­nosce l’uomo chi lo ama, in particolare chi ama l’uomo diverso da lui, perfino il suo nemico. Don Puglisi fu un uomo capace di tutto, una sola cosa non seppe fare: odiare, un verbo che nel suo vocabo­lario non esisteva.

Egli amò senza misura quegli uomini che lo uccisero, che uccidevano, che vole­vano ad ogni costo prevaricare sugli altri per accaparrarsi potere e denaro. Li amò come amava i ragazzi e i poveri della sua parrocchia. Infatti, nello slancio con cui l’amore supera l’abisso della prepotenza e del delitto, vi è una potenza conosciti­va che rassomiglia a quella stessa di cui Cristo ha dato l’esempio. Gesù conosce le sue pecorelle perché ha dato la vita per loro, buone o cattive che fossero, ha cono­sciuto quindi il mistero dell’uomo perché ha dato la sua vita per lui.  Il vero buon sa­maritano è Cristo. In ultima istanza la via per conoscere l’uomo, e quindi per cono­scere Dio, è la dedizione di sé all’uomo e, nell’ipotesi ottimale, all’uomo il più possibile lontano da noi, anzi contrappo­sto a noi, nostro nemico. Così fece Don Puglisi, così fece Odoardo Focherini e un’infinità di altri cristiani che amarono non a parole ma “nella verità”.

Quello che conta, in maniera decisiva, è la scelta pratica di vivere per la liberazio­ne dell’uomo. Per la sua liberazione anzi­tutto dalla menzogna, e prima ancora che dalla menzogna verso gli altri, da quella verso se stesso. Questa è la menzogna che reca il maggiore danno, in quanto si riverbera contro chi la vive, mascherando il male e impedendo il discernimento.

Quando il male è entrato nel cuore della persona il danno può essere irrepa­rabile: la menzogna agisce e impedisce di vedere. Soltanto nella verità è possibile “vedere”. Una fede radicata nella verità è profetica, ma si paga giorno per giorno, nella sofferenza e nella fatica, come i san­ti che onoriamo.

Ciascuno di noi, dunque, prenda la croce della verità e della sofferenza che ne deriva e la porti. È questa l’imitazione di Cristo.

Soprattutto in questo Natale, adom­brato da tante situazioni tragiche ad ogni livello, cerchiamo di essere “verità”, nel­le parole e nei fatti: allora le nostre pa­role ritroveranno una freschezza creati­va, proveniente dalla Parola fatta carne, nell’umiltà che restituisce al mondo la speranza di un’alba nuova.

di Franco Careglio

 

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